settepiùsette
Il podcast settimanale di ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che aiuta a fare ordine nel flusso continuo delle notizie globali. Ogni sabato mattina facciamo il punto sui fatti più importanti della settimana e guardiamo a che cosa non perdersi in quella successiva.
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A corto di energia
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Episodio 7: continua la guerra in Medio Oriente e le notizie sono tante. C'è l'uccisione di Ali Larijani in Iran, il fronte del Libano, gli attacchi agli impianti di gas naturale in Qatar. Analizziamo l'impatto della guerra sull'opinione pubblica statunitense – in particolare quella repubblicana – e sull'Unione Europea. Spazio anche per la politica economica, con la decisione della Fed di lasciare inviariati i tassi di interesse negli Stati Uniti. Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui sono previste le elezioni parlamentari anticipate in Danimarca, la CPAC, la principale conferenza di attivisti e lobbisti conservatori negli Stati Uniti, e la quattordicesima riunione ministeriale del WTO.
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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.
Sono stato ingannato da un inizio di settimana relativamente quieto, relativamente più tranquillo rispetto a quelle precedenti. Un inizio di settimana che mi aveva fatto pensare, o forse mi aveva fatto sperare che stessimo tornando a giorni più normali, quindi anche a puntate di 7 più 7 più normali, con notizie che arrivano da fronti diverse e non monopolizzate da un singolo argomento. Chiaramente mi sbagliavo, non è stato così, e anzi, col passare dei giorni sembra che la situazione in Medio Oriente stia entrando in una nuova fase di escalation, in una nuova fase di peggioramento, in particolare per quello che riguarda la crisi energetica. Quindi anche questa settimana l'Iran sarà la cornice che useremo per inquadrare il grosso dei fatti più importanti degli ultimi sette giorni. C'è il regime iraniano che è sempre più decapitato, vedremo cosa significa. Ci sono i vari fronti della guerra, libano su tutti, c'è il grosso tema dell'energia, appunto, ma anche le prime fratture che si iniziano a vedere all'interno dei repubblicani negli Stati Uniti, ma anche nei rapporti che hanno gli Stati Uniti e Israele. Noi parleremo di questo, ma anche di altro. È sabato 21 marzo, comincia una nuova puntata di 7 più 7, ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibek e la prima notizia importante della settimana per quanto riguarda la crisi in Iran, la guerra in Medio Oriente, ha riguardato ancora una volta i vertici del potere iraniano. Martedì Israele ha annunciato di aver ucciso Ali Liji, che aveva 67 anni ed era a capo del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale. La Rijani era un fedelissimo di Ali Kamenei, che è, ormai lo sappiamo, la guida suprema uccisa nei primissimi giorni, nel primo giorno dei bombardamenti, ed era stato scelto personalmente proprio da Kamenei. In questo momento la Rijiani era uno dei leader più importanti di tutta la struttura del potere in Iran, forse il più importante in questo momento in cui le condizioni della nuova Guida Suprema Moshtabak Kamenei sono incerte e di cui si sa poco. La sua uccisione si inserisce nella cosiddetta strategia della decapitazione della leadership iraniana, che gli Stati Uniti, ma soprattutto Israele, stanno portando avanti sin dall'inizio degli attacchi. Si tratta di uccisioni mirate, infatti, oltre alle Rijani, in queste tre settimane sono già state eliminate decine di altre figure di potere in Iran, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sostiene siano necessarie per indebolire il regime e creare le condizioni per una rivolta interna in Iran. Ed è un approccio che Israele ha già adottato in passato. L'esempio più importante, l'esempio più recente, anche, riguarda Hezbollah, che è la milizia partito libanese sostenuta dall'Iran. Nel 2024 Israele riuscì a uccidere il leader di Hezbollah Hassan Nasralla, e quell'uccisione lì portò a un forte indebolimento della milizia e poi al raggiungimento di un fragile cessate il fuoco tra Israele e Libano. Ci torniamo tra poco perché innanzitutto quel cessato il fuoco fu poi violato varie volte, ma è stato rotto ora definitivamente che Israele ha lanciato una nuova offensiva con il Libano. Ci arriviamo fra poco. Quello che bisogna tenere in considerazione adesso è che, come abbiamo già detto nelle scorse puntate, la struttura di potere iraniana è molto complessa, molto strutturata e c'è un lungo elenco di persone, di fedelissimi, pronti a prendere il potere e a sostituire i leader uccisi dall'esercito israeliano o da quello americano. In più c'è l'esercito dei Pazaran, i guardiani della rivoluzione, che potrebbe, secondo alcuni analisti, anche uscire rafforzato da queste decapitazioni. Quindi c'è grande dibattito attorno alla decisione di Israele di proseguire in questo senso. Passiamo quindi agli aggiornamenti dal fronte del Libano, che anche nelle pubblicazioni dell'ISPI abbiamo iniziato a definire la guerra nella guerra. Secondo le organizzazioni umanitarie, nelle ultime due settimane quasi una persona su cinque in Libano è stata sfollata, e parliamo di oltre un milione di persone, e ci sono già oltre 700 morti a causa dei bombardamenti israeliani. Ma perché la situazione in Libano è diversa dagli altri fronti della guerra? Per capirlo dobbiamo appunto ritornare al 2024, questo cessate il fuoco che era stato raggiunto tra Israele e il Libano e che prevedeva, tra le sue condizioni, il disarmo di Esbolla, che lo ricordiamo ancora, è una milizia, una milizia a partito finanziata dall'Iran. Il disarmo di Esbolla, però, rimase solo sulla carta perché la milizia si rifiutò di disarmarsi e di conseguenza le forze israeliane hanno mantenuto il controllo su cinque posizioni nel Libano meridionale e quasi ogni giorno si sono registrate operazioni israeliane, operazioni militari, nonostante appunto fosse formalmente in atto il cessato il fuoco. Come scriveva Alessia De Luca nel Daily Focus di martedì, i razzi che Esbolla ha lanciato in risposta all'uccisione di Kamenei, parliamo dei primi razzi, quelli dei primi giorni, hanno dato a Israele un pretesto per riprendere la guerra. L'obiettivo dichiarato, e qui cito le parole del ministro della difesa Kaz, è distruggere come abbiamo fatto con Hamas a Gaza. Quindi, se il modello da seguire è questo, continua Alessia De Luca, non stupisce che l'ordine di evacuazione abbia scatenato il panico nei villaggi del sud del Libano. Il timore di una spirale di violenza è tale che i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada hanno avvertito che un'offensiva di terra israeliana di vasta portata avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e che deve essere evitata. Il quadro che emerge è quello di una strategia israeliana coerente: sfruttare la finestra aperta del confronto con l'Iran per ridefinire gli equilibri regionali. Se volete approfondire, il fronte libanese è anche al centro del Medis Week di questa settimana che trovate pubblicato sul sito dell'ISPI. Un altro risvolto sempre più preoccupante, e lo continuiamo a vedere, riguarda l'energia, o meglio, il rischio sempre più concreto di una crisi energetica. Su questo fronte, che secondo me è quello su cui si gioca gran parte dell'esito di questa guerra, durante la settimana sono successe parecchie cose. Vediamole. Mercoledì Israele ha colpito con dei bombardamenti aerei le infrastrutture del giacimento di gas offshore, cioè lontano dalle coste, di South Parse, che è un giacimento condiviso dall'Iran e dal Qatar, nonché la principale fonte di gas naturale per l'Iran. A seguito di questo attacco, l'Iraq, che normalmente ricava un terzo del suo gas dall'Iran, ha dichiarato che l'attacco ha messo fuori uso gran parte della sua fornitura di energia elettrica. Nello stesso giorno, quindi sempre mercoledì, il Qatar ha accusato l'Iran di aver attaccato Raslafan, che è uno dei suoi principali centri energetici. E a sua volta l'Iran ha subito un raid aereo contro impianti petroliferi e petrolchimici. Tutta questa serie di attacchi, quindi abbiamo detto Israele contro Iran, Iran contro Qatar e altri attacchi contro l'Iran, hanno causato una nuova impennata nel prezzo del gas, che in Europa è cresciuto del 10% in un giorno, ma hanno anche messo in luce ancora una volta il poco coordinamento e gli obiettivi diversi di Stati Uniti e Israele. E questa è una divergenza che sembra sempre più evidente. Perché? Perché Trump ha detto che gli Stati Uniti non sapevano niente dell'attacco a South Parse, ha detto che si trattava di una iniziativa unilaterale israeliana, e sul suo social network Truth ha detto che no more attacks will be made by Israel, cioè non ci saranno più attacchi da parte di Israele su South Parse. Nello stesso post, però, ha anche minacciato di distruggere tutto il giacimento se gli impianti energetici del Qatar fossero stati nuovamente attaccati da parte dell'Iran. Il giorno dopo, però, quindi giovedì, è emersa una versione diversa della storia, perché Israele ha fatto sapere che sì, gli Stati Uniti erano effettivamente stati avvertiti e Trump ha detto o ha ritrattato la sua versione dicendo che lui aveva avvertito Netanyahu di non attaccare quei siti, quel giacimento. Ma al di là di questa apparente, anzi, al di là di questa concreta mancanza di coordinamento tra i due paesi, che comunque è una notizia di per sé, se ci pensate. Cerchiamo di capire che cosa sta succedendo al mercato dell'energia. Perché l'attacco a Raslafan ha messo fuori uso il circa 17% della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto da parte del Qatar. E questo genera una perdita stimata in 20 miliardi di dollari entro l'anno. Ma soprattutto il Qatar ha detto che ripristinare questa struttura richiederà dai 3 ai 5 anni, quindi si prevede l'inizio di una crisi di lungo periodo. A fronte di questi attacchi, sempre giovedì, è arrivata un'altra notizia molto importante, quasi clamorosa, cioè che gli Stati Uniti starebbero valutando di rimuovere alcune sanzioni sul petrolio dell'Iran proprio per contenere l'impennata dei prezzi. È appunto una mossa che io reputo clamorosa, controversa anche perché le sanzioni sul petrolio sono state a lungo proprio una delle armi principali che hanno usato gli Stati Uniti per bloccare il programma nucleare iraniano. E non solo, se ci pensate bene, autorizzare la vendita di petrolio dell'Iran potrebbe finire per rafforzare proprio il regime iraniano, che è quello contro cui gli Stati Uniti sono entrati in guerra. Il segretario al tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha parlato di circa 140 milioni di barili in acqua, cioè barili che sono stoccati in naci cisterna in mare, che servirebbero per garantire più o meno due settimane di forniture globali. Questo è l'ammontare di riserve su cui si valuta di rimuovere le sanzioni. Se gli Stati Uniti sono arrivati a prendere questa decisione, o perlomeno se la stanno valutando, è perché la crisi energetica si sta aggravando parecchio e l'altra causa principale, oltre ai bombardamenti, resta la chiusura dello stretto di Hormuz, che abbiamo imparato a conoscere perché è importantissimo per la distribuzione di petrolio e gas naturale liquefatto in tutto il mondo. Lo ricordiamo, lo stretto è di fatto chiuso perché è l'Iran che lo controlla e proprio l'Iran ha tutto l'interesse a sfruttarlo come leva al suo favore. Tant'è che il nostro Matteo Villa, che è il responsabile del Policy Lab dell'ISP, lo ha definito la vera arma nucleare a disposizione dell'Iran, non la bomba atomica. Già dalla scorsa settimana sono state fatte varie proposte per forzare la riapertura dello stretto, proposte che vanno dallo scortare le navi a coprire i costi delle assicurazioni che devono sostenere le compagnie petrolifere e che sono sempre più costose, proprio vista la situazione di grande pericolo. Ma un punto critico nello stretto di Ormuz riguarda la presenza di mine subacque nei fondali, mine che rendono molto pericolosa la navigazione. Ci spiega perché il generale Paolo Capitini, che abbiamo già ascoltato nella puntata di settimana scorsa.
SPEAKER_01Non sappiamo che cosa è stato messo nei 10, 12, 15, 20 anni l'anno scorso, tutto Ormuz. Ora le mine non sono più quelle o sono solo quelle che ci immaginiamo con le belle palle, con tutti gli spuntoni che c'è. E poi c'è il discorso che viene rivolto alle assicurazioni. Chi se lo prende questo rischio?
SPEAKER_00E in tutto questo l'Europa? È una domanda che ci facciamo sempre. Che cosa fa l'Europa? Come risponde l'Europa? C'è qualche passo avanti, qualche novità questa settimana, perché giovedì alcuni paesi europei, c'è l'Italia, c'è il Regno Unito, la Germania, la Francia, ma anche il Canada e il Giappone, hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui si dicono pronti a contribuire alla messa in sicurezza dello stretto di Hormuz. Non si sa ancora in che modo, concretamente, ma è già un passo avanti che è interessante registrare perché nelle settimane scorse c'era stata una totale chiusura da parte dei paesi europei rispetto all'eventualità di andare in soccorso, andare in aiuto degli Stati Uniti e infatti Trump si era parecchio infastidito. Parlando più strettamente di Unione Europea, c'è stata tra giovedì e venerdì la riunione del Consiglio europeo, cioè la riunione dei capi di Stato e di governo dei 27 paesi. Si è parlato evidentemente di questo tema, cioè dell'energia, e i 27 paesi rimangono d'accordo sulla liberarsi dalla dipendenza da paesi terzi, da produrre l'energia internamente, possibilmente energia pulita, quindi facilitare la transizione verde. Ma nel corso del vertice si sono delineate due fazioni contrapposte su come fronteggiare l'aumento dei prezzi nel breve periodo, cioè proprio come rispondere allo shock economico che sta causando la guerra in Iran. C'è un fronte che potremmo chiamare interventista, lo guidiamo noi, lo guida l'Italia, e tra gli altri figurano la Grecia, la Polonia, l'Ungheria, l'Austria, ma anche la Repubblica Ceca e la Romania, che chiede misure immediate per contenere i prezzi e propone la sospensione o quantomeno la revisione del cosiddetto sistema di scambio delle emissioni, l'ITS, che potrebbe, a detta di questi paesi, servire per ridurre i costi della bolletta. L'altro fronte più prudente, potete immaginare chi c'è dentro: c'è la Germania, ci sono i paesi del nord Europa, ma ci sono anche Spagna e Portogallo. Si oppone alle modifiche radicali a questo sistema, al sistema ITS, che è di fatto, e questo è un fatto, è il pilastro della politica climatica dell'Unione Europea. E questo fronte più prudente teme che interventi massicci possano distorcere il mercato interno e minare la fiducia degli investitori. Stiamo assistendo all'ennesimo scontro tra anime diverse all'interno dell'Unione a cui aggiungo e vi propongo il punto di vista di Silvie Goulard, che è già stata parlamentare europea, ma anche ministra delle forze armate in Francia e vice governatrice della Banca di Francia.
SPEAKER_02Dobbiamo vedere appunto se la soluzione del futuro è una dipendenza, o se dobbiamo coltivare le risorse che abbiamo. E su questo io non cambio idea. C'era una cosa, una decisione strategica che si chiamava il Green Deal, che aveva un obiettivo di renderci indipendenti attraverso l'uso dei rinnovabili, che ogni tanto hanno anche il problema a tutti i compri, i pannelli solari, eccetera. Lo voglio semplificare, ma è vero che mettere fine alla dipendenza, ai Forsai Fuse è una necessità assoluta e distruggere il mercato IGS in mezzo a una guerra nel golfo, è la cosa più sciolista, più veduta corda che si può immaginare.
SPEAKER_00Per chiudere con gli aggiornamenti dal Medio Oriente, che anche questa settimana ci sono serviti per parlare un po' di tutto il resto, facciamo il punto sulle conseguenze politiche di queste notizie per Trump e per gli Stati Uniti, o meglio, per la politica degli Stati Uniti. Vi sarete forse accorti che tengo sempre questo blocco alla fine degli aggiornamenti sul Medio Oriente. Non è una scelta editoriale particolare, semplicemente aspetto fino all'ultimo per chiuderlo, per cercare di tenere dentro tutte le notizie che arrivano da Washington, dato che le cose che dice Trump sono tante, sono contraddittorie. Anzi, ho letto un tweet piuttosto divertente nei giorni scorsi che diceva più o meno Trump sta dicendo contemporaneamente di avere vinto la guerra, di stare vincendo la guerra, di avere bisogno di aiuto per vincere la guerra e di non avere bisogno di aiuto per vincere la guerra. Se ripercorrete tutte le cose che ha detto Trump in questi giorni vi accorgerete che più o meno è così, ma battute a parte, la notizia più grossa della settimana è quella delle dimissioni di Joe Kent, che era il direttore del centro nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti. Più che le dimissioni in sé, a fare notizia sono state le motivazioni. In una lettera Kent ha scritto questo: Non posso appoggiare la guerra in corso in Iran, che non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti. E qui riemerge un po' il discorso che facevamo prima sulla possibile frattura e differenza di vedute tra Stati Uniti e Israele. Chi era Kent? Era stato nominato da Trump pochi mesi fa e, come tutte le persone che hanno degli incarichi di rilievo nell'amministrazione degli Stati Uniti, viene dal mondo maga, cioè da quella galassia di politici e funzionari estremamente fedeli a Trump e alle sue idee più radicali. Scrive Mario Del Pero in un commentary per ISP che la sua defezione segnala un malessere che, se consolidato ed espanso, potrebbe avere rilevanti conseguenze politiche ed elettorali, e ci mostra una insofferenza crescente e politicamente trasversale verso la relazione speciale degli Stati Uniti con Israele. Insofferenza questa, che talora rischia di tracimare in un antisemitismo che ha radici profonde nella storia e nella cultura della destra statunitense, ma che segnala anche un cambiamento profondo nell'attitudine di una parte ampia, se non maggioritaria, dell'elettorato statunitense nei confronti dello storico alleato israeliano. Nella sua riunione di mercoledì, la Federal Reserve, che è la banca centrale degli Stati Uniti, ha deciso di non toccare i tassi di interesse, che restano invariati al 3,5-3,75%, ed è la seconda volta consecutiva che i tassi non vengono toccati. È una notizia, anche perché Trump chiede da mesi che questi tassi vengano abbassati e vorrebbe anche sostituire il capo della Federal Reserve, Jerome Powell. Facciamo una breve spiegazione. Le banche usano i tassi di interesse come strumento per controllare l'andamento dei prezzi e reagire agli shock economici. I tassi di interesse vengono alzati quando i prezzi stanno crescendo troppo, l'abbiamo visto negli ultimi anni con l'inflazione, vengono abbassati quando i prezzi stanno crescendo troppo poco e la richiesta di Trump va letta proprio come la volontà di dare maggiore stimolo all'economia abbassando i tassi di interesse. Dal canto suo, Powell nel motivare la decisione di mantenere i tassi invariati, ha sottolineato la grande incertezza di questo momento che, appunto, è caratterizzato dalla guerra in Iran, dall'impennata dei prezzi dell'energia, ma anche da segnali contrastanti che provengono dal mercato del lavoro interno negli Stati Uniti. Powell ha detto che la Federal Reserve con le sue operazioni sta cercando un equilibrio tra due obiettivi: che sono un'inflazione bassa e un mercato del lavoro sano. In una situazione in cui in questo momento i rischi per il mercato del lavoro sono a ribasso e quindi ci vorrebbero tassi più bassi, ma i rischi per l'inflazione, viste le congiunture internazionali, sono a rialzo e quindi ci vorrebbero tassi più alti o comunque non una riduzione dei tassi. Bisogna aggiungere per completare l'informazione, che Powell ha un mandato in scadenza il 15 maggio e Trump ha già pronto con chi sostituirlo, lo vorrebbe sostituire con Kevin Walsh, anche se la sua nomina deve essere ancora ratificata dal Senato, e volendo, Powell potrebbe rimanere in carica fino al 2028. Che cosa ci riserva la prossima settimana? Martedì si vota in Danimarca. Sono elezioni parlamentari anticipate che la Premier Matte Fredricksen ha convocato in un momento di grande popolarità nei sondaggi, una popolarità che deve in buona parte alla sua ferma opposizione agli obiettivi di Trump verso la Groenlandia, che è un territorio della Danimarca. Lo ricorderete sicuramente, all'inizio dell'anno Trump ha insistito molto sulla necessità degli Stati Uniti di acquisire, di comprare, di annettere la Groenlandia per ragioni a suo dire di sicurezza nazionale come forma di protezione dalla Russia e dalla Cina. Fredricksen si è sempre detta contraria a ogni ipotesi di vendita o di cessione e ha ripetuto in diverse occasioni che la sovranità del suo paese non è negoziabile. Oggi Fredricksen, che fa parte del Partito dei Socialdemocratici, guida una grande coalizione di governo di cui fanno parte anche centrodestra e centro-sinistra. E in Danimarca il sistema politico è proporzionale e gli elettori possono esprimere le proprie preferenze. Io in questi giorni sono a Copenaghen e la città è piena di manifesti con i volti dei candidati e delle candidate. Ho parlato per curiosità un po' in giro con alcune persone e mi è parso di capire che la questione Groenlandia non sia vista proprio come una grande priorità in questa campagna elettorale. Però ho percepito che le minacce di Trump vengono prese seriamente. Ad oggi i sondaggi vedono un rafforzamento dei partiti di opposizione sia di destra che di sinistra e un crollo dei consensi proprio per i partiti della grande coalizione centrista attualmente al governo. Anche se, appunto, dal piccolo campione non rappresentativo delle persone che ho intervistato, diciamo, ritiene che alla fin fine la grande coalizione al governo in questo momento vincerà di nuovo. Vedremo. Ma appunto, se in questi giorni non mi trovassi in Europa, probabilmente la settimana prossima avrei cercato di volare a Dallas, in Texas, per partecipare alla CIPAC, cioè l'annuale conferenza di riferimento per il mondo conservatore statunitense e non solo. CIPAC sta per Conservative Political Action Committee, quindi il Comitato per l'Azione Politica Conservatrice, e la conferenza è in programma da mercoledì a sabato ed è un appuntamento importante a cui partecipano politici, attivisti, finanziatori, lobbisti e persone a vario titolo interessato o coinvolte nel mondo conservatore e, nel caso specifico degli Stati Uniti, nel mondo maga, appunto, quello più radicale. Perché quest'anno è importante? Perché, oltre al lungo elenco di politici repubblicani e fedelissimi di Trump, che sono attesi, nella lista degli speaker c'è anche Reza Palavi, che è il figlio dell'ultimo scih, cioè dell'ultimo sovrano dell'Iran, che vive in esilio dalla rivoluzione del 1979. Sarà interessante vedere che cosa dirà nel suo intervento e che cosa uscirà dalla conferenza in generale in questa fase parecchio turbolenta per l'Iran e, come abbiamo visto prima, anche per Trump e per tutto il mondo repubblicano. Infine, nella seconda parte della prossima settimana si riunirà a Hondi in Camerun la conferenza ministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, e sarà da tenere d'occhio proprio per questa fase delicata del commercio globale tra i dazi e la crisi energetica. Del WTO si discute da tempo, si discute del suo ruolo, se sia ancora rilevante, se andrebbe riformato, come andrebbe riformato, e la conferenza ministeriale sarà importante proprio per riaprire questo dibattito. E, stando ai briefing che ho letto sul sito dell'organizzazione, l'obiettivo sarebbe trovare un accordo che avvi un processo di riforma già a partire da aprile. Questa era l'ultima notizia. Grazie ancora per il supporto che continuate a dimostrare verso questo progetto, verso questo podcast. Mi raccomando, condividetelo, fatelo girare, fatelo conoscere ad altre persone. Seguitelo sulle piattaforme e noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI. collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao.