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Età dell'oro o età della pietra?

ISPI

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Episodio 9: parliamo del discorso alla nazione tenuto da Donald Trump, utile chiave di lettura per analizzare gli sviluppi della guerra in Iran, dall'economia alla crisi energetica, dai fronti militari alle alleanze. Parliamo anche della nuova legge che introduce la pena di morte in Israele e diamo qualche aggiornamento da Cuba. Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui il segretario generale della NATO Mark Rutte volerà a Washington per tentare un riavvicinamento con Trump e in cui si terranno le elezioni in Ungheria, il cui esito potrebbe influenzare il futuro dell'Unione Europea.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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Sono tornato negli Stati Uniti dopo due settimane passate in Europa e due settimane sono bastate per vedere i primi effetti concreti della guerra in Iran sulla vita di tutti i giorni, sulle cose che riguardano tutti noi. C'è il prezzo della benzina, ovviamente l'indicatore più evidente, lo abbiamo visto anche in Italia, ma ci sono anche cose più piccole, per esempio il costo di una lavatrice nella lavanderia del mio palazzo, che di colpo, senza dire niente a nessuno, è passato da 2,50 dollari a 2,75 dollari così. C'è anche qualche ristorante o bar che ho già visto aggiunge un piccolo extra al conto per sostenere i maggiori costi, è una cosa che forse vi ricordate l'abbiamo vista anche in conseguenza della guerra in Ucraina qualche anno fa. Nel frattempo, diversi paesi dell'Asia hanno già adottato misure molto più drastiche per rispondere alla crisi energetica come chiusura delle università, blackout programmati e anche giorni festivi durante la settimana per limitare gli spostamenti e quindi limitare l'uso del carburante. Insomma, lo dicevamo già nelle scorse puntate, la dimensione economica, la dimensione energetica di questa guerra in Iran pesa di gran lunga già molto di più di quella militare e la situazione sembra poter solo peggiorare nel prossimo futuro, e infatti Trump mercoledì si è presentato in diretta tv per un discorso alla nazione in cui ha rivendicato i successi della guerra e ha cercato di calmare i suoi elettori e anche i mercati finanziari. Se c'è riuscito lo vediamo tra poco perché noi parleremo di questo ma anche di altro. È sabato 4 aprile comincia una nuova puntata di 7 più 7, ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e proviamo a fare ruotare tutti gli aggiornamenti dall'Iran attorno a questo discorso di Trump, appunto. Il presidente ha parlato in diretta tv mercoledì sera, quando in Italia erano circa le 3 di notte e io ho seguito il discorso qui dagli Stati Uniti mentre scorrevo i commenti live dei giornalisti sui social, e un po' tutti si aspettavano che Trump desse aggiornamenti sullo stato della guerra. Del resto questo era il primo discorso di questo tipo fatto da quando il conflitto è iniziato il 28 febbraio, ma era anche il tipo di discorso che ci si aspettava il presidente facesse all'inizio del conflitto. E che cosa è successo? È stato più o meno così, nel senso che Trump non ha detto niente di nuovo rispetto a tutto quello che già ripete da giorni, da settimane, cioè che gli Stati Uniti stanno vincendo, che la marina e l'aeronautica iraniane sono state distrutte, che gli Stati Uniti hanno eliminato tutti i leader della Repubblica Islamica. Insomma, ha fatto una lista della spesa degli obiettivi raggiunti dagli Stati Uniti fino ad ora. E si è trattato più che altro di un discorso fatto per rassicurare i propri concittadini, meglio ancora i propri elettori, e anche un po' i mercati finanziari. Infatti, qualcuno ha fatto notare che la scelta di parlare proprio mercoledì sera potrebbe non essere stata del tutto casuale, visto che già giovedì alcune borse erano chiuse in vista del weekend di Pasqua. A venerdì i mercati sono stati chiusi, cioè ieri. Ancora una volta, però Trump non ha dato un orizzonte temporale chiaro per la fine di questa guerra. Ha detto che ci siamo quasi, che è questione di due o tre settimane e l'Iran tornerà all'età della pietra. I paragoni con le età devono piacerli molto perché lui parla sempre degli Stati Uniti come di età dell'oro. Anzi, ha invitato gli americani a mettere quest'operazione un po' in prospettiva, nel senso di confrontarla con altre guerre già fatte, molto più lunghe, tipo quella in Vietnam o quella in Corea, e ha dichiarato che questo è un investimento per il futuro dei loro figli e dei loro nipoti, rivolgendosi appunto agli statunitensi. Ora, queste sono le parole di Trump. Poi però ci sono le notizie. E le notizie ci dicono, per esempio, che venerdì l'Iran ha abbattuto un aereo statunitense ed è una cosa grossa, che ci dice che no, la capacità militare dell'Iran non è stata completamente distrutta. E dei due piloti a bordo del caccia che si sono eiettati dall'aereo prima che venisse abbattuto. Mentre sto registrando, uno è stato ritrovato e soccorso, e dell'altro sono ancora in corso le ricerche, ma non solo da parte degli Stati Uniti, anche da parte dell'Iran, che se dovesse catturarlo potrebbe sicuramente utilizzarlo come mezzo di propaganda. Nel suo discorso Trump non ha troppo approfondito le conseguenze economiche della guerra, che sono quelle che più preoccupano gli statunitensi. Vi citavo nell'introduzione il prezzo della benzina al gallone, che qui ormai ha raggiunto i 4 dollari, vi assicuro che per gli standard americani è veramente tanto, e Trump ha anche liquidato la questione stretto di Hormuz dicendo che non è un problema degli Stati Uniti. Tra l'altro, dopo domani, cioè lunedì 6 aprile, scadrebbe l'ultimatum di Trump all'Iran per riaprire lo stretto di Hormuz. Forse vi ricorderete, ne abbiamo parlato settimana scorsa, era proprio un annuncio, un ultimatum che Trump aveva fatto la scorsa settimana. Anche se, e questa è una notizia di ieri, di venerdì, Trump ha postato su suo social network truth un messaggio in cui dice che gli Stati Uniti potrebbero con un po' più di tempo aprire facilmente lo stretto, prendere il petrolio e fare un sacco di soldi. Cosa dire? Aspettiamo il prossimo post, letteralmente direi a questo punto, visto che nel frattempo l'Iran ha iniziato a chiedere il pedaggio per attraversare lo stretto e negli ultimi giorni, questa è una notizia veramente grossa, sia una nave giapponese che una nave francese, quindi due navi occidentali, diciamo, sono riuscite a passare attraverso lo stretto di Hormuz. E questo qui è un segnale molto forte delle frazioni che si stanno sempre di più aprendo tra gli Stati Uniti e i loro alleati. La Spagna, dopo che aveva già negato agli Stati Uniti l'uso delle proprie basi militari, ha chiuso del tutto lo spazio aereo ai voli coinvolti nelle operazioni. L'Italia, e forse vi sarà capitato di leggerlo o sentirlo, ha negato l'atterraggio dei bombardier americani nella base di Sigonella, in Sicilia, e la Francia ha impedito a Israele di utilizzare il proprio spazio aereo per trasportare armi degli Stati Uniti da utilizzare contro l'Iran. Ora, sull'economia e sulla situazione Hormuz, torniamo nel prossimo blocco con l'aiuto dei dati del Policy Lab di ISP. Quello che resta da aggiungere sul discorso alla nazione è un fatto. La popolarità di Trump è in calo, è sotto il 40% per la prima volta dall'inizio del suo secondo mandato, mentre cresce la percentuale di statunitensi contrari alla guerra, che ora è al 54%. Alla fine, vedete, è sempre l'economia più di qualsiasi altra cosa a guidare l'opinione pubblica e in un anno elettorale questo tema può fare ancora più male a Trump. Io me ne ero già accorto durante una serie di video che avevamo realizzato per ISP nella campagna elettorale del 2024. È sempre l'economia il tema che traina di più di ogni altro la scelta e l'orientamento degli elettori. Su questo vi faccio ascoltare un estratto della conversazione con Mario Del Pero, che è senior associate research fellow di ISP ed è un grandissimo esperto di Stati Uniti che abbiamo registrato in un'occasione del The War this Week di questa settimana. Lo trovate sul nostro canale YouTube in cui abbiamo cercato, attraverso le domande di Alessia De Luca, di rispondere alla domanda se la strategia di Trump in Iran sta effettivamente funzionando oppure no.

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L'Iran ha dimostrato una capacità di resistenza in attesa, soprattutto ha dimostrato una capacità di socializzare i costi del conflitto su scala regionale e su scala globale. Questi costi poi finiscono direttamente nelle tasche e degli americani, a cui interessa relativamente poco dell'Iran e se fosse stata un'operazione semplice come quella con Maduro avrebbero probabilmente approvato e sarebbero passati ad altro. Ma se il prezzo del gallone di benzina, che nell'immaginario politico ha una centralità potentissima, i prezzi salgono e è chiaro che poi paghi un dazzio pesante. Inici ai consumatori sono sotto i minimi storici del 2008, sono a livello più basso dell'ultimo mezzo secolo. Quindi c'è una fiducia diffusa, un pessimismo diffuso, e la vittima ovviamente di tutto ciò non può che essere chi sta all'apice della catena di comando, ne fu vittima in una certa misura Biden nel 2024 e poi Kamala Harris e oggi ne è vittima Donald Trump.

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Vediamo allora di capire l'impatto della crisi energetica, perché qui tra età dell'oro e età della pietra rischiamo veramente di arrivare all'età del carbone. Lo facciamo grazie ai dati appunto raccolti da Matteo Villa, Giovanni Maria della Gatta e Giuliana Sarcina nell'ultimo Policy Lab. Da più di un mese il mondo sta perdendo tra il 10 e il 17% dell'offerta di petrolio globale. Ed è una perdita che si traduce in un aumento dei prezzi dell'energia, che hanno poi un impatto, per esempio, sul trasporto via mare, sul trasporto aereo, che restano quasi totalmente dipendenti dal petrolio, ma in particolare da dei prodotti che sono il diesel navale e il carburante per gli aerei, il cosiddetto jet fuel, che si ottengono proprio da tipologie di petrolio greggio che è quello che oggi è bloccato nel Golfo Persico. Quali sono gli effetti di tutto questo? Che siccome l'energia è uno dei fattori fondamentali nella catena della produzione, l'aumento di questi costi si trasmette poi a tutti i livelli e innesca un aumento dei prezzi e quindi maggiore inflazione. Quando però allo stesso tempo aumentano i prezzi ma rallenta la crescita, quindi rallenta il PIL, si ottiene un fenomeno che è ancora più pericoloso e si chiama stagflazione. In questa dinamica, prosegue l'analisi del Policy Lab, è immediata una distinzione tra vincitori e vinti, cioè Russia e Stati Uniti, che sono giganti energetici ed esportatori netti di energia, hanno un limitato impatto positivo sul PIL che deriva dall'aumento dei prezzi del petrolio e del gas. I paesi europei, al contrario, mostrano tutti la stessa dinamica di rallentamento. E infatti, aggiungo io, è stata proprio la Commissione europea in questi giorni a esortare le persone a lavorare di più da casa, a guidare di meno e a prendere meno aerei, proprio nel tentativo di contenere la crisi energetica che, per usare le parole del Commissario europeo all'energia Danny Orgensen, sarà molto lunga. Peraltro, riprendo la lettura, questo ennesimo shock complica i piani delle banche centrali, sia degli Stati Uniti, quindi della Fed, che dell'Europa, quindi la BCE, le quali a passi diversi, avevano intrapreso un percorso di progressiva riduzione dei tassi di interesse per stimolare le proprie economie. Ma c'è di più e per questo mi sposto sul data globo di Lorenzo Borga che è pubblicato nell'ultimo numero del nostro Global Watch. Perché a breve a preoccupare i governi europei potrebbero essere non solo i prezzi del carburante ma anche le scorte di carburante. Borga scrive che a oltre un mese dal blocco del Golfo Persico quasi tutte le petroliere e le navi gasiere partite prima dell'inizio dei combattimenti sono arrivate a destinazione. Da ora in poi inizia la fase più critica, bisognerà fare a meno delle forniture dirette dal Medio Oriente. Il problema, e lo accennavamo all'inizio di questo blocco, non è tanto il petrolio greggio quanto i prodotti raffinati come appunto il diesel e il jet fuel, che possono viaggiare solo via mare. E infatti, continuo a leggere, alcune compagnie aeree europee iniziano già a fare i conti con le prime carenze. Luftans, la compagnia aerea tedesca, valuta di tagliare circa il 5% della flotta se la situazione restasse invariata. Ryan Air, che invece è la più grande compagnia europea, ha annunciato che se Ormuz non venisse riaperto entro la fine di aprile potrebbe trovarsi con una carenza di carburante fra il 10 e il 25%, con inevitabili rincari dei biglietti. Se questi sono i problemi, finora le soluzioni proposte dai governi si sono concentrate più che altro su misure emergenziali, come Italia alle accise che abbiamo visto in Italia o sussidi per generare una sorta di riduzione dei prezzi. Sono scelte che intervengono sulla domanda, quindi abbassiamo i prezzi piuttosto che sull'offerta, cioè abassiamo i nostri consumi. E il risultato è che i paesi più ricchi riescono, almeno temporaneamente, a proteggere i propri consumatori. In che modo? Trasferendo una quota maggiore dell'aggiustamento dei prezzi verso i paesi più poveri. Perché non è che riducendo i costi la scarsità di petrolio scompare, anzi, viene semplicemente sottratta in qualche modo. E infatti in Asia, dove i governi non hanno le risorse fiscali per sussidiare i consumi e dove l'approvvigionamento di energia dipende molto di più dal Golfo, l'abbiamo visto. Sono già emersi, dicevo, in Asia i primi razionamenti, le prime restrizioni alle esportazioni ma anche il ritorno al carbone. Chiudo il blocco riprendendo le parole di Matteovilla che scrive: il costo di questa guerra e della crisi energetica che ha scatenato sarà da ricercare anche nella qualità delle risposte politiche che produce. In una crisi di offerta non esistono scorciatoie. Qualcuno deve consumare meno. La domanda è solo chi? Sul fronte militare, una delle notizie della settimana è sicuramente l'ingresso in guerra degli Huti. Chi sono gli Huti? Sono una milizia alleata dell'Iran che comanda in Yemen. Lo Yemen sulla mappa si trova a sud dell'Arabia Saudita. Gli, che si fanno chiamare Ansar Allah, fanno parte del cosiddetto Asse della Resistenza, cioè quella serie, quell'insieme di milizie alleate e supportate dall'Iran e che include per esempio anche Exbolla in Libano, che è un altro fronte di cui abbiamo parlato molto qui dentro 7 più 7. Bisogna tenere d'occhio quello che succede in Yemen perché gli Ihuti hanno il controllo di un altro punto importantissimo, neanche a dirlo, per le rotte commerciali globali. Si tratta dello stretto di Babel Mandeb, che si trova all'ingresso del Mar Rosso. Ora, per intenderci, avendo in mente la mappa della regione, Ormuz sta a nord della penisola arabica e sbocca poi nel mare di Arabia. Babel Mandeb raggiunge comunque lo stesso mare, però a sud, tra lo Yemen e Gibuti in Africa. Il nome degli Ihuti potrebbe non esservi nuovo perché proprio loro erano stati al centro di un'escalation già tra il 2023 e il 2024, dopo l'inizio della guerra a Gaza, quando iniziarono a colpire le navi commerciali che attraversavano proprio lo stretto di Babel Mandeb in una sorta di forma di solidarietà con la popolazione palestinese, che però finì per creare parecchi problemi al commercio internazionale lungo quella tratta, tanto che gli attacchi costarono agli Uti la loro ridesignazione come organizzazione terroristica da parte degli Stati Uniti nel 2025. Dicevamo quindi che glihuti hanno deciso di entrare anche in questo conflitto e lo fanno colpendo Israele con missili e droni, che è il modo più immediato che hanno a disposizione per dimostrare sostegno all'Iran e guadagnare consenso interno, mettendo direttamente a rischio tra l'altro il cessato il fuoco che è in corso con gli Stati Uniti e la tregua in vigore con l'Arabia Saudita. Le modalità con cui gli sono entrati in guerra, scrive Leonora Ardemagni in un commentary per ISPI, appare come una escalation controllata, non totale. L'opzione più pericolosa che potrebbero perseguire, appunto l'interruzione della navigazione nel Mar Rosso, è stata messa sul tavolo, ma non è stata ancora attuata. Tenete conto, aggiungo io, che da quando è stato chiuso lo stretto di Ormuz di fatto, l'Arabia Saudita ha dirottato quasi un quarto del petrolio verso il Mar Rosso, proprio verso Babel Mandeb. Per questo attaccare le petroliere che attraversano lo stretto sarebbe un altro durissimo colpo al commercio mondiale. E quindi prosegue Ardemagni, unendosi alla guerra e attaccando Israele, gli Huthi possono raggiungere tre obiettivi contemporaneamente. Allinearsi con l'Iran, scoraggiare gli Stati Uniti sulla questione Hormuz e aumentare la propria influenza sull'Arabia Saudita. Restiamo in Medio Oriente, ma spostiamoci rispetto alla guerra in Iran. Andiamo in Israele dove lunedì la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i responsabili di atti terroristici mortali compiuti con l'intento di negare l'esistenza dello Stato di Israele. È un provvedimento sostenuto dalla destra e approvato con 62 voti a favore, che si applica anche ai territori sotto il controllo israeliano, inclusa la Cisgiordania. Ora, la pena di morte non è una novità nell'ordinamento giuridico israeliano, ma, come ricorda Sara Leikin, che è una nostra ricercatrice dell'Osservatorio Med Oriente e Nordafrica, è stata applicata ufficialmente una sola volta nel 1962, quando l'ufficiale delle SS Adolf Eichmann fu giustiziato per il suo ruolo nell'olocausto. Quel caso rivestiva un profondo valore simbolico e, scrive Leikin, fu percepito come un momento di giustizia e di riconoscimento. La formulazione della legge che è stata approvata lunedì è tale da renderne l'applicazione rivolta quasi esclusivamente verso i palestinesi, mentre risulta difficilmente utilizzabile contro estremisti ebrei e, continua Leikin, assume un significato profondamente diverso, oltre a rappresentare una vittoria politica per il ministro della sicurezza nazionale Bengvir, che è una figura di spicco dell'estrema destra nel panorama politico israeliano. I giudici potranno lo stesso scegliere di optare per l'ergastolo in presenza di circostanze particolari, ma comunque non sarà necessaria l'unanimità per infliggere la pena di morte. E il testo di questa legge si inserisce in un contesto di crescente irrigidimento, di crescente durezza legislativa legata al conflitto e, conclude Leikin: costituisce un ulteriore passo lungo un percorso che appare sempre più difficile da conciliare con le fondamenta democratiche di Israele. In chiusura di settimana, rapido aggiornamento da Cuba, dove lunedì gli Stati Uniti hanno permesso a una nave petroliera russa di dirigersi verso l'isola con circa 730.000 barili di petrolio greggio e viene da chiedersi perché questa mossa? Cuba, lo abbiamo già raccontato qui a 7 più 7, si trova in una crisi gravissima sia dal punto di vista energetico che umanitario, a causa del blocco delle importazioni di petrolio che arrivava principalmente dal Venezuela di Maduro e che, appunto, dopo la cattura di Maduro, ha smesso di arrivare. Non solo. Trump ha minacciato sanzioni contro chiunque vendesse petrolio a Cuba, incluso il Messico, che è un altro principale fornitore dell'isola. Negli ultimi mesi questo blocco è stato usato dall'amministrazione Trump come leva contro il governo di Cuba con l'obiettivo, anche in questo caso, di ottenere un cambio di leadership. E l'autorizzazione al transito di questa nave è stata presentata come una sorta di gesto umanitario, gesto di apertura da parte di Trump, che ha detto che i cubani ne hanno bisogno per sopravvivere e che non gli importa che il mittente sia la Russia. Ora, questi 730.000 barili copriranno il fabbisogno dell'isola solo per poche settimane, e al di delle dichiarazioni di Trump non si capisce bene perché l'amministrazione abbia autorizzato il passaggio di una nave russa mentre continua a bloccare quelle messicane, per esempio. Una lettura possibile che fanno diversi analisti è che la guerra in Iran abbia messo un po' in secondo piano la questione Cuba. Se ricordate, dopo la cattura di Maduro, Trump aveva detto che Cuba sarebbe stata la prossima, e che adesso gli Stati Uniti in questo momento non interessi più di tanto quello che sta succedendo lì, visto che proprio Trump ripete sempre più spesso che Cuba è un'isola finita e che non ha futuro. Anche questa settimana la guerra in Iran si è presa quasi tutto lo spazio che avevamo a disposizione. Io avrei voluto parlarvi del lancio della missione spaziale Artemis 2 della NASA. In questo momento ci sono quattro astronauti nello spazio. Sono lontani dall'orbita terrestre. E il loro obiettivo è fare un giro intorno alla Luna e tornare. È una missione storica questa qui. Perché stiamo provando a tornare sulla Luna dopo 50 anni. Ma facciamo che, siccome Artemis 2 prosegue fino a sabato 11 aprile, ne parliamo meglio nella prossima puntata. Mercoledì il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sarà a Washington per incontrare Donald Trump, ma anche il segretario di Stato Marco Rubio, e il segretario della difesa Pete Exet. Ed è una visita molto importante che arriva nel mezzo di giorni parecchio complicati per l'Alleanza Occidentale. Vi parlavo prima delle scelte di alcuni paesi che sono in aperto contrasto con gli Stati Uniti, e in questi giorni è stato Emmanuel Macron, il presidente francese, a distinguersi per le dichiarazioni più forti contro Trump. Ha detto che Trump è poco serio, che dovrebbe parlare di meno, ma al contempo ha difeso la Nato, da cui invece Trump minaccia di volersi ritirare, di voler ritirare gli Stati Uniti, e la visita di Rutte va intesa come un tentativo di ricucire i rapporti con Trump, con cui peraltro ha un rapporto piuttosto amichevole e cordiale. Vedremo come andrà, ve ne darò conto la prossima settimana. Ma l'appuntamento più importante della prossima settimana riguarda senz'altro le elezioni in Ungheria, che saranno domenica il 12 aprile. Sono elezione che guarda sicuramente tutta l'Europa, ma forse diciamo quantomeno tutto il mondo occidentale, perché per la prima volta il primo ministro Victor Orban, che governa da 16 anni, potrebbe perdere. Al momento nei sondaggi è indietro di quasi 10 punti rispetto a Peter Majar, che tra l'altro è un ex membro del partito di Orban Fidez. Viktor Orban, probabilmente lo sapete, è una figura chiave della destra europea, anti-europeista e molto vicino alla Russia di Putin e infatti dall'invasione del 2022 ha sempre fatto il possibile per bloccare o almeno rallentare il sostegno europeo all'Ucraina. Lo ha fatto sfruttando di fatto il potere di veto di cui gode nel Consiglio europeo, perché nella riunione di capi di Stato e di governo dell'Unione su certe decisioni, specialmente relative alla politica estera, ci vuole l'unanimità per approvare le misure e lui ha utilizzato il fatto di votare contro per bloccare prestiti e bloccare sanzioni. Le elezioni in Ungheria sono viste un po' come un test per il futuro dell'Unione Europea, per questo vi dicevo che le guarderanno un po' tutti. E non è un caso, infatti, che il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance sarà a Budapest la prossima settimana per incontrare Victor Orban e fare campagna elettorale a suo favore a pochi giorni dal voto. Dico non a caso perché a livello internazionale Orban è un grande alleato di Trump e del mondo maga, del mondo di destra radicale degli Stati Uniti. E da quando Trump è tornato presidente, lo abbiamo sentito spesso criticare l'Unione Europea e elogiare al contrario proprio il modello Orban in Ungheria. Modello Orban che è del tutto non allineato e in disaccordo con il modello europeo. Quindi noi ne riparleremo sicuramente, probabilmente non la prossima settimana, è più probabile che ne riparliamo quella dopo ancora quando sapremo i risultati. Noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ma anche buona Pasqua e buon ponte per chi lo fa. Ciao,