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Un ultimatum al giorno

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Episodio 8: parliamo dei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra in corso in Medio Oriente. Ricordiamo il colpo di stato in Argentina a cinquant'anni di distanza, commentiamo l'accordo commerciale tra Unione Europea e Australia e il recente report ONU per i diritti umani ad Haiti. Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui Macron sarà in visita in Corea del Sud e Giappone e il presidente siriano ad interim Ahmed al-Sharaa viaggerà a Londra e Berlino.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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Dal 28 febbraio, quando ci siamo svegliati con le notizie dei primi bombardamenti contro l'Iran, è passato un mese. E oggi sembra chiaro che Stati Uniti e Israele siano in una posizione più debole, abbiano sottovalutato le capacità dell'Iran di reagire e la Repubblica Islamica sia in una posizione migliore rispetto ai suoi avversari. Mentre Iran e Israele hanno obiettivi molto chiari, che sono la sopravvivenza per l'Iran e il desiderio di prevalere con la forza per Israele sembra sempre meno chiaro lo scopo di Trump in questa guerra, voglio dire perché ci è entrato ma anche come pensa di uscirne. Lo avevamo già detto nelle scorse puntate che il baricentro del conflitto si è spostato sull'energia e gli Stati Uniti stanno disperatamente cercando un accordo che ripristini il traffico nello stretto di Hormuz o almeno garantisca il passaggio di alcune navi selezionate. E gli ultimi giorni sono stati tutto un susseguirsi di ultimatum, scadenze, piani in 15 punti, risposte in 5 punti, ma se c'è una cosa che abbiamo imparato avendo a che fare con Trump e il suo approccio transazionale, voglio dire il suo approccio basato sempre e solo su un accordo a somma zero è che le scadenze contano fino a che non contano più. Intanto i giorni passano, il prezzo del carburante cresce e i bombardamenti non si fermano. I dati riportati da Al Jazeera parlano di oltre 3.000 morti e 32.000 feriti in 16 paesi diversi in tutta la regione. Noi parleremo di questo ma anche di altro. È sabato 28 marzo comincio una nuova puntata di 7 più 7. Ciao, bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e partiamo subito con gli aggiornamenti dall'Iran, come di consueto. La settimana in Medio Oriente è stata scandita da un botte risposta tra gli annunci di Trump, le risposte dell'Iran, le controrisposte di Trump ed è un copione che abbiamo già visto tante volte da quando Trump è ritornato presidente. Pensate soltanto a tutta la trafila dei dazi tra annunci e smentite che ci sono stati l'anno scorso ma anche poi all'inizio di quest'anno. Trump ha rilasciato una serie di dichiarazioni in cui ha alternato aperture diplomatiche e minacce militari in un modo, secondo molti analisti, volutamente ambiguo. Tenere il passo con tutte le cose che ha detto non è facile, lo premetto, però ci proviamo. Allora, innanzitutto la settimana si era aperta con un ultimatum di Trump all'Iran, con cui aveva chiesto di riaprire lo stretto di Hormuz entro la mezzanotte di lunedì, altrimenti minacciava di attaccare le centrali elettriche. È un ultimatum a cui, per tutta risposta, l'Iran ha replicato minacciando di chiudere del tutto lo stretto di Hmuz e bollando addirittura le affermazioni di Trump come fake news, come disinformazione e dando evidentemente un forte segnale sulla non disponibilità della Repubblica Islamica a alcun tipo di negoziato. Cosa è successo allora? Che Trump, tramite il suo social network Throute, ha annunciato la sospensione per cinque giorni di eventuali attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, dicendo che fossero in corso trattative di alto livello con un top guy molto produttive per chiudere la guerra. Ed è subito tornato in tendenza l'acronimo Taco che è Trump Always Chickens Out, cioè Trump si tira sempre indietro. Che se vi ricordate era diventato molto di moda durante la stagione dei dazi, proprio per indicare la tendenza di Trump a ritrattare o comunque a smentire le sue stesse dichiarazioni quando non ottiene immediatamente quello che vuole. A questo punto siamo a martedì e questa sospensione annunciata da Trump sembrava dare qualche speranza per una tregua e anche i mercati, particolarmente nervosi per l'aumento dei prezzi dell'energia, lo vediamo fra poco, avevano dato dei segnali positivi. Un ottimismo che, però, si è scontrato subito con il proseguire dei bombardamenti tra Teheran, Tel Aviv, Gerusalemme e le capitali arabe della regione. Quindi nei giorni successivi gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 15 punti per porre fine alla guerra. Proposta che includeva tra le varie richieste che l'Iran smantelli i propri siti nucleari, quelli che erano già stati molto pesantemente bombardati dagli Stati Uniti nella guerra di 12 giorni del giugno dell'anno scorso, ma che interrompa anche l'arricchimento dell'uranio e il suo programma missilistico e ovviamente che riapra lo stretto di Hormuz. In cambio dell'accettazione di questi 15 punti, gli Stati Uniti avrebbero offerto la revoca delle sanzioni sul programma nucleare iraniano. È un piano che l'Iran, neanche a dirlo, ha giudicato irragionevole e a cui ha rilanciato con una propria lista di 5 condizioni, tra cui la chiusura di tutte le basi militari americane nella regione e il pagamento di risarcimenti di guerra per i danni subiti dall'aggressione statunitense a partire dal 28 febbraio. Nella newsletter Mad This Week di questa settimana, che è curata da Antonia Ricciardiello e Caterina Roggero, Gianluca Pastori, che è un senior associate fellow di ISP, commenta così la situazione in cui si ritrova Trump, o meglio, tutti gli Stati Uniti. La priorità della Casa Bianca è porre fine alla guerra con un accordo che salvi la faccia. Aumentare la pressione su Teheran, minacciando il dispiegamento di truppe di terra sembra più una mossa tattica che un'opzione militare pratica, considerando i potenziali costi umani e politici. Sul fronte interno, un disimpegno statunitense potrebbe costare al presidente parte del voto ebraico alle prossime elezioni di metà mandato. Siamo evidentemente ancora molto lontani da un punto d'incontro, e in effetti i tentativi diplomatici sembrano smentiti dalla cronaca, visto che appunto i bombardamenti nella regione continuano e gli Stati Uniti hanno inviato duemila paracadutisti in Medio Oriente che, se consideriamo anche i circa 4.500 Marines già in viaggio verso la regione, porta il numero totale di truppe statunitensi di terra che sono state inviate nella zona di guerra dall'inizio del conflitto, quindi dal 28 febbraio, a quasi 7.000 unità. Tra l'altro, proprio ieri venerdì ha iniziato a circolare la notizia secondo cui il Pentagono starebbe valutando l'invio di ulteriori 10.000 soldati. Ma quindi, davanti a tutte queste smentite, accordi, negoziati, ultimatum, a che punto siamo adesso? Siamo davanti a un altro ultimatum di Trump, altri 10 giorni per negoziare prima che, dice lui, riprendano gli attacchi contro le strutture energetiche iraniane. Peraltro dieci giorni annunciati da Trump non a caso, pochi minuti prima della chiusura delle borse giovedì sera. Aggiungo un altro elemento, cioè non è chiaro chi dovrebbe fare da mediatore in queste trattative. In questi giorni si è fatto avanti il Pakistan, che sta cercando un po' di accreditarsi in questo ruolo, anche qui non a caso, visto che il Pakistan non è direttamente coinvolto nel conflitto, ma ne paga le conseguenze, specialmente per quanto riguarda l'energia. Abbiamo visto quanto l'Asia sia molto impattata nel breve termine. Ma soprattutto il Pakistan ha un rapporto diretto sia con la Casa Bianca, ricordo che il Pakistan è nel board of peace di Trump, quello per Gaza, ma ha anche un legame molto forte con l'Arabia Saudita. La mediazione fra Stati Uniti e Iran è un tema che ha approfondito anche Ugo Tramballi nel suo blog Perispi, in cui scrive: Come nel suo stile, Trump ha già venduto per suoi i colloqui invece promossi dal Qatar e dall'Oman, o da Egitto e Turchia, paesi mediatori, i primi due per vocazione. Diversamente dai conflitti nei quali l'Emirato e il Sultanato del Golfo sono stati negoziatori equidistanti, in questo sono parte in causa. Ospitano interessi americani e sono stati bombardati dagli iraniani, ma non hanno mai risposto il fuoco. Si sono limitati ad abbattere missili e droni, quando ci sono riusciti, senza reagire. Questo può fare di loro dei negoziatori ancora più credibili, ma per quale pace? Fermando la guerra a Gaza, Trump aveva annunciato di portare la pace nell'intero Medio Oriente, non l'ha garantita nemmeno a Gaza. E allora, mentre la diplomazia sembra impantanata, sui mercati finanziari continuano le incertezze e il rischio di una crisi energetica si fa sempre più concreto. Giovedì la borsa statunitense ha segnato il calo giornaliero, cioè il calo rispetto alla chiusura precedente, più consistente dall'inizio della guerra, infatti non a caso quell'annuncio dei dieci giorni arrivato proprio giovedì. E in generale l'indice SP 500, che è un indice di riferimento per i mercati americani, per i mercati degli Stati Uniti, è in perdita per la quinta settimana consecutiva, la prima volta in quattro anni. Il prezzo del petrolio questa settimana si aggira intorno ai 108 dollari al barile e le conseguenze dell'aumento dei prezzi e della scarsa disponibilità di risorse si sta iniziando a far sentire un po' dappertutto, specialmente come dicevamo, in Asia, che è la zona del mondo più colpita nel breve periodo. Solo per farvi un esempio, nelle Filippine da giovedì centinaia di lavoratori del settore dei trasporti hanno iniziato uno sciopero, uno sciopero per protestare contro l'impennata dei prezzi del carburante a pochi giorni dalla dichiarazione di stato di emergenza energetica nazionale da parte del presidente delle Filippine. L'Europa, ne abbiamo parlato nelle puntate scorse, rischia di entrare in crisi più avanti, diciamo, anche se abbiamo visto che anche in Italia i prezzi dei carburanti sono già cresciuti e non poco. Viene da chiedersi quanto possiamo resistere con il blocco di Ormuz. Per rispondere a questa domanda vi propongo l'analisi di Massimo Nicolazzi, che è senior advisor di ISP, ed è intervenuto durante il quarto appuntamento dal vivo per discutere della guerra in Iran che abbiamo organizzato qui nella sede dell'ISPI a Milano.

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Il grado di resistenza dipende dalla ricchezza del resistente e il nostro grado di resistenza, io penso, anche questa volta si misurerà molto più sul gas che sul petrolio. E lo dico perché probabilmente il petrolio, quando riprende a navigare e riprende a produrre, noi abbiamo una situazione sul gas di danno infrastrutturale pesante in Qatar e noi la settimana prossima vedremo arrivare in Europa le ultime navi caricate prima della crisi, perché ci mettono più o meno 35 giorni di navigazione. E quindi lì ci giocheremo una partita particolarmente pesante, sulla quale la durata conterà molto di più che non sul petrolio, perché lì ho un po' più di capacità di resistenza, ce la dovremmo avere.

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Chiudo il blocco sulla guerra in Medio Oriente di questa settimana con un piccolo segm dedicato al nucleare, perché forse non sapete che Israele è considerato l'unico paese in Medio Oriente con armi nucleari, anche se non ne ha mai confermato né negato l'esistenza. È uno spunto che prendo da un Carosello che abbiamo pubblicato sulla pagina Instagram di ISPI. Il programma nucleare israeliano è avvolto da decenni in una sorta di ambiguità, perché non viene dichiarato, non è sottoposto a ispezioni e proprio per questo funziona anche come deterrente, perché le stime parlano di almeno 90 testate nucleari e della capacità israeliana potenziale di produrne molte altre. Dall'altra parte c'è l'Iran. L'Iran, l'abbiamo già ricordato varie volte, non possiede armi nucleari e ha firmato anche un trattato che consente solo lo sviluppo di energia nucleare civile sotto il controllo internazionale. E secondo l'Agenzia atomica dell'ONU non ci sono prove che stia sviluppando una bomba, anche se, come abbiamo visto, è proprio la minaccia del nucleare iraniano che è la principale giustificazione degli attacchi iniziati il mese scorso da Stati Uniti e Israele. Per riprendere il discorso che facevo nell'introduzione della puntata, questa guerra ora sta prendendo tre direzioni: nucleare o non nucleare. L'Iran vuole sopravvivere, Israele lo vuole distruggere e gli Stati Uniti non si capisce bene che cosa vogliono fare. Proprio perché appunto il tema del nucleare non è veramente al centro del contendere, dato che il suo programma è stato pesantemente danneggiato e quasi annichilito già negli attacchi di agosto dell'anno scorso. E siccome molti avete apprezzato i commenti del generale Capitini che ho proposto nelle ultime puntate di 7 più 7, vi segnalo un video che abbiamo pubblicato in questi giorni sul canale YouTube di ISP in cui il generale, intervistato dal nostro Francesco Petronella, analizza proprio le tre guerre diverse in corso in Medio Oriente, quella degli Stati Uniti, quella di Israele e quella dell'Iran. Dicevamo nella scorsa puntata delle elezioni in Danimarca. Si è votato martedì e il Partito dei Social Democratici, guidato dalla premier uscente Mette Fredericsen, ha vinto come ci si aspettava, ma non è riuscito a ottenere la maggioranza per via di un risultato al di sotto delle aspettative. In totale, la coalizione di centro-sinistra ha 84 seggi, che sono sei in meno dei 90 necessari per avere la maggioranza. Il blocco di centrodestra ne ha ottenuti invece 77. Le due coalizioni principali escono quindi indebolite ma anche un po' ridimensionate da questa tornata elettorale. E adesso, per formare il nuovo governo, sarà decisivo il ruolo dei moderati, guidati da Lars Locke Erasmussen, che ora in gergo politico è quello che viene definito il kingmaker, visto che ha 14 seggi che potrebbero spostare la bilancia della maggioranza da una parte o dall'altra. Fredricksen, nonostante i Social Democratici abbiano perso 12 seggi, punta comunque a un terzo mandato, ed è probabile appunto che l'orientamento del prossimo governo danese si sposti più verso il centro che verso il centro-sinistra, dove si era posizionato ora. Questa settimana è caduto il cinquantesimo anniversario dal golpe militare in Argentina, il golpe in cui nel 76 le forze armate argentine presero il potere e instaurarono una dittatura che durò fino al 1983. In quegli anni circa 30.000 persone, accusate di essere dissidenti politici, furono arrestate. Sono quelli che noi chiamiamo i desapareidos, di cui non si seppe più niente da allora, e anzi ad oggi solo 1.400 corpi sono stati ritrovati su 30.000. È un anniversario interessante da ricordare perché l'Argentina è l'unico paese che ha fatto i conti, che ha saputo fare i conti su larga scala con i delitti commessi da un regime totalitario. A questo proposito scrive Emiliano Guanelle in un commentary per ispi che abbiamo pubblicato proprio in occasione dell'anniversario che, nonostante il patto di silenzio dei militari, che non hanno mai collaborato con la giustizia, è stato scoperchiato il periodo più cupo della storia recente, garantendo così la costruzione collettiva di una cultura di memoria, verità e giustizia. Ma ve ne parlo anche perché oggi proprio la memoria della dittatura argentina è al centro di uno scontro politico perché i tagli che ha imposto il presidente Javier Milei hanno colpito musei, memoriali e anche organizzazioni per i diritti umani. E in tutto questo il governo promuove una lettura revisionista in un certo senso, cioè che ridimensiona i crimini del regime e sottolinea la violenza delle guerriglie di sinistra. Scrive sempre Guanella. Per Milei sarebbe necessaria un'accurata rilettura della storia, a iniziare dalle scuole e dall'università. Il presidente è un convinto sostenitore della cosiddetta teoria dei due demoni, secondo la quale i militari furono costretti a prendere il potere per far fronte alla guerriglia che avrebbe potuto trasformare l'Argentina in una dittatura comunista come accaduto a Cuba. Milei non nega le violazioni dei diritti umani commesse dal regime, ma le relativizza, inquadrandole in un clima e un contesto di guerra civile. E non è un caso che la Casa Rosada, cioè la sede del potere esecutivo argentino, non promuova nessuna commemorazione il 24 marzo, giorno festivo e intitolato giustamente alla memoria dell'orrore del passato. Continuiamo questo giro del mondo dal Medio Oriente all'Argentina e andiamo in Australia perché martedì la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stata in Australia per la firma di un accordo, anzi di due accordi, cioè una partnership sulla sicurezza e la difesa, e un trattato di libero scambio. È una firma importante perché rafforza la collaborazione tra noi, tra l'Europa e l'Australia, in una zona del mondo particolarmente delicata, cioè la cosiddetta regione Indo Pacifica. È un accordo importante perché oggi il commercio bilaterale di beni tra Unione Europea e Australia è di quasi 50 miliardi di euro all'anno, ma finora i dazi in vigore avevano impedito entrambe le parti di sfruttare al pieno il potenziale di questi 50 miliardi. Con il nuovo accordo, il 99% di questi dazi viene eliminato per ampliare l'accesso al mercato australiano. E inoltre l'intesa elimina i dazi europei sui minerali critici australiani, tra cui litio e manganese. I minerali critici o le terre rare abbiamo imparato a conoscerli per la loro importanza cruciale, visto che sono essenziali per praticamente tutto quello di tecnologico che usiamo, ma anche per il fatto che sono molto scarsi, ce ne sono pochi. E quindi è questa una mossa importante perché entrambi i paesi sono preoccupati dal fatto che la Cina controlli oggi il 90% della lavorazione mondiale di terre rare. Per allargare un po' la prospettiva, questi accordi sono il risultato di un negoziato iniziato nel 2018 e si inseriscono nella strategia europea di maggiore diversificazione di partner appunto nella regione dell'Indo-Pacifico, dopo intese recenti con Indonesia e con l'India. Puntare a una riforma delle catene di approvvigionamento e cercare di cooperare con partner affidabili riflette un po' tutte le tensioni globali che ci sono a livello mondiale sul commercio, sull'energia, ma anche sulla sicurezza e che sono evidentemente accentuate dalle crisi internazionali come il conflitto in corso in Iran. Prima di passare alla prossima settimana vorrevo ritagliare un piccolo spazio per parlare di Haiti, perché l'ONU ha pubblicato un rapporto sui diritti umani ad Haiti in cui denuncia l'espansione delle gang che ha portato a oltre 5.500 morti e 2600 feriti in poco più di un anno, dall'inizio del 2025. Sono violenze queste che coinvolgono non solo le bande criminali, ma anche forze di sicurezza e gruppi di autodifesa, cioè quelli che si autoproclamano giustizia popolare. Perché ve ne parlo? Perché è importante. Perché il rapporto dice che le gang controllano rotte strategiche finanziandosi attraverso rapimenti, estorsioni e traffici e utilizzano violenze estreme, incluse esecuzioni e stupri, per terrorizzare la popolazione. Leggo sempre dal rapporto che viene denunciato anche l'utilizzo eccessivo della forza da parte della polizia, con esecuzioni sommarie e operazioni letali condotte anche da società militari private che non sono dotate di adeguati meccanismi di responsabilità. Ad Haiti, nonostante alcuni progressi giudiziari prevalgono impunità e debolezza dello stato di diritto. In questo rapporto l'ONU mette in evidenza la necessità di rafforzare la giustizia e la sicurezza nel rispetto dei diritti umani, appunto, al fine di colpire i finanziatori delle gang e affrontare la disuguaglianza socio-economica che è alla base della crisi in tutto lo stato di Haiti. La settimana prossima si concluderà con il weekend di Pasqua e questo forse spiega un'agenda non particolarmente ricca di appuntamenti. Vi segnalo soltanto qualche visita. La settimana prossima Trump avrebbe dovuto volare a Pechino per incontrare il presidente cinese Xi Jinping, ma l'incontro è stato rinviato a metà maggio per via ovviamente di quello che sta succedendo in Iran, ma anche perché i colloqui preparatori che si fanno tra le delegazioni dei due paesi prima che si incontrino, diciamo, i vertici, i presidenti ad altissimo livello. Dicevo, questi colloqui preparatori erano stati pochi e poco proficui. Quando si incontreranno sarà il primo incontro tra il presidente statunitense e il presidente cinese in otto anni, perché l'ultimo era stato proprio Trump durante il suo primo mandato nel 2017. L'Asia resta comunque al centro di visite perché il presidente francese Macron sarà sia in Giappone che in Corea del Sud praticamente tutta la settimana, da martedì a venerdì. Sarà prima in Giappone e poi in Corea del Sud, dove incontrerà ovviamente i vertici dello Stato. Sempre sul filone visite, in chiusura vi segnalo una notizia che è stata data ieri, venerdì. Il presidente siriano ad interim, Ahmed Al-Shara, sarà in Europa nei prossimi giorni. In visita, si dice, prima a Londra e poi a Berlino. È un viaggio che lui avrebbe dovuto già fare nei mesi scorsi e che era stato rinviato a causa della situazione molto delicata in Siria, perché all'inizio dell'anno c'erano stati scontri molto forti tra l'esercito siriano e le forze democratiche siriane, che sono quelle che conosciamo con il nome di curdi. E i curdi, appunto, erano infine crollati, dando ad Al-Shara il controllo di gran parte della Siria orientale. Questo per Al-Shara sarà un viaggio d'affari in un certo senso, perché a Berlino, oltre al cancelliere tedesco Frederick Merz, dovrebbe partecipare anche a una tavola rotonda con i leader del mondo imprenditoriale. E i temi principali dei colloqui riguarderanno il ritorno dei rifugiati siriani e la ricostruzione della Siria dopo anni di guerra civile. Per questa settimana abbiamo finito. La prossima, come dicevamo, è il weekend di Pasqua, ma 7 più 7 non si ferma. Ci rivediamo, ci sentiamo sabato prossimo, come sempre. Ripartimo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao.