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Rovesciare l'ordine

ISPI

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Episodio 13: parliamo degli Emirati Arabi Uniti che lasciano l'OPEC, del terzo attentato a Donald Trump in meno di due anni e degli attacchi in Mali tra l'esercito e i gruppi armati. Spazio anche per le prime elezioni in Cisgiordania da vent'anni e per le novità dalla banca centrale degli Stati Uniti. Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui ci saranno elezioni amministrative in Regno Unito, decisive per il futuro del primo ministro Keir Starmer, e in cui in Russia si celebrerà il Giorno della Vittoria.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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La guerra in Iran entra nel terzo mese e sta lentamente uscendo dalle primissime pagine, dai titoli più importanti. È un buon segno in un certo senso, non ci sono più bombardamenti per via del cessato del fuoco, ma è anche il segnale che forse questo conflitto si sta trasformando in qualcos'altro, in qualcosa di diverso. I prezzi dell'energia non calano, i carburanti scarseggiano, o forse no, questo fra poco lo vediamo, e intanto gli Emirati Arabi Uniti escono dall'OPEC, vedremo che cosa significa. Trump ha fatto i conti con il terzo attentato in neanche due anni, e in Mali, in Africa, i gruppi armati stanno cercando di rovesciare la giunta militare che governa il paese. Nel frattempo, a Dir al balà, nella striscia di Gaza, le persone hanno potuto votare ed è la prima volta in 20 anni. Noi parleremo di questo ma anche di altro, e sabato 2 maggio comincia una nuova puntata di 7 più 7. Ciao, bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibeck e voglio dedicare l'apertura di questa puntata a due aggiornamenti dai territori palestinesi che, dopo mesi e mesi di prime pagine, sono un po' scivolati di priorità nell'agenda globale. Un po' funziona così e un po' sarebbe compito di chi segue le notizie dal mondo cercare di far che appunto le notizie riescano ad arrivare alle persone. Una sorta di rovesciamento dell'ordine, come da titolo di questa puntata. Lo scorso sabato si è votato per le elezioni comunali in Cisgiordania e hanno partecipato anche gli abitanti di Deir al Balà, che è una città nella Stras di Gaza. È stata la prima volta dal 2006, da vent'anni a questa parte, e non è un caso che si sia potuto votare lì, visto che Deir al-Balàh è una delle poche aree della striscia a non avere subito invasioni di terra. Nel 2006 le elezioni furono vinte da Hamas, che si impose principalmente nella Stris di Gaza, mentre Fatah, che è il partito rivale, un partito più laico, più moderato e che presiede l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che è nota anche come HOLP. Dicevo, Fatah concentrò i suoi voti in Cis Giordania. Da queste elezioni scaturì una violentissima guerra civile e Fatah fu di fatto estromesso da Gaza e si arrivò alla situazione che poi abbiamo oggi dal punto di vista politico. Questa era una premessa necessaria per capire la situazione nei territori palestinesi oggi e le caratteristiche, diciamo, il contesto a cui siamo arrivati a queste elezioni. Ad Hamas non è stato permesso di candidarsi e diverse altre fazioni lo hanno boicottato perché Hamas non riconosce l'autorità dell'OLP. Questo perché l'OLP riconosce Israele mentre Hamas non lo riconosce. Inoltre, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina domina l'autorità palestinese, che è quella che governa le parti della Cisgiordania occupata non sotto il controllo israeliano. E infatti, in Cisgiordania le elezioni sono state vinte da Fatah, come era ampiamente previsto. Ciononostante, seben Hamas non fosse presente sulla scheda elettorale dei Ralbala, c'era una lista di candidati, diciamo, considerati vicini al movimento. Questi hanno ottenuto solo due seggi sui 15 disponibili, e forse è segno che il consenso verso Hamas all'interno della striscia di Gaza sia in calo. Se volete approfondire queste lezioni, il loro significato, i loro risultati, potete leggere l'ultimo numero del Med This Week che abbiamo pubblicato giovedì sul sito dell'ISPI in cui trovate anche una mappa dettagliata del voto. Mentre l'altra notizia che volevo darvi riguarda la Global Summo Flottiglia, che nei giorni scorsi era partita per una nuova missione con l'obiettivo, ancora una volta, di rompere il blocco navale imposto da Israele sulla striscia di Gaza. Come lo scorso autunno, l'obiettivo delle navi, la missione delle navi era quella di portare aiuti alla striscia. E come lo scorso autunno, le navi sono state fermate dalla marina israeliana, questa volta nelle acque internazionali nei pressi di Creta, sud della Grecia, che è molto più lontano rispetto all'ultima volta. Israele, questi sono dati delle autorità israeliane, ha intercettato 21 delle 58 imbarcazioni e ha fermato 175 attivisti che si trovavano a bordo. È giusto dare un po' di contesto e riportare che sia in questo caso sia nella scorsa occasione il blocco militare da parte di Israele viene fatto in una potenziale violazione del diritto internazionale perché avviene in una zona del mare appunto le acque internazionali in cui Israele non ha sovranità. Rimaniamo in Medio Oriente, passiamo alla guerra in Iran, dove lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran è stato scosso dalla notizia dell'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC, che è arrivata martedì, a due mesi esatti dall'inizio della guerra. Che cos'è l'OPEC? È l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, racchiude 12 paesi che insieme controllano quasi l'80% delle riserve mondiali. Lo potremmo definire un cartello capace di influenzare il prezzo globale del petrolio accordandosi sulla quantità di barili che i suoi membri vendono, secondo la più classica espressione della legge della domanda e dell'offerta, cioè quando decidono di vendere di più, lo fanno nel tentativo di contribuire a ridurre i prezzi, garantendo appunto maggiore offerta. Quando i paesi OPEC decidono di ridurre l'offerta, l'obiettivo che hanno è mantenere alti i prezzi se la domanda è bassa. Per citare un precedente storico, molto famoso e tornato anche di attualità di recente da quando è scoppiata la guerra in Iran, la crisi energetica del 1973 fu scatenata anche dalla decisione dei paesi arabi, membri dell'OPEC, di porre un embargo sulle esportazioni di petrolio verso Stati Uniti e verso i loro alleati. Fatto questo contesto, ritorniamo al presente e cerchiamo di capire questa decisione degli Emirati, che, oltre a dare un ulteriore colpo alla già alta volatilità dei mercati energetici mondiali, rompe un po' il fronte comune che i paesi del Golfo, i Paesi Arabi del Golfo, erano riusciti a opporre all'Iran nelle prime settimane di guerra e rivela anche un po' le divisioni e le recriminazioni su come la crisi sia stata gestita finora. Considerate che nell'OPEC ci sono anche Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e anche l'Iran. Ufficialmente la motivazione che hanno dato gli Emirati Arabi Uniti è quella di avere maggiore libertà di soddisfare la domanda di petrolio globale. Questo è quello che ha detto il ministro per l'Energia degli Emirati, e lo ha detto perché da quando è iniziata la guerra il paese esporta la metà dei suoi volumi normali. Ma per capire meglio la portata di questa decisione vi leggo alcuni numeri dal nostro Daily Focus di mercoledì. Gli Emirati sono il terzo produttore dell'OPEC, con una capacità produttiva di circa 4,8 milioni di barili al giorno, ma la produzione effettiva nel 2025 è stata di 3,1 milioni di barili. E hanno una riserva di capacità inutilizzata seconda solo a quella dell'Arabia Saudita. Uscendo, privano il cartello di circa il 15% delle sue capacità produttive. Ma soprattutto, nel caso in cui ci sia bisogno di immettere più barili nel mercato per ottenere un abbassamento dei prezzi, privano l'OPEC, e quindi l'Arabia Saudita, di un'arma fondamentale. In questo momento restare dentro l'OPEC per gli Emirati significava rinunciare a maggiori guadagni per sottostare alle limitazioni imposte dai sauditi, ed è una conclusione a cui era già giunto il Qatar, che nel 2018 aveva preso la stessa decisione ed era uscito dall'OPEC. Ma con l'Arabia Saudita, oltre a queste questioni tecniche di convenienza economica, per gli Emirati ci sono anche delle divergenze più strategiche e delle divergenze di visione, perché in diverse aree del Golfo, e non solo, pensate allo Yemen, al Sudan, alla Libia, i due paesi sostengono attori diversi. Restiamo in tema energia, che, in assenza di aggiornamenti politici dalla guerra, è la notizia principale, l'abbiamo detto tante volte. Il petrolio è risalito sopra i 110 dollari al barile ed è la prima volta dal 7 aprile. Il 7 aprile è il giorno in cui la tensione tra Stati Uniti e Iran era quasi ai massimi. Il giorno dopo ci fu il messaggio di Trump che aveva detto che un'intera civiltà sarebbe stata distrutta e la sera stessa poi arrivò il cessato del fuoco che è ancora in vigore. Negli Stati Uniti il carburante è cresciuto di quasi il 30% dall'inizio della guerra e oggi la benzina ha quasi raggiunto il tetto psicologico, potremmo definire, dei 5 dollari al gallone. È come se qua da noi in Italia la benzina costasse 2 euro al litro, per intenderci. Anche se vi devo dire che in Michigan ho visto addirittura benzinai che vanno sopra i 5 dollari al gallone. Sempre più persone cercano modalità alternative per risparmiare sul carburante, tipo condividere il viaggio a casa lavoro, oppure usare più mezzi pubblici, che immaginerete, negli Stati Uniti è un'impresa non particolarmente facile. È un fenomeno conosciuto come distruzione della domanda, che appunto negli Stati Uniti è più difficile da realizzare, sia per mancanza di alternative all'auto, sia per le dimensioni e le distanze molto grandi che le persone coprono quotidianamente. Allargando lo sguardo, siamo in una situazione di crisi energetica un po' paradossale, perché il petrolio ci sarebbe abbondantissimo, però è bloccato nello stretto di Hormuz. Scrive Lorenzo Borga nel suo ultimo data globe per ISPI che Teheran non sa più dove mettere il petrolio che estrae. Il blocco navale statunitense sta di fatto frenando l'export di greggio e la capacità di stoccaggio si sta esaurendo. Le petroliere sfuggite all'intercettazione degli Stati Uniti sono state recuperate nell'Oceano Indiano e nessuna nave cisterna è riuscita a forzare il blocco. Del resto, che lo stretto di Ormuz chiuso metta in crisi il commercio mondiale, lo diciamo da diverse puntate. L'Asia soffre già gravi carenze di carburante al punto che la Cina ha deciso di ripristinare le esportazioni di diesel e di jet fuel, che è il querosene per gli aerei, nel tentativo di alleviare un po' la pressione sui paesi e sulle compagnie aeree asiatiche. Secondo un'analisi che ha riportato il Financial Times è una notizia che potrebbe dimostrare come la Cina effettivamente stia riuscendo ad accedere al petrolio iraniano, che è un'ipotesi che circola molto da qualche settimana. Riprendo il pezzo di borga che conclude così: In mare ci sono ancora oltre 120 milioni di barili iraniani diretti verso la Cina. Ci vorranno settimane perché queste petroliere, se non verranno intercettate dalla marina statunitense, arrivino a destinazione. E servirà poi almeno un altro paio di mesi per incassare i bonifici, che vengono generalmente versati dopo l'arrivo della spedizione. Ci spostiamo in Africa, in Mali, dove nei primi giorni della settimana, ma già dal weekend scorso, in realtà, ci sono stati degli attacchi da parte di diversi gruppi armati contro posizioni strategiche dell'esercito in tutto il paese, da nord a sud, incluse alcune zone della capitale Bamako. È un fatto molto grande e molto grave, un fatto in evoluzione anche per gli standard di instabilità che caratterizzano questa zona. È l'apice di una fase di instabilità iniziata nel 2012, ma andiamo in ordine, iniziamo con un po' di contesto, dove siamo? Il Mali è uno stato piuttosto grande, grande circa quattro volte l'Italia, che si trova in Africa occidentale, ha quasi 22 milioni di abitanti ed è parte della regione del Sel, che è quella fascia di territorio che divide il deserto del Sahara dalla savana. La parola Sel arriva dall'arabo e significa proprio bordo del deserto. Il Mali è comandato da una giunta militare che ha preso il potere nel 2020 e che è il bersaglio degli attacchi di questi giorni. Sono attacchi condotti da due gruppi diversi che si sono alleati. Uno si chiama Fronte di Liberazione della Sawad, FLA, ed è composto da combattenti di etnia Tuareg. L'altro è il gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani, il Jeinim, una formazione jihadista associata ad Al-Qaeda. Tra lo scorso weekend e l'inizio della settimana sono stati uccisi il ministro della difesa, Sadio Kamara, e il capo dei servizi segreti, Modibo Coné. Martedì, il capo della giunta militare che regge il paese, Assimi Go Ità, si è rivolto al pubblico dopo giorni di silenzio per rassicurare i suoi sostenitori affermando che la situazione è sotto controllo e che quindi questo tentativo di roversciare l'esercito sarebbe fallito, ma, ripeto, la situazione è molto in evoluzione e potrebbe cambiare anche mentre state ascoltando la puntata. Alessia De Luca nel Daily Focus di martedì ha riassunto come siamo arrivati a questa situazione. Da oltre un decennio il Sahel combatte contro gruppi jihadisti e milizie separatiste che operano tra Mali, Niger e Burkina Faso e che si sono progressivamente estesi verso i paesi costieri come Benin e Togo. In passato il Mali aveva beneficiato del supporto dei caschi blu dell'ONU e delle truppe francesi, ma nel 2020 un colpo di Stato ha rovesciato il governo di Ibrahim Bubakar Kaità e la giunta militare ha espulso le forze francesi e internazionali. Su impulso di Camarat, il ministro della difesa ucciso, il paese si è rivolto alla Russia, schierando in mali migliaia di mercenari dell'Afrika Korps. I mercenari dell'Afrika Korps sono, aggiungo io, combattenti di quello che era il gruppo Wagner, che sono passati sotto il comando del ministro della difesa russo dopo la morte di Eugeni Prigogin nell'estate del 2023. Ecco, dal punto di vista politico il dettaglio più importante riguarda proprio questo punto, perché dalle notizie che abbiamo, le Afrika Korps si sarebbero ritirati dalla città di Kidal, che è nel nord del Mali, senza nemmeno prendere parte agli scontri. Kidal è una città importante, già in passato è stata al centro degli interessi dei separatisti Tuareg che vorrebbero farne la capitale del loro stato autonomo, appunto. Secondo la Russia i mercenari avrebbero lasciato Kidal volontariamente, ma questa decisione mette un po' in dubbio la credibilità e l'efficacia delle Africa Corps come forza di protezione dei governi della regione. La situazione, come dicevo, resta delicata e in evoluzione e noi continueremo a seguirla perché tutti gli analisti sono concordi nel dire che potrebbe accadere di tutto, inclusa la caduta della giunta militare nonostante le rassicurazioni di goità. Questo che sentirete adesso è il commento di Lucia Ragazzi, ricercatrice del programma Africa di ISPI, che ha dato a caldo a pochi giorni dall'inizio degli attacchi.

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Quella di questo fine settimana è un'offensiva senza precedenti per portata, che è arrivata al cuore della leadership politica del paese. Ma avviene in un contesto già caldissimo. Ormai da anni il Sahel è l'epicentro delle morti per terrorismo a livello globale. I paesi del Sahel centro-occidentale sono sotto pressione crescente e gli attacchi toccano sempre di più i centri urbani, come era successo alla fine del 2025 con il cosiddetto blocco di Bamacu. In un contesto ancora in evoluzione, è presto per avanzare previsioni su quello che succederà. Ma i fatti di questi giorni sono un colpo per la retorica securitaria brandita in questi ultimi anni dalle capitali saeliane.

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Se poi volete approfondire, il Mali è l'argomento anche dell'ultimo The World Is Week che trovate come sempre sul nostro canale YouTube. Nella scorsa puntata vi avevo invitati a tenere d'occhio la cena per i corrispondenti alla Casa Bianca, che era in programma sabato. Io mi aspettavo di commentare uno show di Trump dal podio durante il suo discorso. Invece a prendersi le prime pagine è stato un fatto avvenuto quando la cena ancora non era iniziata. Gli ospiti erano infatti seduti al tavolo da, diciamo, 5 minuti quando al piano di sopra, rispetto a quello in cui era in programma la cena, si sono sentiti degli spari e il servizio di sicurezza ha immediatamente evacuato la sala. Sono stati minuti molto concitati e anche un po' surreali. Io ho acceso subito la televisione e ho visto un giornalista che si era precipitato in studio direttamente dalla cena, appunto erano presenti un sacco di giornalisti, e dava le notizie con ancora addosso lo smoking. E questi minuti, appunto, molto agitati, molto concitati, Trump li ha passati, ovviamente, postando sui suoi social e scrivendo che fosse stato per lui, la cena sarebbe potuta riprendere a breve, ma ha delegato la decisione alle agenzie di sicurezza. Si è capito molto presto che si trattava di un altro attentato che per contesto è il terzo contro Trump dall'estate del 2024 e chiaramente la serata è stata annullata perché non poteva continuare. Nei giorni successivi abbiamo conosciuto qualche dettaglio in più sull'attentatore, sulla sua identità e sui suoi motivi. Si chiama Cole Thomas Allen, ha 31 anni ed è un ingegnere che vive vicino a Los Angeles. E dalle informazioni raccolte dalle indagini contro di lui fino a questo momento sembrerebbe un critico di Trump da sinistra. Sappiamo che Allen aveva prenotato una stanza nello stesso albergo del gala, quindi per lui è stato più facile eludere la sicurezza perché si trovava già all'interno dell'edificio, anche se, come detto, è stato fermato molto prima che potesse raggiungere la sala, appunto al piano di sopra. Tuttavia, il solo fatto che sia riuscito ad avvicinarsi all'evento ha riaperto il dibattito sull'efficienza e il funzionamento del Secret Service, che è l'agenzia del governo federale che spesso i media italiani traducono male in servizi segreti. In realtà si tratta di una delle tante agenzie del governo federale e in particolare si occupa della sicurezza del presidente e del vicepresidente degli Stati Uniti. Dicevo poco fa, infatti, che siamo davanti al terzo attentato in meno di due anni contro Donald Trump. Il primo, sicuramente ve lo ricorderete, è quello di luglio 2024, quando Trump fu sfiorato da un proiettile fu colpito di rado all'orecchio durante un comizio. Il secondo è avvenuto a pochi mesi di distanza, sempre nel 2024, con un secondo attentatore catturato vicino al suo campo da golf, al campo da golf di Trump a Maralago in Florida. E i commenti che ho letto, specialmente nella stampa statunitense in questi giorni, sono diversi. Per alcuni, questa volta il Secret Service ha lavorato bene. Non ci sono stati morti, non ci sono stati feriti, l'attentatore non si nemmeno riuscito ad avvicinare i suoi bersagli. Ma per altri, il solo fatto che un uomo armato, Allen per contesto, aveva con un fucile, una pistola e diversi coltelli. Dicevo, il fatto che un uomo armato sia riuscito a trovarsi nello stesso luogo di un evento in cui la presenza del presidente era nota da tempo, rappresenta una falla molto grave nel protocollo di sicurezza e ancora una volta mette in dubbio la professionalità e le capacità di lavoro del Secret Service. Inoltre, come in ogni altra occasione di questo tipo, il tentativo di attentato riempie le pagine di opinione sul tema della violenza politica negli Stati Uniti ed è un fenomeno curioso visto con i nostri occhi di non statunitensi, perché sui grandi giornali degli Stati Uniti le sparatorie di massa, le stragi, e ce n'è stata una in Louisiana giusto due settimane fa in cui sono morti otto bambini, trovano molto meno copertura rispetto a quella che vediamo noi in Italia e in generale sui giornali europei. Perché a noi sembrano e sono notizie enormi. Quando invece la violenza armata ha come obiettivo la politica, e anche qui gli esempi non mancano, dall'attivista Charlie Kirk, che è stato ucciso lo scorso settembre, all'attentato contro la ex speaker della Camera Nancy Pelosi e suo marito nel 2022. Il dibattito su questo si fa accesissimo e occupa pagine pagine, ed è una cosa interessante da notare dal nostro punto di vista di non statunitensi. Allen è comparso davanti al giudice per la prima udienza martedì, è stato riconvocato per una seconda udienza giovedì e si trova in questo momento in custodia in carcere. Restiamo negli Stati Uniti per un veloce flash sull'economia perché nella riunione della Federal Reserve, la Banca Centale degli Stati Uniti, che si è riunita mercoledì, l'attuale presidente Jerome Powell ha annunciato che al termine del suo mandato, in scadenza il 15 maggio, resterà in carica nel Consiglio come governatore. È una notizia perché questa è una mossa irrituale. È la prima volta in 75 anni che il presidente uscente decide di rimanere all'interno del board della Fed ed è un segnale molto forte verso Trump e verso la sua amministrazione, con cui Powell si è scontrato a lungo. Infatti è una decisione che non è stata presa per caso. Il suo successore, Kevin Walsh, è stato scelto da Trump che da lui si aspetta un taglio ai tassi di interesse. Mercoledì la Fed ha confermato i tassi correnti per la terza riunione di fila e, dicevo, Trump vorrebbe tassi più bassi per contrastare l'inflazione e stimolare l'economia, che è in difficoltà, evidentemente, per via della guerra in Iran. Guerra che, secondo il Pentagono, ha un costo stimato di 25 miliardi di dollari. La scelta di non tagliare i tassi non ha isolato, diciamo, la Federal Reserve perché giovedì anche la Banca Centrale Europea ha deciso di non toccarli e lo stesso ha stabilito anche il Regno Unito. Questo atteggiamento della Fed sta trovando sostenitori politici anche tra i repubblicani, il che indica che in questo momento mantenere i tassi invariati, se non addirittura aumentarli, potrebbe non isolare Walsh nel suo ruolo di governatore e nel suo rapporto con Trump, anche se è tutto da vedere. Sintetizzo tutta la situazione prendendo in prestito un titolo dal Wall Street Journal che mi pare molto efficace: Powell won't leave, the Fed won't cut e Walsh will have to deal with both, cioè Powell non se ne andrà, la Fed non taglierà i tassi e Walsh dovrà avere a che fare con entrambe le cose. Che cosa succede la prossima settimana? Sabato il 9 maggio si celebra in Russia il giorno della vittoria che commemora la fine della grande guerra patriottica, che è il modo in cui i russi si riferiscono alla seconda guerra mondiale. Quest'anno l'annuale parata nella piazza rossa di Mosca si tiene senza mezzi militari per la prima volta da quasi vent'anni, e la causa è evidentemente il timore di attacchi da parte dei droni dell'Ucraina. In generale, dall'inizio della guerra le parate del giorno della vittoria si sono un po' ridimensionate. L'unica eccezione è stata l'anno scorso perché si celebrava l'ottantesimo anniversario. C'è stata in settimana una telefonata tra Vladimir Putin e Donald Trump in cui Putin si è detto pronto a una trega con l'Ucraina proprio in occasione del giorno della vittoria. Ma sul significato di questa ricorrenza per la Russia vi propongo le parole di Aldo Ferrari, che è il co-head dell'Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale di ISP, e sono parole tratte da un video che abbiamo realizzato nel 2024 dedicato proprio al giorno della vittoria, che se vi va potete recuperare dal nostro canale YouTube.

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La Russia ci sembra strano, ma percepisce se stessa come costantemente minacciata dall'esterno e in particolare dall'Occidente. Questo messaggio, evidentemente, è particolarmente utile in un contesto come questo che noi leggiamo, noi occidentale, come aggressione della Russia verso l'Ucraina e un attacco ai valori democratici occidentali, ma che la Russia percepisce come un momento di autodifesa da un'aggressione proveniente dall'Occidente e che si serve dell'Ucraina come strumento per colpire la Russia. Quindi il 9 maggio ha sistematicamente, anche in contesti differenti, una grande capacità di riunire, se non tutta la popolazione una parte consistente, io direi sicuramente maggioritaria, ampiamente maggioritaria, che è pienamente coinvolta in questa manifestazione.

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Mercoledì il 7 maggio ci sono elezioni nel Regno Unito, sono legislative in Scozia e Galles per il Parlamento, e amministrative locali in Inghilterra. Sono da tenere d'occhio specialmente per i risultati del Partito Laburista, che è il partito di governo. La maggior parte dei seggi locali da rinnovare sono in carica dal 2022, che è quando il Partito Laburista aveva ottenuto il 35% dei voti. E ora la situazione è molto cambiata, è intorno al 20% e il suo leader, che è il primo ministro Kirk Starmer, sta attraversando una fase politica molto delicata, forse la più difficile da quando è diventato primo ministro. Da un lato ci sono i sondaggi che da mesi ormai vedono in vantaggio in testa al partito conservatore di destra Reform UK di Nigel Farage, dall'altro la credibilità di Starmer è insidiata quotidianamente per motivi diversi. Su tutti c'è la gestione del caso Peter Mendelssohn, che è l'ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti travolto dal caso Epstein e di cui avevamo ampiamente parlato dentro 7 più 7 un paio di mesi fa. Secondo i sondaggi, circa la metà dei britanni ci ritiene che Starmer dovrebbe dimettersi, e quindi un risultato particolarmente negativo alle elezioni di settimana prossima potrebbe essere decisivo e costargli il posto da primo ministro. Sicuramente ne riparleremo. In ultimo, una cosa che riguarda l'ISPI, perché la settimana prossima a Milano ci sarà Next, che è un grande evento che organizziamo ogni anno in collaborazione con Università Bocconi e OSD. Da lunedì a mercoledì, oltre mille ragazzi e ragazze che arrivano da tutto il mondo e arrivano dal mondo delle imprese, dei think tank e della società civile si ritrovano a Milano, a Palazzo Clerici, da noi e poi in Università Bocconi per discutere delle questioni più importanti del nostro tempo e ascoltare le opinioni e i punti di vista di esperti e policy makers. Le iscrizioni alle sessioni pubbliche sono già chiuse, ma se vi interessa, se volete seguire i lavori di Next, potete iscrivervi alla newsletter dell'evento su Next.ispeOnline.it e riceverete al termine di ogni giornata una newsletter appunto con il riassunto, il recap di quello che è successo e i video per recuperare le varie sessioni. Anche questa settimana siamo arrivati in fondo, puntata extra large, ma le notizie erano tante e spero di non essere andato troppo veloce. Noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao,