settepiùsette
Il podcast settimanale di ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che aiuta a fare ordine nel flusso continuo delle notizie globali. Ogni sabato mattina facciamo il punto sui fatti più importanti della settimana e guardiamo a che cosa non perdersi in quella successiva.
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Appelli di pace, anniversari di guerra
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Episodio 11: parliamo di due grandi annunci che arrivano dal Medio Oriente: il cessate il fuoco tra Israele e Libano e la riapertura, almeno parziale, dello Stretto di Hormuz. Notizie che, forse, preludono a nuovi negoziati tra Stati Uniti e Iran per una risoluzione della guerra. Raccontiamo anche lo scontro a distanza tra Donald Trump e Papa Leone XIV, commentiamo i tre anni della guerra in Sudan e la vittoria di Peter Magyar in Ungheria. Ci prepariamo alla prossima settimana, con altre elezioni in est Europa, in Bulgaria, e un ricco calendario di vertici tra i leader dell'UE.
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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.
Ci eravamo salutati sabato scorso parlando del viaggio di Papa Leone XIV in Africa e non pensavo che il Papa sarebbe stato tra i protagonisti della politica internazionale di questa settimana. Lo è stato per via degli scontri a distanza con Donald Trump sulla guerra, sulla retorica della guerra, sull'uso della guerra che Trump fa nei suoi discorsi, e che ovviamente è in contrasto con i messaggi della Chiesa, del Vangelo, insomma, con i messaggi di un Papa. Ma forse dietro a questo scontro di visioni c'è anche uno scontro politico che approfondiremo. Mentre dal Medio Oriente e dall'Iran arrivano delle notizie, possiamo dire, rassicuranti. Il cessate il fuoco con gli Stati Uniti continua, è iniziato giovedì un altro cessate il fuoco tra Israele e Libano. E venerdì è arrivata la notizia della riapertura dello stretto di Ormuz. Adesso vediamo a che condizioni. Ma se da questo fronte le notizie sono positive o comunque fanno ben sperare per un'evoluzione positiva del negoziato tra Stati Uniti, Iran e Israele, in altre parti del mondo le guerre continuano e questa settimana parleremo, ci dedicheremo anche al Sudan che entra nel quarto anno di guerra civile iniziata nel 2023, ma che ha delle radici molto più profonde. Noi parleremo di questo, ma anche di altro. È sabato 18 aprile, comincia una nuova puntata di 7 più 7. Ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e in apertura anche questa settimana rimaniamo sul Medio Oriente, perché una delle notizie più importanti che è arrivata in questi giorni riguarda il Libano, dove da giovedì sera è in vigore un cessato il fuoco tra il governo libanese e Israele. È un cessato il fuoco che durerà dieci giorni ed è stato raggiunto con la mediazione degli Stati Uniti. Infatti, Trump si è intestato subito questo successo e lo ha inquadrato come uno dei tanti conflitti che ha contribuito a risolvere. È una notizia importante anche perché sul fronte libanese i combattimenti non si erano mai fermati, anzi, qualche ora prima, solo qualche ora prima dell'annuncio di questo cessato il fuoco, l'esercito israeliano aveva colpito ed era riuscito a isolare tutta l'area a sud del fiume Litani, che abbiamo visto è il punto dove si concentrano gli scontri più forti tra Israele e le milizie di Hezla, ed erano riusciti a distruggere un ponte che collegava la zona intorno alla città di Tiro con il resto del Libano occidentale. Quest'intesa per un cessato il fuoco dovrebbe poi portare, quantomeno nelle ambizioni degli Stati Uniti, a dei negoziati diretti tra i due paesi e sarebbe la prima volta dal 1991, anche se non c'è grande ottimismo sull'apertura di un vero dialogo, perché questo accordo non dà garanzia a nessuno, cioè non è previsto che l'esercito israeliano si ritiri, anzi, Israele continua ad occupare le zone meridionali del Libano e non intende spostarsi da lì. Ma non è previsto nemmeno che le autorità libanesi si impegnino poi effettivamente per il disarmo di Esbolla, che era poi un'altra delle condizioni al centro del cessate il fuoco. Ma questo è un punto fondamentale perché nel presentarvi la notizia, l'ho detto, il cessate il fuoco riguarda i governi di Israele e del Libano, ma non riguarda Esbolla, che però è il vero avversario di Israele, è una milizia, l'abbiamo detto tante volte, supportata direttamente dall'Iran, ma è anche un partito che ha una sua rappresentanza nel Parlamento. Quindi è importante capire che ruolo avrà Esbolla all'interno di questo cessate il fuoco. In questo momento, e cioè nel momento in cui sto registrando, Esbolla sta rispettando il cessate il fuoco. Se continuerà a farlo, potrebbe essere questo un segnale importante che indica che l'Iran è veramente aperto a un accordo di pace con gli Stati Uniti, perché appunto Esbolla, essendo supportato dall'Iran, si muove su indicazione della Repubblica Islamica, possiamo dire così. Ma c'è da segnare un altro punto: cioè che questa situazione, cioè questa esigenza dell'Iran di coinvolgere il cessate il fuoco tra Israele e Libano come condizione per un negoziato più ampio, ha fatto sì che Trump si interessasse alla faccenda, dato che fino a questo momento aveva sempre ignorato o comunque minimizzato la guerra tra Israele e Libano e invece ora ha imposto di fatto a Netanyahu questo cessate il fuoco così come aveva fatto la scorsa settimana in occasione dell'accordo con l'Iran. E forse, ma questa è la mia opinione, è un tentativo che Trump sta facendo per riaffermare la propria leadership dopo che è stato accusato di essersi fatto trascinare in questa guerra proprio da Netanyahu, quindi proprio da Israele. Poco dopo l'entrata in vigore del cessato il fuoco tra Libano e Israele, cioè ieri, cioè venerdì, è arrivata un'altra notizia importante. L'Iran ha annunciato che lo stretto di Ormuz è completamente riaperto. Qui uso le parole del ministro degli esteri iraniano Abbas Rakci, che ha detto che lo stretto resterà riaperto per tutta la durata del cessato il fuoco con gli Stati Uniti che da programma dovrebbe scadere il 22 aprile, cioè mercoledì prossimo. Poche ore dopo questo annuncio, però, i Paz daran, cioè i guardiani della rivoluzione in Iran, hanno aggiunto qualche dettaglio al comunicato del governo iraniano e hanno specificato che lo stretto sì è aperto, ma intanto è aperto solo per le navi civili e in secondo luogo saranno loro i Paz Daran, ad autorizzare il transito caso per caso, nave per nave, ed è un transito che poi è vincolato anche al rispetto del cessate il fuoco in Libano. Quindi vediamo ancora una volta quanto questi due temi per l'Iran siano interconnessi e fondamentalmente parte di un negoziato unico. Ora, nonostante questo ridimensionamento, possiamo dire, della notizia, i mercati finanziari hanno preso molto bene la riapertura dello stretto e il prezzo del gas e del petrolio sono iniziati subito a scendere. E anche Donald Trump sembra averla presa bene perché ha commentato la riapertura con una serie di post sul suo social network through che ora prova a sintetizzarvi. Da subito si è detto molto contento e addirittura ha ringraziato l'Iran. Poi però ha specificato che il blocco navale degli Stati Uniti, e qui facciamo un passo indietro, c'è stato il blocco di fatto dello stretto di Hormuz messo in atto dall'Iran, ma poi verso lo sbocco sul golfo gli Stati Uniti avevano imposto un loro blocco a loro volta contro le navi iraniane la scorsa settimana. Ecco, Trump ha specificato che questo blocco nei confronti delle navi iraniane resterà in vigore finché non sarà raggiunto un accordo definitivo per mettere fine la guerra. Ancora dopo ha scritto che l'apertura di Ormuz non è legata al cessato il fuoco in Libano. E qui vediamo un'altra contraddizione rispetto a quello che abbiamo appena detto, visto che il post del ministro degli esseri iraniano esordiva proprio dicendo in linea con il cessato il fuoco del Libano, lo stretto di Hormuz viene riaperto. Quindi c'è ancora un po' di confusione su questi due dossier che l'Iran vuole insieme e gli Stati Uniti non si capisce bene se tendano a tenerli separati come vorrebbe Israele, oppure sono disponibili a gestirli in maniera unita. In ogni caso, quello che è successo negli ultimi giorni fa ben sperare in vista di una risoluzione della guerra in Iran o almeno nel raggiungimento di un accordo che sia un po' più solido e duraturo di quello che c'è in vigore adesso. Trump per primo si mostra ottimista al punto che giovedì ha dichiarato che sarebbe pronto a volare a Islamabad in Pakistan, dove dovrebbe iniziare già, probabilmente in questi giorni, forse anche mentre state ascoltando il secondo round di negoziati dopo quelli che erano falliti la settimana scorsa. Dicevo, Trump si è detto pronto a volare in Pakistan se quello sarà il momento per la firma di un accordo finale ed è un segnale da non trascurare, vista la tendenza di Trump, che conosciamo bene a esserci fisicamente nei momenti che contano o a creare lui stesso i momenti che contano nel bene nel male. Pensate per esempio al Board of Peace per Gaza, ma pensate anche all'incontro con Putin in Alaska della scorsa estate, che però non portò a niente. In questa fase Trump sostiene che la Repubblica Islamica abbia accettato quasi tutte le richieste degli Stati Uniti e si è spinto a dire che un accordo potrebbe arrivare anche a cessate il fuoco ancora in corso, quindi molto presto, ma che comunque potrebbe essere esteso per altre due settimane questo cessate il fuoco se necessario. A leggere queste dichiarazioni sembra che il clima sia un po' meno teso, un po' più ottimista, anche se i punti sul tavolo del negoziato sono tanti e non è detto che su tutti si trovi un accordo. Lo sappiamo, c'è il nucleare che è il vero cuore della faccenda, quello che ha scatenato tutta la guerra, ci sono i missili balistici, c'è appunto lo stretto di Ormuz e vediamo cosa cambierà ora che è stato dichiarato riaperto o parzialmente riaperto. C'è il Libano che Israele vuole considerare, l'abbiamo detto, un capitolo a parte, ma che intanto, come abbiamo visto, ha smesso di bombardare. Quindi, insomma, c'è un'apertura anche in questo senso. Ci sono tante questioni, quindi, e rispetto alla possibilità di risolverle, vi propongo l'analisi di Luca Gian Santi, che è senior advisor di ISP ed è stato ambasciatore in Iran ed è intervenuto nell'evento a Palazzo Clerici dedicato all'approfondimento sulla guerra che c'è stato questa settimana.
SPEAKER_00Bisognerebbe riuscire a concentrarsi sull'essenziale. L'essenziale mi sembra essere il tema del nucleare ancora una volta e come lo è stato negli ultimi vent'anni. E purtroppo mi sembra che finora da parte americana siamo ancora lontani, ecco, dall'avere pienamente consapevolezza di quello che serve per produrre un vero risultato negoziale con l'Iran. Il rischio è quindi che poi Trump a un certo punto si accontenti di un cessato il fuoco, lasciando le questioni tutte aperte, che sarebbe per l'Europa e per l'economia globale, probabilmente l'esito peggiore.
SPEAKER_01Un altro aggiornamento dalla guerra, o meglio, un aggiornamento sulla guerra, in senso più ampio, riguarda questo scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV, che in questo momento sono i due statunitensi più potenti del mondo. Durante la settimana sono stati al centro di un bot e risposta di cui si è molto parlato perché è stato un po' eccezionale nei toni e nei modi. Adesso vediamo perché. All'origine di tutto c'è l'appello alla pace che è stato ripetuto più volte da Papa Leone XIV durante la settimana santa, durante la settimana di Pasqua, che è una cosa molto da Papa, possiamo dire, cioè non è niente di straordinario, soprattutto perché Leone XIV è stato critico nei confronti della guerra contro l'Iran fin dall'inizio. Evidentemente non è così per Trump, perché lui nella serata di domenica scorsa ha scritto un post sui social in cui ha criticato molto duramente Leone XIV, lo ha definito debole nella lotta contro la criminalità, ha detto che è stato scelto dalla Chiesa solo perché è statunitense, quindi sarebbe stato un modo facile da parte del Vaticano per relazionarsi con lui in modo più diretto. E ha detto anche che in sostanza dovrebbe pensare a fare il Papa e non il politico. A queste parole, a questo punto, Leone XIV, che fino a quel momento non aveva mai preso una posizione aperta contro Donald Trump, ha dovuto rispondere lunedì mentre era in viaggio per l'Algeria. Ha ribadito innanzitutto che gli appelli del Vaticano per la pace derivano direttamente dalla dottrina cattolica, cioè dal Vangelo, e non rappresentano un attacco personale a Trump o a nessun altro leader, e che anzi dell'amministrazione Trump il Papa non ha paura, ha detto proprio così. Adesso intendiamoci. Teniamo presente che gli scontri tra politica e religione non sono certo una novità, la storia antica, la storia recente ne sono piene. Quello che cambia in questo caso sono un po' il tono e l'aggressività, considerato anche quanto questa amministrazione in particolare faccia continuamente riferimento alla retorica, all'immaginario della religione, ed è una cosa che Trump fa consapevolmente, per esempio, condividere immagini create con l'intelligenza artificiale in cui lui ha abbracciato con Gesù, il fatto che citi spessissimo Dio e la Bibbia. Tutte queste cose le fa perché nella sua base elettorale c'è una fortissima componente religiosa di destra. E nel 2024, cito dei dati riportati dal nostro Daily Focus di martedì, Trump aveva guadagnato il sostegno dell'elettorato cattolico, che è circa un quinto dell'elettorato totale statunitense, quindi tantissime persone, con margini molto alti, tra i 10 e i 20 punti. Questo elettorato cattolico, che è così fedele a Trump, è determinante al punto che non averlo dalla propria parte può costare la sconfitta alle elezioni. E quindi non è un caso che il presidente degli Stati Uniti parli così spesso di Dio, di religione, che anche il vicepresidente degli Stati Uniti insista così tanto sulla sua recente conversione al cattolicesimo, tanto ad averci scritto un libro. Insomma, non è un caso che questa componente religiosa dell'ideologia repubblicana venga espressa così spesso e così brutalmente, al punto da generare scontri con il Vaticano in un momento della storia in cui, lo abbiamo detto, il Papa è degli Stati Uniti e Privost è nato a Chicago. Si può poi, per chiudere il discorso e allargare lo sguardo, citare un'altra notizia, cioè uno scoop che è uscito la settimana scorsa e a cui non ero riuscito a dare spazio nella puntata di sabato scorso di 7 più 7. Riguarda uno scontro che si è svolto a gennaio a Washington tra il cardinale Christopher Pierre, che a gennaio era il nunzio apostolico, cioè l'ambasciatore del Vaticano negli Stati Uniti, e Elbridge Colby, che è il sottosegretario alla difesa dell'amministrazione Trump. Secondo le ricostruzioni, Pierre viene convocato al Pentagono, cioè alla sede del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, probabilmente per cercare di allentare un po' le tensioni tra Stati Uniti e Vaticano proprio sul tema della guerra. Se vi ricordate gennaio era il periodo in cui Trump minacciava la Groenlandia, eccetera, nel tentativo di allineare un po' le visioni del Vaticano con quelle degli Stati Uniti. L'incontro, però, va malissimo e nello scoop, che peraltro è di un giornalista italiano, Mattia Ferraresi, si legge che un altro funzionario degli Stati Uniti, quindi non Colby, un altro che era presente nella stanza, è arrivato a invocare addirittura il papato di Avignone, cioè quel periodo della storia in cui la Francia si era nominata un proprio antipapa in aperto contrasto con Roma e con il Vaticano. Quindi una cosa piuttosto grave che sia la Casa Bianca che la Santa Sede hanno smentito, sebbene abbiano confermato che l'incontro c'è stato, ma non appunto con questi toni così accesi e così minacciosi. A prescindere dalle versioni, questa storia conferma il momento difficile, i rapporti difficili tra Stati Uniti e Chiesa Cattolica, che, come abbiamo visto, potrebbero creare più danni a Trump che a Leone XIV, forse anche solo per il fatto che il primo deve affrontare delle elezioni tra pochi mesi, mentre il secondo resta in carica a vita. Abbiamo citato il viaggio del Papa in Africa e restiamo nel continente africano per parlare di un anniversario: il terzo anniversario della guerra in Sudan. Il Sudan è uno Stato che sta sotto l'Egitto e si affaccia sul Mar Rosso, sulla cartina dell'Africa siamo a nord ovest. È una guerra di cui si parla poco, o comunque molto meno di altre guerre. In realtà anche parlare di terzo anniversario è un po' improprio, nel senso che quella che commentiamo oggi è una fase di conflitto interno, una guerra civile che si inserisce in una storia molto più lunga. Diamo un po' di contesto. Il 15 aprile del 2023, quindi appunto tre anni fa, scoppia una guerra civile tra le forze armate sudanesi, le SAF, che sono l'esercito regolare del Sudan, e le forze di supporto rapido, le RSF, che sono un gruppo paralmilitare. Questa guerra civile scoppia perché l'esercito regolare prova ad integrare al suo interno le RSF e sfocia poi in un conflitto più ampio per il controllo del paese e delle sue risorse. Un conflitto di cui peraltro non esiste un bilancio ufficiale delle vittime, si stimano almeno 59.000 morti, anche se il numero potrebbe essere molto molto più alto, oltre 200.000 secondo alcune stime, a cui si aggiungono poi gli sfollati. Dal 2023, pensate, ci sono stati più di 13 milioni di profughi a fronte di una popolazione di tutto il Sudan di 42 milioni. Ma la dimensione più drammatica di questa guerra riguarda la crisi umanitaria che ha scatenato e gli attacchi contro i civili che ci sono stati. Ci sono bombardamenti, saccheggi, violenze sessuali, uccisioni su base etnica che fanno temere un nuovo genocidio in corso nel paese. Ancora una volta nella regione del Darfur, e adesso anche nella regione centrale del Kordofan, ed è una situazione molto difficile da monitorare dall'esterno, di cui sappiamo qualcosa grazie a un'inchiesta condotta dall'ONU. Nel frattempo questa crisi rischia di aggravarsi anche per via della guerra in corso in Medio Oriente, che ha reso più scarsi e costosi il cibo. Pensate che il Sudan importa l'80% del proprio fabbisogno di grano, ma anche i carburanti e i fertilizzanti, con effetti a catena sull'accesso agli aiuti e sulla sicurezza alimentare di tutto il paese. Dal punto di vista amministrativo, meglio dire forse dal punto di vista geografico, oggi il paese è spaccato in due: c'è l'esercito regolare che controlla l'est, inclusa la capitale Khartoum, e le RSF che controllano l'ovest, in particolare la regione del Darfur, che è proprio il luogo dove il gruppo paramilitare è nato ed è stato protagonista dei massacri del genocidio in quella regione all'inizio degli anni duemila. Intorno a questi due schieramenti ci sono anche milizie indipendenti che sono attive a livello locale e che non sono schierate apertamente né da una parte né dall'altra, rendendo poi ancora più difficile quindi stabilire chi comanda dove. Oggi le RSF minacciano la secessione dei territori che controllano dal resto del paese, un po' come è accaduto in Libia, dove ci sono due governi diversi sostenuti da attori diversi. Anche in Sudan la situazione è simile. L'esercito regolare è sostenuto e rifornito dall'Egitto, mentre le forze di supporto rapido, sono sostenute e finanziate dagli Emirati Arabi Uniti. Infine l'Ungheria. Con un'affluenza del 78%, pensate la più alta nella storia del paese, i cittadini hanno affidato a Tiza, il partito di Peter Magir, 138 seggi su 199 seggi del Parlamento, cioè più dei due terzi necessari per cambiare anche le leggi più importanti, incluso il sistema elettorale. È una vittoria dalla portata numerica e simbolica molto importante che segna la fine dei 16 anni di governo Orban e che consegna la leadership a Peter Magier. Chi è Peter Magier? Qualcosa su di lui abbiamo già detto nelle puntate precedenti, prima delle elezioni, adesso cerchiamo di conoscere meglio la sua storia. Leggo dal Daily Focus di lunedì a cura di Alessia De Luca. Magier non sarà un partner facile. Cresciuto tra le fila di Fidez, che è il partito di Orban, il nuovo premier ha abbandonato i vertici del partito nel 2024, denunciandone opacità e corruzione. Fatta eccezione per la questione migratoria, dove ha promesso di adottare una linea persino più dura rispetto a Orban, Magar ha promesso di ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, riparare i rapporti con l'Unione Europea per sbloccare i fondi congelati e reprimere la corruzione. Ha assicurato inoltre di porre fine alla dipendenza energetica russa entro il 2035, ma adoperandosi al contempo per relazioni pragmatiche con Mosca. Su questo, cioè sul rapporto tra Ungheria e Russia e su come potrebbe cambiare questa relazione ora che Orban non è più al potere, abbiamo dedicato un nuovo episodio di Dispacci dalla Russia alla nostra serie YouTube, in cui Eleonora Tafura Ambrosetti, che è co-head dell'Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale dell'ISPI, intervista Monica Perosino, che è giornalista della stampa. Lo trovate appunto sul nostro canale di YouTube. In Europa, e proseguo la lettura del Daily Focus, le reazioni sono state estremamente positive. Orban aveva infatti trasformato il voto in un vero e proprio referendum a cui gli elettor ungheresi hanno risposto con decisione. Di certo, Bruxelles ha molto di cui discutere con il nuovo governo ungherese. Riforme in materia di Stato di diritto, lotta alla corruzione che consentiranno lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi europei congelati. Adesso, infatti, l'attesa è che Budapest sblocchi il mega prestito europeo da 90 miliardi all'Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentemente e che Orban aveva impedito. Commenta così Antonio Villafranca, che è il vicepresidente per la ricerca di ISPI. La vittoria di Magier ha una portata storica per l'Ungheria. Il paese vuol cambiare classe dirigente e politiche interne. Quando si tratta però di politica estera e Unione Europea le cose si fanno meno chiare. Certo, Magier si avvicinerà a Bruxelles e potrebbe togliere il veto al prestito a Kiev, anche perché il suo paese ha bisogno di 17 miliardi ancora bloccati dall'Unione. Ma la sua visione del mondo appare al momento piuttosto simile a quella di Orban. Cambiamento sì, ma entro limiti ungheresi. La notizia più grande da segnalare per la prossima settimana è in realtà una notizia di domani, domenica, e arriva sempre dall'Europa dell'Est perché si vota in Bulgaria. Sono elezioni anticipate nonché un altro test importante per l'Unione Europea, ma sono anche le ottave elezioni dal 2021, da 5 anni a questa parte, e questo potrebbe sicuramente influire sull'affluenza, visto che i cittadini della Bulgaria sono comprensibilmente stanchi di non riuscire a eleggere un governo stabile. Il contesto è quindi di grande insoddisfazione. Da una parte c'è l'introduzione dell'euro, che da gennaio ha provocato un forte aumento dei prezzi, e dall'altra la corruzione diffusa in tutto il paese, che ha scatenato forti manifestazioni, numerose partecipate a manifestazioni alla fine dello scorso anno, manifestazioni che poi hanno portato alla caduta del governo e appunto a queste elezioni anticipate. Chi è il favorito è Rumen Radev, che è già stato due volte presidente della Repubblica e ora si candida come premier. Lo fa forte di una coalizione di area socialista, Bulgaria Progressista, che è erede del partito comunista dei tempi della Guerra Fredda e con cui punta a sconfiggere il partito di centrodestra del premier uscente Boyko Borisov. In Bulgaria, come in Italia, il presidente della Repubblica ha un ruolo di rappresentanza, ma durante il suo mandato Radev ha spesso criticato duramente le sanzioni contro la Russia e il supporto occidentale all'Ucraina. Radev è un euroscettico ed è apertamente pro-Russia e le sue posizioni gli sono valse già il titolo di nuovo Orban sui giornali nel caso dovesse vincere. Come l'Ungheria, anche la Bulgaria dipende molto dall'energia russa. Tuttavia, se nel primo paese, in Ungheria, la maggior parte della popolazione è antirussa, la Bulgaria con la Russia ha legami storici, culturali e religiosi. E se ci sarà veramente un nuovo Orban, lo scopriremo presto e ne riparleremo. Vi segnalo in chiusura altri due appuntamenti che riguardano l'Unione Europea perché martedì è in programma una riunione dei ministri degli Esteri che farà il punto sui vari conflitti in corso su tutti Ucraina e Medio Oriente, ma leggo dall'agenda anche Sudan e l'area del Caucaso meridionale, quindi Armenia, Georgia e Azerbaijan. Mentre mercoledì e giovedì si terrà a Cipro, che ha la presidenza di turno, un vertice informale dei capi di Stato e di governo dell'Unione Europea per parlare, tra le altre cose, di gestione delle rotte migratorie nel Mediterraneo orientale e coordinarsi in tema di sicurezza energetica anche alla luce della crisi che c'è a Ormuz in corso. In tutto questo, prepariamoci a un nuovo probabile round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, forse la volta buona, ne abbiamo parlato nella prima parte. Vedremo se saranno ufficializzati in Pakistan a Islamabad. Noi sicuramente Sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao.