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Visti dalla Luna

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Episodio 10: parliamo dei negoziati che iniziano oggi tra Iran e Stati Uniti a Islamabad, in Pakistan: di quello di cui probabilmente si parlerà – il programma nucleare iraniano, lo stretto di Hormuz – e di quello che nel negoziato non c'è, cioè il fronte del Libano, dove i bombardamenti israeliani continuano nonostante il cessate il fuoco. Parliamo anche della missione lunare Artemis II e delle elezioni in Ungheria.

Ci prepariamo alla prossima settimana, con altre elezioni, in Benin e in Perù, e con l'inizio del viaggio di Papa Leone XIV in quattro paesi africani.

La fonte degli inserti audio è il canale YouTube della NASA.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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Nel ping pong tra fuso orari europei e statunitensi questa settimana ha portato grandi notizie mentre in Italia era notte. Il giorno più importante è stato martedì, sul fuso orario americano è stato il giorno in cui in dieci ore siamo passati dalle minacce di distruzione totale di Trump nei confronti dell'Iran a un accordo per un cessato il fuoco arrivato all'ultimo, un accordo fragile, un accordo incerto, ma che lascia qualche speranza, in qualche modo rassicurante, adesso lo vediamo. Sul fuso orario italiano, invece, martedì era iniziato con un altro evento da ricordare, un evento molto forte anche dal punto di vista simbolico. Parlo del momento in cui i quattro astronauti della missione Artemis 2 hanno effettuato un sorvolo intorno alla Luna che ha fatto perdere loro qualsiasi contatto con la Terra per circa 40 minuti. E allora vorrei iniziare questo episodio di 7 più 7 con delle parole non mie, con le parole che Christina Koch, che è la prima donna a viaggiare nello spazio oltre l'orbita bassa terrestre, ha rivolto allo Space Center di Houston una volta ristabilito il contatto. Esploreremo, costruiremo navicelle, visiteremo ancora la luna e ci costruiremo degli avamposti sopra. Ma alla fine sceglieremo sempre la Terra, sceglieremo sempre l'un l'altro. Noi parleremo di questo ma anche di altro. È sabato 11 aprile comincio una nuova puntata di 7 più 7, ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e al cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran, si è arrivati al termine di una giornata, quella di martedì, appunto, che è stata particolarmente tesa. Appunto, è una giornata che era iniziata con un post che il presidente Trump aveva pubblicato sul suo social network Frute, in cui dichiarava che un'intera civiltà sarebbe stata distrutta se lo stretto di Hormuz non fosse stato riaperto. Questa minaccia era stata interpretata da molti, era stata associata da molti all'uso della bomba atomica al punto che la Casa Bianca era dovuta intervenire per smentire questa ipotesi. E l'annuncio del cessate il fuoco è arrivato a circa un'ora e mezza, circa 90 minuti dalla scadenza di quest'ultimatum, quando eravamo nella notte italiana tra martedì e mercoledì. Per questo cessate il fuoco è stata decisiva la mediazione del Pakistan, che, come avevamo già discusso nelle scorse puntate, ha saputo un po' ritagliarsi questo ruolo di mediatore per via dei buoni rapporti di cui gode sia con il presidente Trump con gli Stati Uniti, ma anche con l'Iran. E infatti proprio in Pakistan, nella capitale Islamabad, iniziano oggi i negoziati tra i due paesi. Per gli Stati Uniti c'è il vicepresidente J.D. Vance insieme all'inviato speciale Steve Whitcoff e a Jared Kushner, che è il genero di Donald Trump. Whitcoff e Kushner sono i due che hanno tenuto tutti i precedenti colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran, quelli che si sono svolti a febbraio, ma in generale sono le due persone, i due emissari dell'amministrazione Trump su vari fronti, per esempio anche sulla guerra tra Russia e Ucraina. Per l'Iran invece ci sono il ministro degli Esteri, Abbas Araqci, e lo speaker del Parlamento, cioè Mohammad Bagar Ghaliba, che è uno degli ufficiali di più alto livello rimasti a seguito della cosiddetta decapitazione compiuta dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele. Galibaf è il successore di Alila Rijani ed è stato comandante dei Paz Daran, dei guardiani della rivoluzione. Parliamo di questi negoziati, quindi. La premessa è la solita, cioè che le notizie arrivano in continuazione ed è impossibile, ma in questo podcast ha anche poco senso, pretendere di essere aggiornati fino all'ultimo. Noi cerchiamo di capire che cosa aspettarci. I colloqui dovrebbero basarsi su dieci punti, su dieci condizioni che l'Iran ha posto e che impegnerebbero gli Stati Uniti a tutta una serie di rinunce, a rinunciare a future aggressioni, ad accettare che lo stretto di Hormuz rimanga definitivamente sotto il controllo iraniano e a rimuovere le sanzioni contro il regime. Uso il condizionale perché sono queste condizioni massimaliste, cioè sono il punto di partenza per l'Iran e l'Iran stesso sa bene di non poterlo ottenere, perlomeno di non poterlo ottenere del tutto. E infatti la portavoce della Casa Bianca, Caroline Levit, ha immediatamente definito inaccettabili e non serie, detto addirittura al presidente, le ha buttate nel cestino. Ma al di delle dichiarazioni, evidentemente un documento che fungerà, che sarà la base di questo negoziato, c'è, visto che lo stesso Trump, poco prima dell'annuncio del cessate il fuoco, parlava di un accordo workable, cioè un accordo su cui si può lavorare. E durante la giornata di mercoledì, rincarando la dose sui commenti negativi rispetto a questa lista di dieci punti presentata dall'Iran, ha scritto sul suo social network Truth che c'è solo un gruppo di punti che hanno senso e che sono accettabili per gli Stati Uniti e che sono alla base dell'accordo sul cessato il fuoco. Le notizie si sono rincorse poi durante giovedì e anche venerdì, quando l'Iran ha messo sul tavolo un'altra richiesta, cioè quella di sbloccare gli asset i beni iraniani congelati all'estero, anche se non è molto chiaro a quali beni facesse riferimento l'Iran. Mentre Trump, sempre venerdì da parte sua, ha avvertito l'Iran di non esagerare con le richieste e anche di non esagerare con le operazioni di controllo sullo stretto di Ormuz. Dicevamo però che se alcune richieste sembrano troppo ambiziose, altre sono decisamente più concrete. Su questo sentiamo il commento di Luigi Toninelli, ricercatore dell'area Medio Oriente e Nord Africa dell'ISPI.

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L'Iran non può accettare un accordo che tra sei mesi, un anno, riporti il paese a subire una guerra. Proprio per questo motivo vogliono un nuovo quadro di sicurezza, vogliono in qualche modo delle garanzie che non ci sarà un attacco futuro da parte degli Stati Uniti e Israele, e dobbiamo sottolineare e Israele perché potrebbe essere l'attore che poi potrebbe far saltare il banco. La seconda questione, legata ancora a questa, è quella del Libano. Mentre Israele lo vuole separare e vuole, e ha già detto e ha già continuato a bombardare il paese, l'Iran lo lega alla questione stessa delle rassicurazioni sul futuro, proprio perché proprio dal Libano potrebbe riaccendersi il conflitto.

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Nella sua analisi abbiamo sentito Toninelli fare riferimento al Libano, e infatti, è su questo fronte che durante la settimana, anche dopo il cessato il fuoco, hanno continuato ad arrivare notizie di bombardamenti e di combattimenti che continuavano. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva fatto sapere immediatamente che il Libano non faceva parte dell'accordo per il cessato il fuoco, nonostante invece l'Iran lo voglia includere nel negoziato. E, ha scritto Alessia De Luca nel nostro Daily Focus di giovedì, Netanyahu ha scatenato sul Libano la peggior offensiva dall'inizio del conflitto, un colpo sferrato quasi a tradimento, quando ormai tutti speravano nell'apertura di una finestra diplomatica. Invece, il governo israeliano ha manifestato nella sua forma più brutale il dissenso nei confronti del cessato il fuoco raggiunto poche ore prima tra Washington e Teheran, che diversi commentatori israeliani avevano definito la peggior disgrazia per lo Stato di Israele da decenni. Solo mercoledì, cito io dei dati diffusi dal Ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre 300 persone e ne hanno feriti almeno 1150. Giovedì poi Netanyahu ha detto che il suo governo avvierà dei negoziati diretti con il Libano, il governo del Libano, finalizzati al disarmo di Esbolla. Esbolla è la milizia partito che è finanziata dall'Iran, fa parte del cosiddetto asse della resistenza e controlla il sud del Libano, l'abbiamo imparato a conoscere appunto in queste settimane di guerra, Netanyahu ha specificato che un cessato il fuoco in Libano è fuori discussione proprio perché gli attacchi contro Esbolla non si fermeranno. Il governo israeliano sembra quasi sperare nel fallimento di questi negoziati, anche se, e riprendo la lettura del Daily Focus, in Israele sanno bene che Washington non può permettersi di prolungare ulteriormente il conflitto. Dopo settimane di sfuriate contro gli alleati europei per non avere sostenuto a sufficienza gli Stati Uniti, ora sembra essere il rapporto di alleanza con Israele a rappresentare il rischio maggiore per gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araqci lo ha sintetizzato in modo palese. I termini dell'accordo sono chiari ed espliciti. Gli Stati Uniti devono scegliere o il cessato il fuoco o proseguire la guerra via Israele. Non possono avere entrambe le cose. Al di dell'esercizio che qui ci interessa poco di decidere chi ha vinto e chi ha perso in questo negoziato, visto che peraltro è tutto in evoluzione. C'è da registrare un fatto: l'Iran ha scoperto che può utilizzare lo stretto di Ormuz come arma negoziale, un'arma che probabilmente ha più peso di una minaccia nucleare. Lo abbiamo visto in queste settimane, ne abbiamo avuto conferma anche negli ultimi giorni, ancora prima che i negoziati iniziassero. Per esempio, la prima cosa che ha fatto l'Iran proprio in risposta agli attacchi israeliani in Libano è stata richiudere lo stretto di Ormuz, dove il transito navale sembrava essere stato parzialmente ripristinato, o almeno quella era l'intenzione, nelle ore successive all'accordo tra Stati Uniti e Iran. Quello che succederà comunque è che d'ora in poi l'Iran potrà continuare a richiedere il pagamento di un pedaggio a tutte le navi in transito lungo lo stretto, ma c'è di più: questo pagamento potrebbe avvenire in criptovalute, cioè in bitcoin. C'è un articolo del Financial Times che spiega che il Consiglio Supremo di difesa dell'Iran avrà il controllo del traffico e che ciascuna nave dovrà ottenere l'autorizzazione per passare. Ed è l'Iran che fa il prezzo, riporta al Financial Times che sarà un dollaro per ogni barile di petrolio caricato. Infatti, le navi scariche potranno passare gratuitamente, e questo dollaro per ogni barilla di petrolio verrà versato appunto in bitcoin per evitare confische attraverso future sanzioni. Quando da poco era passata la mezzanotte di martedì, negli Stati Uniti, erano le 18.44, per la precisione, l'equipaggio della missione lunare Artemis 2 è arrivato nel punto più lontano dell'universo mai raggiunto da un essere umano, oltre 400.000 chilometri di distanza dalla Terra. È un traguardo che è stato raggiunto al culmine di un sorvolo lunare, in inglese si dice lunar flyby, cioè un giro intorno alla Luna, durante il quale, come accennavo nell'introduzione, gli astronauti hanno perso il contatto con la Terra per circa 40 minuti perché si trovavano dietro la Luna. È stato il momento più importante, anche più emozionante, di una missione che se state ascoltando 7 più 7 appena esce, quindi sabato mattina, è terminata da poco. L'equipaggio è atterrato, per così dire, ha fatto il suo splash down nell'oceano vicino a San Diego, in California, poco dopo le 6 di pomeriggio di ieri sera, ora americana, quando in Italia era notte, erano le due passate. Artemis 2, appunto, è la seconda missione del programma Artemis che ha come obiettivo finale quello di riportarci sulla Luna dopo 50 anni e più avanti addirittura di costruirci una base spaziale. È una missione che ha anche un valore simbolico importante perché tra i quattro astronauti a bordo ci sono il primo afroamericano, la prima donna e il primo non statunitense, un canadese, ad avere mai viaggiato oltre l'orbita bassa terrestre. Ma che cos'è Artemis? È un programma spaziale che era iniziato nel 2022 con il lancio di Artemis 1, una navicella senza persone a bordo, che ha fatto un primo giro intorno all'orbita lunare ed è servita soprattutto a lanciare dei satelliti e a testare poi la resistenza della capsula Orion, che è quella in cui si trovano gli astronauti, al rientro sulla Terra. Con Artemis 2 invece l'obiettivo è raccogliere nuove fotografie della Luna e se non vi sono capitate sui social in questi giorni, io vi consiglio di andarla a cercare sul sito della NASA perché sono bellissime. Ma soprattutto l'obiettivo è testare dei sistemi di sicurezza e di guida in previsione appunto dei prossimi lanci, quali? L'obiettivo con Artemis 3 sarà avvicinarci ancora di più al suolo lunare in previsione poi dell'allunaggio vero e proprio, che è in programma con le missioni 4 e 5 e che, secondo i programmi della NASA, dovrebbero avvenire nel 2028. Il 2028 non è una data casuale, perché Donald Trump ha insistito molto affinché lo sbarco sulla Luna, dopo oltre 50 anni dall'ultima volta, avvenga entro la fine del suo mandato come presidente degli Stati Uniti, che è appunto nel 2028. L'obiettivo della missione, infatti, come molte missioni spaziali, oltre che scientifico, è politico, così come era stata appunto la corsa allo spazio nei decenni della Guerra Fredda. Oggi c'è la concorrenza della Cina, che secondo i suoi piani vuole portare degli astronauti sulla Luna entro il 2030 e qui appunto la scadenza del 2028 diventa ancora meno casuale, dimostra proprio la volontà degli Stati Uniti di arrivarci prima anche questa volta. Tra le altre cose, la Cina è l'unico paese ad avere recuperato dei campioni dal lato oscuro della Luna, sarebbe meglio definirlo il lato lontano della Luna. E quest'estate lancerà un razzo per raggiungere il polo sudlunare, che è il punto in cui poi dovrà atterrare la missione Artemis con a bordo degli astronauti. Se questi temi vi interessano, vi segnalo una serie video che l'ISPI sta realizzando con il sostegno di Fondazione CSF e Compagnia di San Paolo. Si chiama Astropolitica e la trovate sul nostro canale YouTube. Io invece vorrei chiudere questo segmento facendovi ascoltare le parole che Victor Glover, che è uno degli astronauti a bordo della navicella Orion, ha rivolto alle persone sulla Terra prima di perdere il contatto con lo Space Center di Houston. Mentre continuiamo a scoprire i misteri del cosmo, mi piacerebbe ricordare uno dei più importanti misteri della Terra: l'amore. Stiamo per perdere il segnale, ma continueremo a sentire il vostro amore arrivare dalla Terra, e a tutti voi che siete sulla Terra e intorno alla Terra, dico dalla luna, vi vogliamo bene. Domani, domenica 12 aprile, si vota in Ungheria, ne avevamo parlato brevemente settimana scorsa, aggiungiamo qualche notizia di questi giorni, poi commenteremo sicuramente i risultati nella prossima puntata. JD Vance, il vicepresidente degli Stati Uniti, è stato in Ungheria per incontrare e fare campagna elettorale a favore di Victor Orban, il primo ministro in carica che, secondo i sondaggi, è a rischio sconfitta. È una mossa per certi versi poco convenzionale, qualcuno ha parlato addirittura di ingerenza vera e propria negli affari di un altro paese, anche se Vance sostiene il contrario, cioè che sia l'Unione Europea a interferire con il processo elettorale ungherese. Ma andiamo in ordine. Vance e Orban hanno prima tenuto un incontro bilaterale che è servito per consolidare l'alleanza, non solo di vedute, tra i due paesi. Il risultato più importante che si porta a casa Vance è che l'Ungheria acquisterà petrolio statunitense per 500 milioni di dollari, ma l'accordo prevede anche cooperazione sul nucleare, sull'intelligenza artificiale e sulla difesa. E su questo capitolo è previsto un piano di acquisto di lanciarazzi statunitensi Imars da parte dell'Ungheria per 700 milioni. Dopo il vertice, però, Vance ha tenuto un comizio elettorale che ha iniziato telefonando a uno special guest, così l'ho chiamato, che altri non era che Donald Trump, il quale ha espresso a sua volta parole di grande sostegno a Orban e al suo partito. Vence ha poi rilanciato una serie di affermazioni tipiche della retorica di Orban, tipo che i burocrati di Bruxelles, cioè l'Unione Europea, stanno cercando di distruggere l'economia dell'Ungheria. E non è usuale che gli Stati Uniti intervengano in modo, diciamo, così, attivo, così presente in campagne elettorali straniere. Viene da chiedersi se la mossa di Vance aiuterà effettivamente Orban a recuperare terreno nei sondaggi e poi a vincere le elezioni. Ma in attesa dei risultati di domenica, uno spunto lo danno appunto i sondaggi effettuati dopo questo comizio di martedì e che registrano un ulteriore calo nei consensi di Orban e del suo partito Fidez. Una spiegazione del perché forse la si può trovare nell'effetto che producono oggi le parole di Trump, e in generale quindi delle persone dell'amministrazione Trump in chi le ascolta. Pensate per esempio alle minacce di distruggere un'intera civiltà che citavamo in apertura. Mario Del Pero, che è senior associate search fellow di ISP, l'abbiamo sentito anche settimana scorsa, ci spiega meglio questo fenomeno.

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Trump, diciamo, con le sue parole definisce il perimetro del dicibile e dell'immaginabile. Quel che ha fatto e detto ci ha portato verso l'indicibile e l'inimmaginabile. E questo ha alienato, allontanato ulteriormente le opinioni pubbliche di gran parte del mondo da Trump. Vans va a sostenere Orban e il primo sondaggio mostra che Orban è già in difficoltà, perde ulteriori punti di consenso. Oggi essere alleati di Trump è il bacio della morte, diciamo così.

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Ma se l'intervento di Trump potrebbe finire per fare più danni che altro, c'è un'altra notizia che arriva dalla campagna elettorale ungherese e che abbiamo commentato anche sul sito dell'ISPI con un'analisi del nostro ricercatore Giorgio Fruscione. Domenica scorsa, la domenica di Pasqua, il presidente serbo Bucic ha annunciato il ritrovamento di due zaini pieni di esplosivo vicino al confine tra Serbia e Ungheria in una zona nei pressi del gasdotto Turkstream, che è quello che rifornisce l'Ungheria di gas russo. Cosa c'è da dire su questo? Che la Serbia, l'intelligence serba, ha parlato di un atto di sabotaggio nei confronti dell'infrastruttura del gas, appunto, e Orban, una volta saputa la notizia, ha immediatamente ringraziato la Serbia, che è una grande alleata dell'Ungheria, per avere evitato che si verificasse una catastrofe. Quello che riporta Fruscione nel suo articolo, però è che c'è un'altra versione che è stata rilanciata dal leader dell'opposizione, che al momento è in vantaggio nei sondaggi Peter Majar, che ha detto che si tratterebbe di un'operazione artefatta. Lui ha scritto in un post che da settimane c'erano informazioni sulle possibilità di un improvviso incidente in Serbia a un gasdotto proprio nei giorni delle vacanze pasquali. L'ipotesi è che il sabotaggio sia opera della propaganda filo-governativa ungherese ed è condivisa da più parti. Ma perché mettere in piedi questa operazione? Scrive Fruscione che potrebbe trattarsi di un'operazione per risollevare in qualche modo l'indice di gradimento di Orban, in un momento, lo abbiamo detto, in cui i sondaggi lo danno in svantaggio, mentre il suo avversario ha saputo portare avanti una campagna elettorale talmente dirompente da convincere la maggior parte degli altri partiti ungheresi a rinunciare a correre alle elezioni per non disperdere i voti nella lotta al potere di Orban. Fruscione conclude scrivendo che sarà difficile dimostrare la genesi e la paternità di quanto accaduto, ma sta di fatto che il crollo politico di Orban appare sempre più possibile e in un momento di crescente anarchia e violenza internazionale la sua sconfitta politica potrebbe avere ricadute indirette a tutti i livelli. Sul piano regionale, le autocrazie dei Balcani non avrebbero più quella spinta in grado di fare opposizione interna al consiglio dell'Unione Europea. A livello internazionale, invece potrebbero cambiare gli equilibri generati con l'inizio della guerra in Ucraina e la Russia perderebbe un importante alleato in Europa. Su tutto questo, vi dicevo, torneremo sicuramente nella prossima puntata quando avremo chiaro il risultato delle elezioni chi avrà vinto e chi avrà perso. Passiamo alla prossima settimana, quindi sapremo come saranno andati forse i negoziati tra Stati Uniti e Iran e se si saranno effettivamente tenuti e con quale esito quelli tra Israele e Libano. Dicevamo parleremo sicuramente dei risultati elettorali in Ungheria, ma domani si vota anche in Perù e in Benin. Del Perù abbiamo già parlato dentro 7 più 7 per via della sua instabilità. Ci sono stati otto presidenti negli ultimi dieci anni e l'ultimo, José Gery, era stato rimosso solo poche settimane fa. Al voto si presentano 35 candidati e secondo i sondaggi nessuno ha possibilità di vincere al primo turno e si andrà quindi sicuramente al ballottaggio che è previsto per il 7 giugno. Tra i favoriti ci sono due conservatori, Keiko Fujimori, che è la figlia dell'ex presidente Alberto Fujimori, e l'ex sindaco di Lima, Rafael Lopez Aliaga. In Benin, invece, paese dell'Africa, le elezioni presidenziali leggeranno un nuovo capo dello Stato dopo dieci anni guidati da Patrice Talon, che termina il suo secondo mandato. Il candidato alla vittoria è il ministro delle finanze del governo Talon, che è Romo Alwadagni, che se eletto proseguirà sulla linea del suo predecessore fino al 2033, visto che di recente la durata del mandato è stata allungata da cinque a sette anni. Queste elezioni in Benin si svolgono in un clima politico piuttosto difficile perché c'è un solo candidato di opposizione che è stato ammesso alle elezioni, e non è il primo partito, perché il primo partito di minoranza, cioè quello dei democratici, è stato escluso e non farà parte del prossimo parlamento perché non ha raggiunto il numero di sponsorizzazioni necessarie per candidarsi. In chiusura restiamo in Africa perché è qui che lunedì inizierà un viaggio di Papa Leone XIV. Durerà dieci giorni e il Papa visiterà quattro paesi: Algeria, Angola, Camerun e Guinea Equatoriale. Per portate e impegno logistico è un viaggio che ricorda quello di Giovanni Paolo II nei suoi primi anni di pontificato. Tra i punti principali c'è l'obiettivo di favorire una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani, specialmente in Algeria, che è un paese a maggioranza musulmana. Il Papa visiterà la grande moschea di Algeri per promuovere il dialogo interreligioso, ma l'agenda è ampia e include altri temi come le migrazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali, la corruzione, ma anche la responsabilità delle elite politiche africane. Per dare un po' di contesto e capire perché il Papa ha deciso di andare proprio in Africa, oggi l'Africa è un continente decisivo per la crescita della Chiesa Cattolica. Pensate, nel 2023 ha fornito più della metà dei nuovi battezzati nel mondo, parliamo di oltre 8 milioni su circa 16 milioni totali. E Angola e Camerun, che sono due delle destinazioni del viaggio, sono tra i paesi con il maggior numero di seminaristi. Tra l'altro Leone XIV è il primo Papa cosiddetto agostiniano, appartiene cioè all'ordine di Sant'Agostino, che è un santo che, secondo il culto, visse proprio nel Nord Africa, in quella che oggi è l'Algeria. Anche questa settimana siamo arrivati alla fine, abbiamo parlato di cose concrete, di cose astratte, di cose vicine, di cose molto lontane, di cose terrene e anche di cose spirituali questa volta. Io vi ringrazio ancora una volta per il supporto e il sostegno che date a 7 più 7. Mi raccomando, l'invito è sempre quello di condividerlo, di farlo conoscere ad altre persone, di seguirlo, di attivare le notifiche, insomma di fare tutte quelle cose che si fanno sui social con le cose di cui non vogliamo perderci i prossimi appuntamenti, perché noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao.