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Negoziare con lentezza

ISPI

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Episodio 12: parliamo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che, dopo una settimana di stallo, sembrano pronti a ripartire con la mediazione del Pakistan e ci raccontano due strategie molto diverse. Commentiamo il prolungamento del cessate il fuoco in Libano e le sue incognite, l'approvazione del prestito di 90 miliardi all'Ucraina da parte dell'Unione Europea e la decisione del Giappone di rimuovere il divieto alla vendita di armi all'estero. Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui Trump riceverà Re e Regina del Regno Unito, a pochi giorni dalla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca per cui c'è grande attesa. A New York, intanto, sta per iniziare l'undicesima conferenza per la revisione del trattato di non proliferazione nucleare.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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C'è stato un momento all'inizio dello scorso weekend in cui sembrava che lo stretto di Hormuz dovesse riaprire del tutto. Poi invece è stato detto che era riaperto solo parzialmente, anzi che i guardiani della rivoluzione controllavano chi poteva passare e chi non poteva passare. Poi Trump invece ha detto che no, era lui che diceva chi poteva entrare e chi no perché il blocco navale degli Stati Uniti era ancora in vigore. Insomma, è finita che questo tira e molla tra Stati Uniti e Iran ha fatto saltare qualsiasi negoziato e ha portato la guerra in un ostallo che si è trascinato per tutta la settimana e da cui forse forse solo oggi si riuscirà a intravedere una via d'uscita perché pare che le delegazioni iraniane e statunitensi siano pronte a incontrarsi di nuovo a Islamabad. Intanto, però, appunto un'altra settimana è già passata, il prezzo del petrolio non scende, c'è il primo caso di nave che paga il pedaggio per attraversare lo stretto di Ormuz. Israele e sbla continuano ad accusarsi a vicenda di violare il cessato il fuoco in Libano e insomma i progressi sembrano non arrivare. Noi proveremo a parlare di tutto questo ma anche di altro. È sabato 25 aprile comincia una nuova puntata di 7 più 7, ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibek. E la prima notizia dalla guerra in Medio Oriente è che sul negoziato tra Stati Uniti e Iran durante la settimana non è successo molto, ma c'è stata un'accelerata improvvisa ieri, cioè venerdì andiamo con calma, andiamo in ordine. Tra lunedì e martedì a Islamabad in Pakistan era tutto pronto per accogliere le delegazioni di Stati Uniti e Iran, nonostante la nuova chiusura di fatto dello stretto di Hormuz da parte dei Pazdarani iraniani, che adesso a tutti gli effetti ne gestiscono il traffico. Ma come sabato scorso ci eravamo lasciati dicendo che lo stretto era parzialmente riaperto, questo era quello che sembrava essere emerso dalle dichiarazioni dei leader iraniani e anche di Donald Trump. Ma dopo che lui Trump ha detto che il blocco navale statunitense sarebbe rimasto in vigore, e infatti, domenica scorsa gli Stati Uniti hanno sequestrato un mercantile iraniano, l'Iran ha interpretato questa decisione come una violazione degli accordi per il cessato il fuoco e quindi ha dato mandato ai Pasdaran, ai guardiani della rivoluzione, che sono l'ala più radicale della leadership iraniana e anche quella più influente in questo momento, di bloccare, chiudere nuovamente di fatto lo stretto di Ormuz e regolarne i flussi. Le posizioni così lontane sulla gestione dello stretto sembravano mettere in pericolo la tenuta del cessato il fuoco, che è stato un altro punto su cui le discussioni si sono incagliate in questi giorni, perché formalmente doveva terminare alla mezzanotte di mercoledì. Ma nel pomeriggio di martedì Donald Trump ha annunciato un'estensione a tempo indeterminato. Ed è stata questa una decisione unilaterale, cioè non concordata con i leader del regime iraniano, ed è stato anche l'ennesimo cambio di strategia di Trump, che fino a quel momento sembrava piuttosto contrario a una proroga di questa tregua, mentre nelle ultime dichiarazioni ha fatto sapere di non avere fretta di porre fine alla guerra. Una svolta in questo stallo è arrivata appunto ieri, venerdì, quando sia l'Iran che gli Stati Uniti hanno ufficializzato nuove missioni verso il Pakistan. Oggi, infatti, sono attesi a Islamabad Steve Whitcoff, cioè l'inviato speciale dell'amministrazione Trump, e Jared Kushner, cioè il genero di Donald Trump. Mentre ieri è arrivato il ministro degli esteri iraniano Abbas Arak Chi, che ufficialmente, però, stando alle dichiarazioni del regime, è per parlare con i partner dell'Iran. La portavoce della Casa Bianca, Caroline Levit, ha detto che Kushner e Whitcoff ascolteranno le proposte degli iraniani e ha specificato che Trump e Vance resteranno invece negli Stati Uniti. Quello che riporta la stampa statunitense è che ci si aspetta che il ministro degli Esteri iraniano presenti una nuova risposta scritta a una proposta degli Stati Uniti per un accordo di pace più duraturo. Al di degli sviluppi dell'ultima ora o anche dell'ultima mezz'ora o dell'ultimo minuto, ed è opportuno ribadire che la linea editoriale di questo podcast è non rincorrerli troppo, mi vorrei soffermare sulla situazione dello stretto di Ormuz, perché dichiarazione di Trump e blocco navale a parte, il controllo vero e proprio è nelle mani dei guardiani della rivoluzione, e nel Daily Focus di giovedì a cura di Alessia De Luca scrivevamo che, sebbene il controllo dello stretto di Ormuz non sia il motivo per cui gli Stati Uniti hanno iniziato questa guerra, prima del conflitto il traffico marittimo lungo il passaggio era libero, la sua chiusura da parte di Teheran si è rapidamente imposta come il problema più spinoso che Donald Trump non può permettersi di non risolvere. La sua speranza che un blocco navale in grado di strangolare l'economia iraniana possa convincere Teheran a riaprirlo, accettando le condizioni di resa proposte da Washington, sembra decisamente malriposta. A questa analisi aggiungo quello che ha dichiarato il segretario alla difesa degli Stati Uniti Pete Exet, che ha detto che gli Stati Uniti hanno fermato 34 navi, il dato è di venerdì, e intendono mantenere il blocco navale fino a quando ce ne sarà bisogno, cioè, interpreto io, fino a quando l'Iran non cederà. Ma non è detto che l'Iran ceda prima degli Stati Uniti, proprio perché la sua strategia negoziale si basa sull'attesa, sul logoramento dell'avversario, è un copione che abbiamo visto tante volte, l'abbiamo visto in questa guerra, ma l'abbiamo anche già visto in passato. Ed è l'opposto dell'approccio di Donald Trump, che invece vorrebbe accordi veloci, soluzioni rapide, soluzioni immediate, anche ottenute con la forza se necessario. L'abbiamo già citato più volte dentro il 7 più 7 il caso del Venezuela, la cattura di Maduro come il gold standard, l'esempio principale che Trump porta come caso di operazione che va a buon fine secondo i suoi canoni. Su questa situazione di stallo negoziale, vi propongo il commento di Paolo Magri, che è presidente del comitato scientifico dell'ISPI, ospite all'ultimo The War this Week, l'intervista completa la trovate sul nostro canale YouTube.

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Se non fosse drammatica la situazione, è un caso bellissimo da manuale di negoziazione. Perché tu hai di fronte due stili opposti, hai il gusto di Trump per la grande risoluzione, l'attenzione al dettaglio degli iraniani, hai la forza di Trump, lo stile di coercizione, e dall'altra parte l'orgoglio iraniano: hai i tempi corti di Trump e il lungo gioco che l'Iran fa sempre lo fa da 40 anni. Quindi, se non fosse triste, sarebbe un interessantissimo caso di negoziato.

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All'analisi di Magri vorrei aggiungere anche le parole di Ugo Tramballi, senior advisor di ISP, che nel suo blog ha scritto: con tutto il disgusto che è giusto provare per il regime di Teheran, è però comprensibile che i suoi negoziatori si chiedano se la trattativa per una tregua sia una cosa seria. Anche prima della guerra, nel potere iraniano c'è sempre stato uno scontro fra moderati e sostenitori della rivoluzione permanente. Ora quel confronto è più aspro e decisivo per il futuro del conflitto. Le dichiarazioni incoerenti e inaffidabili di Trump danno forza ai radicali. Ed è estremamente raro che negli USA il segretario di Stato e il consigliere per la Sicurezza Nazionale siano la stessa persona. Nel processo decisionale, le cariche sono a volte in competizione per dare al presidente vari punti di vista prima che compia scelte strategiche. Trump ha affidato le due cariche a Marco Rubio, che ha smantellato la struttura dell'ufficio del consigliere, formato da 200 esperti. Decide Trump, un giorno in un modo, il successivo in un altro. Altre novità arrivano dal Libano perché il cessate il fuoco con l'esercito israeliano è stato esteso per altre tre settimane, fino al 17 maggio. La scadenza era prevista per domani, cioè per domenica. L'annuncio di questa estensione è arrivato direttamente da Donald Trump giovedì, perché giovedì aveva ricevuto alla Casa Bianca i delegati sia libanesi che israeliani per dei colloqui. Sappiamo che questo fronte resta un nodo chiave anche per i negoziati più grandi, quelli tra Stati Uniti e Iran, e probabilmente Trump spera che l'estensione della tregua possa facilitare un accordo anche con il regime iraniano. Tuttavia, nonostante l'intensità degli scontri fra le forze israeliane e le milizie di Esbolla sia calata negli ultimi tempi, il conflitto non si è mai del tutto interrotto, anche perché, come scrive Antonia Ricciardiello nel Medis Week di questa settimana, i termini del cessato il fuoco lasciano un notevole margine per la prosecuzione delle operazioni israeliane in Libano, in particolare in virtù della clausola che afferma il diritto di Israele ad adottare tutte le misure necessarie a titolo di autodifesa contro attacchi pianificati, imminenti o in corso. Ed è, riprendo io la parola, sulla base di questo presupposto che l'esercito israeliano ha istituito la cosiddetta linea gialla, cioè una zona cuscinetto profonda 10 km oltre il confine con il Libano meridionale, dove sono continuati gli attacchi che impediscono ai civili sfollati di fare ritorno nelle città e nei villaggi dell'area. Sia le autorità libanesi che Esbolla, riprendo la lettura, hanno condannato queste azioni come violazioni del cessate il fuoco. Il Libano meridionale rimane pertanto una zona di guerra attiva, teatro di una continua escalation tra il gruppo armato e le forze israeliane. E del resto dobbiamo aggiungere che Esbolla non era presente con una sua rappresentanza alla Casa Bianca e non aveva neanche partecipato ai colloqui che avevano portato al primo annuncio di cessate il fuoco. Quindi qualsiasi accordo di pace di lungo periodo non può non considerare questa milizia filiraniana e il fatto che i suoi attacchi dovrebbero terminare. Israele chiede proprio che venga smantellata così come chiede che venga smantellato Hamas nella striscia di Gaza. Entrambi sono proxi, alleati e supportati dall'Iran in altre zone del Golfo. Ma eliminare sbolla è qualcosa che il governo libanese ha scarsa capacità di imporre perché non ha il controllo sulla milizia. E questo sarà il vero nodo su cui si baserà un'eventuale prosecuzione dei colloqui tra Libano e Israele. Ci spostiamo a Cipro dove giovedì l'Unione Europea ha formalmente approvato il prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina, grazie alla rimozione del veto da parte dell'Ungheria. E questa è una decisione che possiamo leggere anche come prima conseguenza concreta della nuova leadership del Premier Peter Mogher. Un primo che è all'unanimità a questo prestito c'era già stato a dicembre dell'anno scorso, ma poi a marzo il prestito era stato bloccato dal veto dell'Ungheria di Orban per via del danneggiamento dell'oleodotto Druzba che attraverso l'Ucraina porta al petrolio russo in Ungheria. Questo stallo si è risolto in settimana con il ripristino dei flussi di petrolio annunciato da Zelensky, presidente dell'Ucraina, e così è arrivata anche l'approvazione definitiva del prestito. Sono fondi che questi 90 miliardi saranno distribuiti su due anni e dovrebbero servire per coprire due terzi del fabbisogno finanziario dell'Ucraina. Di queste due tranche, 45 miliardi ciascuna, 28 saranno usati per rafforzare gli investimenti in difesa e 17 per il bilancio generale dello Stato. È una notizia molto importante perché senza questo prestito da parte dell'Unione Europea e senza il sostegno economico da parte degli Stati Uniti, che da quando si è insediato Donald Trump hanno smesso di inviare aiuti, l'Ucraina rischiava di trovarsi in seria difficoltà economica già da giugno e infatti l'erogazione di questi fondi, ha detto Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea dovrebbe avvenire proprio entro quella data. Come ripagherà l'Ucraina questo prestito? Non è previsto che venga restituito attingendo alle proprie finanze. Quello che si è deciso è che il capitale venga restituito nel momento in cui la Russia inizierà a versare le riparazioni quando la guerra finirà, quindi data molto lontana nel tempo in questo momento. E potenzialmente, questo è il dato importante, utilizzando parte dei circa 210 miliardi di euro di asset, i famosi asset russi congelati all'interno dell'Unione Europea. È un compromesso questo a cui si è arrivati dopo una lunga trattativa, perché alcuni paesi dell'Unione, in particolare quelli che detengono la maggior parte degli asset russi congelati, su tutti il Belgio, che da solo ne ha 195 miliardi, erano molto critici sulla sua fattibilità. In ogni caso, appunto, si parla di un momento che è molto lontano del tempo, cioè quando la guerra finirà, quando ci sarà un accordo e quindi quando eventualmente la Russia dovrebbe iniziare a versare delle riparazioni. L'ultima notizia della settimana è una piccola notizia, arriva dal Giappone, ma è interessante perché martedì il governo giapponese ha revocato i limiti sulla vendita di armi all'estero. E questa notizia, dicevo, è interessante perché segnala un ulteriore allontanamento dalle politiche pacifiste che hanno caratterizzato il Giappone dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti. Mentre adesso il paese si confronta con crescenti minacce alla sua sicurezza che arrivano soprattutto dalla Cina, quindi la decisione va letta in questo senso. È una notizia che arriva a pochi giorni dalla firma di un accordo tra il Giappone e l'Australia, un accordo che vale 6,5 miliardi e prevede la fornitura di navi da guerra e che ha come obiettivo appunto quello di esercitare maggiore deterrenza nella regione, in particolare in un momento in cui gli Stati Uniti, che del Giappone sono il principale alleato strategico, economico ma anche militare, hanno spostato alcuni dei loro asset dalla zona dell'Indo-Pacifico perché li devono impegnare nella guerra contro l'Iran. Con questo cambiamento il Giappone potrà vendere armi a 17 paesi, anche se il divieto resta valido verso tutti quei paesi che sono impegnati attivamente in guerre, pensate appunto all'Ucraina, però bisogna dire che ci sono indiscrezioni secondo cui l'intenzione del Giappone sarebbe comunque quella di arrivare alla possibilità di fornire armi proprio all'Ucraina in un prossimo futuro, e sarebbe un modo questo sia per sostenere l'esercito contro la Russia, sia per testare i propri armamenti sul campo in un vero conflitto. Passiamo al secondo blocco, guardiamo la prossima settimana, ma la prima notizia che vi segnalo è proprio una notizia di oggi, di stasera, per la precisione, perché a Washington è in programma l'annuale cena dell'associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. È un gruppo che racchiude tutti i giornalisti che quotidianamente seguono il presidente degli Stati Uniti. Questa cena è un appuntamento di gala che si svolge dagli anni venti del secolo scorso, è un evento mondano a cui prendono parte, oltre appunto ai giornalisti, persone famose a vario titolo, e l'ospite d'onore è anche il padrone di casa, il presidente degli Stati Uniti, che tradizionalmente durante questa cena tiene un discorso dai toni molto informali, in cui si prende in giro e fa battute su di lui e anche su altri politici. Perché ve ne parlo? Perché questa sera, per la prima volta, Donald Trump ha deciso di partecipare. Ed è una notizia perché già dal suo primo mandato era sempre stato critico verso questo evento, l'aveva sempre boicottato, non c'era mai andato. Proprio per via del rapporto, come dire, complicato che ha con la stampa e con i giornalisti in generale. Quest'anno ha deciso di partecipare e ha annunciato la sua partecipazione all'inizio di marzo in un post su Fruit Social dove ha scritto che questi corrispondenti hanno ammesso che è uno dei migliori presidenti della storia e quindi sarà un onore per lui partecipare e renderla la cena più spettacolare di sempre. Vedremo che cosa ne uscirà. In passato questa cena ha regalato momenti comici memorabili anche molto condivisi sui social come le battute di Barack Obama, alcune delle quali indirizzate proprio a Trump che all'epoca non aveva per niente gradito. Ma c'è da dire che oggi le relazioni tra stampa e politica statunitense sono molto diverse da come erano allora. In particolare, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump ha sviluppato un approccio, mi viene da dire, piuttosto paradossale con i media perché da un lato rilascia dichiarazioni continuamente, parla con tutti, parla senza sosta con i giornalisti che lo chiamano addirittura personalmente al telefono senza passare dal suo staff e lui gli risponde. Ma dall'altro attacca i giornalisti, delegittima tutti quei giornali che non considera amici e rende difficili il lavoro ai fotografi e alle televisioni impedendogli l'accesso alla Casa Bianca o impedendogli di seguirlo quando viaggia. È un argomento interessante che se volete approfondire trovate al centro del daily focus di ieri di venerdì sul sito dell'ISP. Restiamo alla Casa Bianca dove in settimana tra lunedì e mercoledì è prevista la visita ufficiale dei reali del Regno Unito, Re Carlo e la regina Camilla. È la prima volta dal 2007 che un sovrano britannico visita gli Stati Uniti e questo incontro tra due alleati così storici sarà ancora più importante per il momento in cui avviene, perché siamo in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Regno Unito si sono un po' inasprite e anche questa volta c'entra la guerra in Iran, in particolare la decisione del primo ministro britannico Kirk Starmer di non partecipare all'offensiva statunitense nel Golfo, che ha molto fatto arrabbiare Donald Trump. Infatti, proprio in seguito a questo rifiuto, Trump aveva dato del codardo a Starmer e negli ultimi giorni l'agenzia di Stampa Reuters ha parlato dell'esistenza di un memorandum, di un documento del Pentagono che, tra le altre cose, rivela che l'amministrazione Trump potrebbe riconsiderare la propria posizione sulle isole Falkland. Le Falkland sono un arcipelago che fa parte dei territori d'oltremare britannici e si trovano a largo dell'Argentina, che le perse in una breve guerra con il Regno Unito nel 1982. Da allora c'è una disputa, o meglio, le persone delle Falkland, anche perché sono state colonizzate dagli inglesi, si sentono appartenenti alla corona britannica, ma l'Argentina se le vorrebbe riprendere. E secondo questo memorandum, gli Stati Uniti potrebbero cambiare idea sul fatto che sia il Regno Unito ad avere diritto al controllo delle Falkland. E questo sarebbe uno smacco diplomatico gravissimo, ma anche un favore a Javier Milei, il presidente dell'Argentina, che è un grande alleato di Trump e che da tempo vorrebbe riportare nei confini del suo paese le Falkland, che in Argentina vengono chiamate Malvinas. Al di di questo retroscena, la visita si inserisce ufficialmente nelle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Infatti il prossimo 4 luglio sarà l'anniversario della dichiarazione di indipendenza del Regno Unito. E Trump ha detto alla BBC nei giorni scorsi che la visita del re della regina potrebbe servire a riparare un po' le relazioni. Stiamo comunque parlando di quella che in gergo è nota come special relationship. Il Regno Unito è il principale alleato degli Stati Uniti in Europa dal punto di vista strategico, militare e anche economico. Secondo il programma, è previsto che Re Carlo visiti New York dove dovrebbe anche incontrare il nuovo sindaco Zoran Mamdani. E proprio a New York, a Palazzo di Vetro, alla sede dell'ONU, non lo faccio apposta, comincia lunedì l'undicesima conferenza per la revisione del trattato di non proliferazione nucleare, il TNP. Il TNP è un trattato che è entrato in vigore nel 1970 e ha l'obiettivo, appunto, di prevenire la proliferazione delle armi nucleari, promuoverne il disarmo e favorire la cooperazione per l'uso pacifico dell'energia nucleare. Il trattato prevede che ogni 5 anni i 191 stati che hanno aderito si incontrino in una conferenza di revisione per esaminare l'attuazione del trattato e proporne eventuali sviluppi e modifiche. A queste conferenze quinquennali precedono delle riunioni preparatorie che si sono concluse senza raccomandazioni condivise in vista della conferenza che inizia appunto la prossima settimana. E questo è un segno che ci sono ancora divisioni tra le posizioni degli stati membri che difficilmente troveranno una quadra, un punto d'incontro durante la conferenza. La conferenza peraltro dura un mese e il quadro generale si presenta piuttosto pessimistico sia per via dei conflitti in atto, in particolare gli attacchi che ci sono stati contro le strutture nucleari iraniane l'anno scorso, ma anche la guerra che poi è riesplosa un paio di mesi fa, e anche la guerra della Russia in Ucraina, che rischiano di polarizzare ulteriormente le posizioni in vista dei negoziati. Un mancato raggiungimento di consenso anche nella conferenza del 2026, che appunto durerà un mese e terminerà alla fine di maggio, segnerebbe il terzo fallimento consecutivo e potrebbe indebolire ulteriormente il regime globale di non proliferazione. Quindi staremo a vedere, magari ne riparleremo quando la conferenza finirà. Noi per questa settimana abbiamo finito, grazie per essere arrivati fino in fondo. L'invito è sempre il solito. Condividete 7 più 7, fatelo conoscere, diffondetelo alle persone che pensate potrebbero essere interessate. Perché noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ma in questo caso buon 25 aprile, ricorrenza italiana, ricorrenza anche internazionale direi per la sua portata che è importante festeggiare. Ciao