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Episodio 6: continuiamo a seguire gli sviluppi della guerra in Iran, che entra nella terza settimana: dalla nomina della nuova Guida Suprema, a ciò che succede all'economia globale per via del blocco dello Stretto di Hormuz, alle ricadute politiche della crisi, specialmente per Trump. Parliamo anche dei risultati elettorali in Colombia e Nepal, e del quindicesimo anniversario del disastro alla centrale nucleare di Fukushima, in Giappone. Ci prepariamo a una settimana di importanti vertici europei, che avranno la difesa e il posizionamento dell'Unione al centro dell'agenda, e diamo conto dei prossimi appuntamenti elettorali.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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Stiamo entrando nella terza settimana di guerra in Iran. Forse sarebbe il caso di iniziare a chiamarla Guerra in Medio Oriente o qualcuno la chiama già guerra del Golfo, vista la portata. E insieme all'area dei combattimenti che si allarga, si allargano anche le conseguenze su tutto il resto. Vediamo gli effetti fragorosi della chiusura dello stretto di Hormuz che sta mettendo in crisi tutto l'approvvigionamento globale di energia. Iniziamo a dare una dimensione alle conseguenze umanitarie di questo conflitto, di cui finora si è parlato abbastanza poco, ma ci sono già oltre 3 milioni di sfollati e più di 1400 persone uccise in Iran e anche più di 800.000 sfollati in Libano, solo per citare i numeri più grossi, più impressionanti. Ma soprattutto stiamo vedendo, si stanno definendo le conseguenze politiche di questa guerra, e sono quelle che a mio avviso definiranno gli sviluppi del conflitto nelle prossime settimane. È uno scenario che per il momento vede l'Iran interessato ad allungare gli scontri il più possibile per tenere Trump sotto pressione, pressione che Trump subisce anche dall'interno, perché, l'abbiamo detto tante volte, qui a 7 più 7, tra pochi mesi si vota alle elezioni di metà mandato, e il prezzo della benzina, che qui negli Stati Uniti è cresciuto del 20% in dieci giorni, inciderà molto di più degli scenari geopolitici. E forse è proprio per questo che nella notte di ieri Trump ha ordinato bombardamenti contro la strategica isola di Karg, che è un ab petrolifero vicino alla costa iraniana. Da lontano Putin osserva tutto quello che succede con grande soddisfazione perché potrà di nuovo vendere il suo petrolio. Noi parleremo di questo ma anche di altro. È sabato 14 marzo comincia una nuova puntata di 7 più 7, ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e prima di iniziare volevo ringraziarvi per il sostegno, per il supporto che state mostrando per 7 più 7. Mi fa molto piacere e vorrei estenderlo a tutte le persone che lavorano all'ISPI perché questo podcast, questo prodotto esiste grazie alle analisi e ai commenti dei nostri ricercatori, delle nostre ricercatrici, della nostra redazione. Il lavoro che faccio io è una sintesi di tutto quello che fa l'ISPI a livello di istituto e mi fa molto piacere che lo appreziate. Per cui se vi piace questo podcast vi invito a condividerlo, a seguirlo, a farlo conoscere in giro. Adesso passiamo alle notizie con lo stesso approccio della scorsa settimana, cioè cercando di mettere in ordine un po' tutto quello che è successo negli ultimi sette giorni, partendo ovviamente dall'Iran. E partiamo dalla nomina della nuova guida suprema, cioè la massima autorità religiosa, militare, ma anche politica dell'Iran. Alla fine è stato scelto Mostaba Kamenei, il figlio di Ali Kamenei, che è il leader che era stato ucciso durante i primi attacchi di due sabati fa. Era questa una decisione in fin dei conti attesa ma non scontata. Se ricordate nella puntata di settimana scorsa avevamo citato alcuni dei motivi che mettevano un po' in dubbio la sua candidatura, no? Dalla mancanza di esperienza di comando, ma anche della sua preparazione teologica che non era di alto rango. Paradossalmente, proprio l'attacco di Stati Uniti e Israele avrebbe spianato la strada a Mostabak Amenei verso la carica più alta nel sistema di potere iraniano. Prima dello scoppio della guerra, la successione del leader supremo di padre in figlio, era considerata improbabile, anzi, era considerata inaccettabile perché la Repubblica Islamica non prevede questo tipo di successione genealogica, anche perché per molti esponenti dell'establishment ricorda il potere dinastico degli scihai, cioè proprio quel potere ereditario respinto con la rivoluzione del 1979. Mostabak Amenei, tuttavia, sarebbe stato scelto dall'Assemblea degli Esperti per dare un senso di continuità e compattezza in questa fase delicata del regime e inviare al mondo un messaggio di resistenza che continua proprio in questo momento di grande difficoltà. Considerate che insieme al padre, nei bombardamenti di due sabati fa, Moshtabak Amenei ha perso anche la madre, la moglie e uno dei suoi figli e delle sue stesse condizioni di salute in questo momento non si sa molto. Lui ha un legame molto forte con i Paz Daran, i guardiani della rivoluzione, ed è anche considerato la mente dietro le repressioni delle ondate di proteste sia del 2009 e più di recente del 2022, che sono state quelle del famoso slogan Don le vita e libertà. Non è quindi Mostabak Amenei un uomo destinato a ricucire il tessuto sociale dell'Iran, tutt'altro sembra essere piuttosto intenzionato a garantire ancora il pugno di ferro contro le proteste, a reprimerle, e anche in questo senso la sua nomina ha un peso simbolico molto importante per il regime iraniano. Nel suo primo messaggio alla nazione, che è stato letto giovedì dalla TV di stato iraniana proprio perché delle sue condizioni di salute non si sa molto, lui non si è ancora visto. Mostabak Amenei ha rivolto un appello all'unità nazionale e ha annunciato che lo stretto di Hormuz continuerà a rimanere chiuso per fare pressione sui nemici dell'Iran. Ha anche invitato i paesi della regione a chiudere le basi statunitensi sul loro territorio e si è detto pronto a migliorare i rapporti con i vicini. Ma li ha anche avvertiti che se ci saranno attacchi, l'Iran sarà costretto ad attaccare coloro che collaborano con il nemico. E questo è un messaggio tutt'altro che rassicurante che esclude qualsiasi possibilità di negoziato e che all'apparenza sembra quasi ambiguo, no? Cioè manteniamo buoni rapporti, ma se ci saranno attacchi contro di noi, noi vi considereremo complici. Come possiamo interpretare questo messaggio rivolto dall'Iran agli altri paesi del Golfo? Sentiamo il commento del generale Paolo Capitini, che è anche docente di storia militare, ed è intervenuto durante il The War this Week di questa settimana.

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Il messaggio che viene dato è: vi siete scelto l'alleato che non vi protegge, non solo, ma che dovendo scegliere chi proteggere, non protegge voi, ma protegge Israele. E questo nel mondo musulmano suona come un petardo dentro una stanza vuota. L'azione non è solo sui paesi del Golfo, ma è sull'Unione Europea, sulla Cina, su tutti gli aventi causa. Questa è una guerra regionale che da subito è diventata una guerra con effetti globali.

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Oltre alle parole di Capitini, vi propongo anche un altro commento di Francesco Petronella, che è un giornalista della redazione dell'ISPI ed è esperto di Medio Oriente.

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Il passaggio cruciale dell'intervento di Kamenei è quello in cui, di fatto, invita i vicini arabi a sbarazzarsi delle basi controllate da Stati Uniti e alleati. Queste avamposte occidentali, a suo dire, hanno trasformato i paesi che li ospitano in bersagli della rappresaglia iraniana, anziché garantirne la protezione. L'obiettivo di Teheran, piuttosto evidente anche dalla reiterata chiusura di Hormuz, è di fare ulteriore pressione sui leader del vicinato arabo perché convincano Trump, sempre più incerto, sulla guerra, che le scale sono ormai politicamente ed economicamente insostenibili.

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Ecco, entrambi gli interventi che abbiamo ascoltato fanno riferimento a due grossi sviluppi della guerra in corso. Uno è l'allargamento del conflitto a tutta la regione, e l'altro sono le ricadute per l'economia mondiale. Stiamo già assistendo a entrambe le cose, quindi vediamo quali sono state le notizie più importanti della settimana e partiamo dall'economia. Partiamo dallo stretto di Ormuz, anche perché da quelle parti c'è stato uno sviluppo importante proprio nella notte di venerdì. Lo stretto di Ormuz, che lo ricordo, si trova tra l'Iran e l'Oman ed è un punto cruciale da cui transita circa il 20% del petrolio e il 30% del gas naturale liquefatto prodotti a livello mondiale, è di fatto chiuso dall'inizio della guerra. L'Iran lo sta sfruttando come leva strategica, sia attraverso delle minacce, sia con azioni concrete, per esempio con attacchi alle navi petroliere e c'è uno studio, una ricostruzione del New York Times, secondo cui sarebbero già almeno 16 tra petroliere, navi cargo e altre imbarcazioni commerciali a essere state colpite, ma anche attraverso la posa di mine sottomarine. A queste azioni gli Stati Uniti hanno risposto con un attacco nella notte tra venerdì e sabato, proprio poche ore fa. Trump ha annunciato su Throuth un massiccio bombardamento contro Karg, che è un'isola a circa 25 km dalle coste settentrionali dell'Iran ed è il principale snodo iraniano per l'esportazione di petrolio. Trump ha scritto sul suo social network che l'ordine che ha dato è stato quello di Totally Obliterate, quindi annientare del tutto, annientare completamente gli obiettivi militari presenti sull'isola, ma ha anche detto al contempo di aver chiesto di non danneggiare per il momento le infrastrutture petrolifere per ragioni di decenza, così ha scritto. Durante la settimana, i principali produttori di petrolio del Medio Oriente, che sono Arabia Saudita, Iraq e Kuwait, hanno tutti dovuto ridurre la loro produzione perché, siccome non possono caricare i barili sulle navi petroliere, hanno finito per riempire le loro strutture di stoccaggio. E ad oggi, stando alle parole del segretario all'energia degli Stati Uniti, che è Chris Wright, è improbabile che la marina statunitense possa scortare le navi fuori dallo stretto, che è un'ipotesi che è stata fatta negli scorsi giorni nella scorsa settimana. Perché Wright ha detto che tutte le risorse militari sono concentrate sulla distruzione della capacità offensiva dell'Iran. Conseguenza del blocco dello stretto è stata una volatilità estrema, pazzesca dei prezzi del petrolio a cui abbiamo assistito questa settimana. Il petrolio Brent, che nelle settimane prima della guerra, raramente aveva superato i 70 dollari al barile, è salito fino a 119 dollari al barile lunedì ed è il valore più alto dal 2022 e adesso si attesta intorno ai 100 dollari. Per rispondere a questo, come contromisura, mercoledì l'Agenzia Internazionale per l'energia ha annunciato il più grande prelievo di riserve petrolifere da quando è stata fondata nel 1974. Parliamo di 400 milioni di barili svincolati, che sono quasi il doppio rispetto a quanto era stato rilasciato in risposta all'invasione dell'Ucraina nel 2022. Donald Trump invece ha prima parlato di fine imminente della guerra per cercare a modo suo di rassicurare i mercati, ma poi, dopo avere sentito Putin ha fatto un'altra cosa, ha autorizzato per 30 giorni l'acquisto del petrolio russo che è sotto imbargo. Ed è una decisione che è influenzata anche dai rincari nel prezzo del carburante al distributore. Lo avrete visto in Italia, ma io vi cito un esempio personale, qui in Michigan, negli Stati Uniti da cui vi parlo. La benzina che in media costava poco meno di 3 dollari al gallone, un gallone è poco meno di 4 litri, è aumentata di quasi un dollaro al gallone in pochi giorni, ed è decisamente questo il prezzo più alto che ho visto da quando sono qui, cioè a circa tre anni. E la scelta di liberare il petrolio russo sotto embargo serve a Trump per sì calmare i mercati, ma anche, dicevamo, per rassicurare i suoi elettori. In questi giorni, mentre veniva data la notizia che la guerra in Iran è già costata oltre 11 miliardi di dollari agli Stati Uniti, Trump è stato in Kentucky per un comizio in cui si è concentrato molto sui risultati economici della sua amministrazione in vista delle elezioni di metà mandato che sono in programma a novembre. Ne abbiamo parlato e ne continueremo a parlare. Qual è il precedente? Che nel 2024 Trump fece campagna elettorale anche promettendo prezzi della benzina più bassi. Trump sa benissimo che un'inflazione in crescita, come in questo momento, potrebbe danneggiare anche lui a novembre. Tornando a Putin, l'aumento del prezzo del petrolio è solo uno dei modi in cui la Russia può trarre vantaggio da questa guerra. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei potrebbero trovarsi costretti a distrarre e a distogliere risorse e armi dal sostegno all'Ucraina e anche per questo Putin ha tutto l'interesse che il conflitto in Medio Oriente continui il più a lungo possibile, perché il rialzo dei prezzi alimenta l'economia di guerra della Russia. Passiamo ora ai nuovi fronti della guerra in corso, su tutti in Libano, perché in parallelo agli attacchi contro l'Iran, Israele ha rotto il cessato del fuoco con il Libano. Lo scontro militare si è spostato dal sud del paese, dove è maggiore la presenza di Sbolla, che è il partito milizia supportato dall'Iran, fino al centro di Beirut, la capitale del Libano. Vi leggo dal Med This Week di questa settimana curato da Caterina Roggero e Antonia Ricciardiello. Lo scontro militare tra Israele e Sbolla ha rapidamente scatenato una crisi umanitaria su scala nazionale. Oltre 800.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa degli attacchi aerei delle forze di difesa israeliani, le IDF, e degli ordini di evacuazione nel Libano meridionale e nei sobborghi meridionali di Beirut. Ordini di evacuazione che, aggiungo io, negli ultimi giorni sono stati estesi anche a zone più a nord del fiume Litani, che generalmente delimitava agli scontri nel sud del Libano, e anche alle zone centrali di Beirut. E questo continua l'analisi del Med This Week, è il segnale di una probabile escalation su questo fronte, che ha già coinvolto le comunità civili con un bilancio che supera i 600 morti e i 1500 feriti. Se vi interessa approfondire perché il fronte del Libano è così importante, trovate sul canale YouTube di ISPI un video che abbiamo pubblicato l'anno scorso ma che è ancora attuale. Lo ha realizzato Giorgio Fruscione, che è un nostro ricercatore, e si intitola Il confine tra Israele e Libano non è come gli altri, e analizza proprio la storia di questo confine. Noi invece dobbiamo parlare di un altro fronte, che è quello dell'Iraq. Come scriveva Alessia De Luca nel Daily Focus di giovedì, l'Iraq in passato è già stato il principale teatro dello scontro indiretto tra Stati Uniti e Iran, e dalla settimana scorsa detiene un primato particolarmente inquietante. È l'unico paese della regione ad aver subito attacchi aerei da entrambi i contendenti. I bombardamenti statunitensi si sono concentrati principalmente a sud della capitale Baghdad, mentre gli attacchi aerei dell'Iran hanno riguardato il nord del paese, la regione semi-autonoma che conosciamo con il nome di Kurdistan iracheno. Ed è qui che è avvenuto l'attacco di cui probabilmente avrete sentito parlare in questi giorni contro Kam Singhara, che è una base militare italiana che sta all'interno dell'aeroporto di Erbil. Nell'impatto non ci sono stati né morti né feriti, ma il nostro ministro della difesa, Guido Crosetto, lo ha definito un attacco deliberato perché Kam Singara è una base nato e quindi è una base anche statunitense. Ma perché l'Iraq? L'Iraq è il paese in cui l'Iran possiede alcune delle leve politiche e militari più forti nella regione. Dopo la caduta di Saddam Hussein, che fece seguito all'invasione americana del 2003, l'Iran ha rafforzato progressivamente il proprio sostegno alle milizie armate in Iraq. Milizie che poi hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta dell'ISIS tra il 2014 e il 2017. Con il tempo, migliaia di loro combattenti sono stati integrati nelle istituzioni di sicurezza dello Stato iracheno e hanno mantenuto però un forte allineamento anche con gli interessi geopolitici dell'Iran. Ed è per questo che l'Iraq oggi è così importante, perché l'Iran lo considera il luogo più efficace per colpire indirettamente gli interessi degli Stati Uniti. Vorrei aggiungere una piccola notizia laterale anche per stemperare un po' il clima di tensione attorno a tutto quello che sta succedendo in Medio Oriente. Ed è questa: Che cosa farà l'Iran con i mondiali maschili di calcio che sono in programma negli Stati Uniti tra qualche mese a giugno? Il ministro dello sport iraniano ha dichiarato mercoledì che la nazionale non parteciperà in nessuna circostanza. Il ritiro, però, non è stato confermato ufficialmente né dalla Federazione calcistica iraniana né dalla FIFA. E proprio il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha parlato della situazione con il presidente Trump, i due sono molto amici. E Trump giovedì ha scritto sul suo social network Truth che la squadra dell'Iran è benvenuta negli Stati Uniti, ma ha anche scritto: I really don't believe it's appropriate the day beater, cioè non credo proprio che sia il caso che loro vengano. Vedremo che cosa ne sarà da qui a giugno. Ma nel frattempo l'Iraq, che deve ancora conquistare la qualificazione, rischia proprio di non poter giocare la partita di spareggio che è in programma il 31 marzo perché lo spazio aereo è chiuso. Queste sono piccole storie rispetto ai morti e al prezzo della benzina di cui abbiamo parlato prima, certo, però raccontano quanto ramificata sia la politica internazionale in tutti gli aspetti della nostra società. Settimana scorsa, tra gli appuntamenti da seguire, avevamo parlato delle elezioni legislative in Colombia. Vi do i risultati. Ha vinto la coalizione di sinistra guidata dall'attuale presidente Gustavo Petro, che con il 22,7% ha guadagnato quasi 2 milioni di voti in più rispetto alle ultime elezioni del 2022. Non ci sono stati gravi incidenti e queste elezioni erano l'ultimo test elettorale importante prima delle presidenziali che sono in programma il 31 maggio. Petro non potrà ricandidarsi e i favoriti alle presidenziali sono Ivan Cepeda, della sua stessa coalizione di sinistra, e Abelardo della Esprieia, che è di destra. A loro si aggiungono altri tre candidati che sono emersi proprio dalle elezioni di settimana scorsa e sono Paloma Valencia, del movimento centrista guidato dall'ex presidente Alvaro Uribe, Claudia Lopez, già sindaca di Bogotà di centrodestra, e Roy Barreras, per la sinistra. Sempre in tema elezioni vi devo un aggiornamento sul Nepal, di cui avevamo parlato qualche puntata fa. Non vi avevo dato conto dei risultati perché sono stati ufficializzati solo in questi giorni, dopo quasi due settimane. E ha vinto l'ex sindaco di Kathmandu e anche ex rapper Valendra Shaha, che ha ottenuto quasi due terzi dei seggi alla Camera dei Rappresentanti, che è una grande maggioranza. Shaha ha 35 anni e rappresenta una nuova classe politica per il Nepal e vince in una tornata elettorale che era stata convocata proprio dopo le proteste dell'anno scorso, quelle scatenate dai più giovani, le avevano rinominate le proteste della generazione Z, che erano nate contro una legge per vietare l'uso dei social network e da lì poi si erano espanse a mobilitazioni più trasversali contro l'operato del governo e la cattiva condizione economica del Nepal. Su questo, se volete, trovate di più nell'ultimo Pivot Asia sul sito dell'ISP. Chiudiamo le notizie della settimana con un anniversario perché mercoledì è stato il quindicesimo anniversario dal disastro di Fukushima. Ricorderete senz'altro la centrale nucleare in Giappone che nel 2011 subì un gravissimo incidente a causa di un terremoto di magnitudo 9 e dello tsunami che ne seguì. Dal 2011 il Giappone, che è un paese piuttosto scarso di risorse energetiche, aveva rimodulato la propria strategia energetica, dismettendo progressivamente il nucleare per sostituirlo con più fonti rinnovabili e maggiori importazioni. E oggi, per esempio, oltre l'80% del petrolio che importa arriva da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti attraverso proprio lo stretto di Hormuz che vedevamo prima. Ma proprio questa forte dipendenza dall'energia estera, unita anche alle preoccupazioni che fanno seguito alla guerra in Ucraina, hanno fatto cambiare ancora gli obiettivi del governo. Negli ultimi anni l'espansione delle rinnovabili sta rallentando e la nuova premier Sanai Takai sembra determinata, anzi è determinata, a rilanciare il nucleare, anche perché oggi il ricordo del disastro di Fukushima sta diventando sempre più lontano. L'ultimo piano energetico del Giappone prevede che nel 2040 il nucleare fornisca il 20% del mix elettrico, che è più del doppio rispetto a quanto è stato registrato l'anno scorso. Oggi il Giappone ha 15 reattori operativi e per raggiungere questo 20% sarebbe necessario che entrino in funzione quasi tutti gli altri 21 reattori idonei, ma di questi per il momento solo 3 hanno già l'ok per operare. Apriamo l'agenda della prossima settimana perché ci saranno parecchi appuntamenti europei importanti. Già a partire da lunedì, quando è prevista la riunione dei ministri degli esteri dell'Unione europea. Chiaramente si parlerà di guerra in Ucraina, della situazione in Medio Oriente e delle relazioni dell'Unione con i paesi del Golfo. E saranno direi gli stessi temi al centro poi del Consiglio europeo, cioè la riunione dei capi di Stato e di governo dell'Unione, che è in programma a Bruxelles giovedì e venerdì. C'è più di una ragione per seguire il Consiglio europeo e una di queste è vedere se e come si parlerà di nucleare, anche per quanto ha già detto il presidente francese Macron nei giorni scorsi. Cosa ha detto Macron? Che la Francia ha intenzione di coinvolgere sistematicamente alcuni partner e alleati europei nelle proprie esercitazioni nucleari. Ed è una scelta questa attenzione complementare, non alternativa, cioè non sostitutiva di ciò che è già previsto dalle garanzie e dagli impegni attraverso la Nato. Ma nucleare o no, il riarmo e la strategia di difesa europea restano argomenti centrali nelle discussioni tra gli Stati membri dell'Unione. Antonio Missiroli, che è un senior advisor dell'ISP, ma che è stato anche Assistant Secretary General della NATO, ha scritto in un commentary che un impiego rapido, efficiente ed efficace delle nuove risorse messe a disposizione dei governi europei per la difesa è essenziale per far fronte a minacce che appaiono oggi più plausibili rispetto a un eventuale attacco nucleare. Ecco adesso il tradizionale, ormai potremmo definirlo tradizionale appuntamento con il bollettino elettorale della prossima settimana. In questo caso a cavallo delle settimane, perché gli appuntamenti più importanti sono tre e sono tutti in programma domani, domenica. Si vota in Congo, sono elezioni presidenziali in cui il presidente uscente Denis Sasso Ungueso, che ha al potere quasi ininterrottamente dalla fine degli anni 70, è il favorito per un nuovo mandato. Si vota in Vietnam, sono elezioni legislative che rinnovano l'Assemblea nazionale, cioè l'organo legislativo ed esecutivo che è massima autorità del paese. Tecnicamente sono candidabili tutti i cittadini che hanno più di 21 anni, ma di fatto i seggi sono riservati a candidati affiliati al Partito Comunista del Vietnam, che è l'unico legalmente riconosciuto nel paese. E dovrebbe essere rieletto Toh Am, che ha recentemente ottenuto un secondo mandato come segretario generale del partito comunista in occasione del congresso nazionale. La terza elezione è in Kazakistan, è un referendum sulla nuova costituzione. In questo caso l'obiettivo del presidente Tokayev è completare la transizione da un sistema cosiddetto super presidenziale a una repubblica presidenziale in modo da modernizzare lo Stato e avere un Parlamento più forte. Il referendum sarà monitorato dall'OSHE, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, che ha inviato una missione per controllare la regolarità del voto. Infine, naturalmente, ci saranno sviluppi, aggiornamenti e novità dall'Iran e dalla regione del Golfo. Noi continueremo a seguirli qui dentro 7 più 7, con lo stesso approccio che abbiamo usato finora, cioè non cercando di inseguire le notizie, ma cercando di mettere uno affianco all'altro tutti i pezzi di questa storia, tutti i pezzi di questo puzzle di cui non conosciamo bene l'immagine che verrà fuori quando l'avremo finito. Ci sarà a Palazzo Clerici, da noi a Milano, il terzo appunto. In presenza per commentare quello che succede. Sarà martedì alle 18 e lo troverete come sempre anche sul nostro canale YouTube. E vedrete che qualche estratto, ancora una volta finirà nell'episodio di sabato prossimo, perché noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao!