settepiùsette
Il podcast settimanale di ISPI, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che aiuta a fare ordine nel flusso continuo delle notizie globali. Ogni sabato mattina facciamo il punto sui fatti più importanti della settimana e guardiamo a che cosa non perdersi in quella successiva.
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A passo di granchio
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Episodio 14: parliamo degli ultimi sviluppi nella guerra in Medio Oriente, dal Project Freedom annunciato e sospeso da Trump nel giro di ventiquattrore ai nuovi tentativi di negoziato mediati dal Pakistan. Commentiamo la visita di Marco Rubio in Italia e i risultati di due importanti elezioni locali, nel Regno Unito e in India.
Ci prepariamo alla prossima settimana, in cui Trump volerà a Pechino per incontrare Xi Jinping dopo il rinvio del mese scorso e in cui nei territori palestinesi ricorre l'anniversario della Nakba.
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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.
Sarà che questa settimana, specialmente nei primi giorni, sono stato particolarmente impegnato con Next, quest'altre giorni di incontri, conferenze, eventi organizzata da ISPI a Milano insieme all'università Bocconi e OECD. Ma l'impressione che ho avuto quando poi ho ricominciato a prendere in mano i link, le notizie e gli appunti che mi ero segnato per preparare la scaletta, la puntata di 7 più 7, è stata che non ci fossero cose eccezionali successe negli ultimi sette giorni. Forse è anche colpa del fatto che i tempi in cui viviamo ci hanno abituati a talmente tante notizie clamorose una dopo l'altra, che poi quando anche solo per più di un giorno di fila non ne arrivano, ci sembra strano. Anche se poi parliamo di cose che in tempi più normali, anche bisognerebbe poi definire questa parola normale, dicevo, in tempi più normali le avremo trattate con molta più enfasi. Ma questa settimana in particolare mi sembra non si sia andati né avanti né indietro su molte storie. Ci siamo mossi un po' di lato, come i granchi. Nessun progresso in Iran, ma tutto sommato, nessun passo indietro. Niente riavvicinamento concreto tra Stati Uniti e Vaticano dopo le parole di Trump, le parole molto pesanti delle ultime settimane, ma la visita di Marco Rubio, il segretario di Stato, forse ha calmato un po' gli animi. Ci sono solo i risultati delle elezioni locali in Inghilterra nel Regno Unito che hanno scosso un po' il clima, e infatti sono arrivati venerdì, quando questa settimana si avvicinava alla fine. Noi parleremo di questo, ma anche di altro. È sabato 9 maggio comincia una nuova puntata di 7 più 7. Ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibec e ci risiamo con il tiremolla in Medio Oriente. La settimana si è aperta con una iniziativa degli Stati Uniti che è durata pochissimo, un giorno soltanto. Lunedì Donald Trump ha annunciato il Project Freedom per scortare le navi bloccate nello stretto di Hormuz con l'obiettivo di ripristinare la sicurezza nel traffico marittimo, nel traffico delle navi lungo lo stretto, le navi commerciali. L'Iran ha immediatamente detto che l'iniziativa violava il cessato del fuoco e in quello che poi avrebbe dovuto essere il primo giorno di questo nuovo regime di libertà ci sono state solo due imbarcazioni che sono effettivamente riuscite a varcare lo stretto di Hormuz. Nel frattempo, sempre lunedì, il petrolio ha sfiorato di nuovo i 115 dollari al barile e l'Iran non si è limitato a commentare, anzi, è passato subito all'azione e ha attaccato gli Emirati Arabi Uniti per la prima volta dall'inizio del cessato il fuoco. E quindi Trump ha fatto subito marcia indietro, si potrebbe parlare, qualcuno lo ha fatto, dell'ennesimo caso di Taco: Trump Always Chicken Out Trump si tira sempre indietro forse. E dicevo martedì ha sospeso subito questa operazione Project Freedom. A prescindere dalla reazione che ha mostrato l'Iran, e che forse non era, anzi sicuramente non era quella che l'amministrazione statunitense si aspettava, questo Project Freedom era stato presentato senza dare troppi dettagli, come spesso fa l'amministrazione Trump, e fin da subito era apparso un po' poco chiaro come avrebbe dovuto concretamente funzionare. Il resto della settimana è proseguito poi con crescenti tensioni perché Trump insiste con il suo ottimismo, ma l'Iran fa commenti di segno opposto e ogni tanto nello stretto di Hormuz parte qualche missile. Gli ultimi di cui ho notizia, gli ultimi che ho potuto vedere prima di dover registrare la puntata, sono di ieri, di venerdì e riguardano due navi petroliere iraniane colpite dagli Stati Uniti. Quindi progressi, come dicevamo nell'introduzione, non se ne vedono. Il Pakistan prosegue nei suoi tentativi di mediazione tra le parti. Sembrerebbe che le discussioni al momento si concentrino intorno a un piccolo accordo, qualcosa che serva giusto a fermare i combattimenti e poi rimandare il grosso dei negoziati che, come sempre ricordo, parlano di nucleare, di missili balistici, eccetera, al futuro, a un futuro che ancora non è scritto, potrebbe essere tra 30 giorni. Personalmente trovo un po' imprudente, anche un po' inutile cercare di sintetizzare tutto questo tiremolla quotidiano ogni settimana. Per il momento vi basta, ci basta, sapere che lo stallo prosegue a livelli di tensione più o meno alti a seconda della giornata, e che appare sempre più chiaro che quale sarà l'accordo raggiunto, gli Stati Uniti comunque non saranno, non potranno dire di aver ottenuto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati all'inizio di questo conflitto, perché cambio di regime non ce n'è, anzi, se possibile, il regime iraniano è ancora più radicale di prima. Non c'è questa famosa obliteration, cioè questa capitolazione totale del programma nucleare, non si capisce bene come Trump possa salvarsi la faccia da questa situazione. E del resto, lo scriveva Alessia De Luca nel Daily Focus di martedì, ma vale ancora oggi che siamo nel fine settimana. I negoziati proseguono in forma indiretta, ma con posizioni ancora molto distanti. L'Iran chiede un cessato il fuoco formale e il disimpegno delle forze straniere, incluse quelle israeliane in Libano, l'altro fronte, come precondizione per avviare qualsiasi trattativa sul nucleare. Nella guerra di Nervi che si combatte intorno allo stretto, il rischio di una nuova escalation rimane la variabile più pericolosa di tutte. Passiamo dall'inizio alla fine della settimana perché vi raccontavo sabato scorso che in questa settimana il Regno Unito erano in programma elezioni amministrative dal peso politico molto alto. Si è votato due giorni fa, giovedì, e i risultati sono stati clamorosamente negativi per il Partito Laburista, che è il partito di governo, quello guidato dal premier Kirk Starmer. I Labor hanno perso seggi un po' ovunque e li hanno persi a discapito di Reform UK, che è il partito di destra populista di Nigel Farage, e dei Verdi che hanno avuto ottimi risultati e hanno espresso anche dei consiglieri in alcuni distretti di Londra. La sconfitta simbolica più pesante per Starmer, però, e per i laburisti arriva dal Galles dove ha vinto un partito indipendentista, ma dove i laburisti hanno perso le elezioni per la prima volta da cent'anni, da oltre cent'anni. Lo scrutinio ora è quasi completo, mentre il registro manca ancora qualche sezione, ma secondo un'analisi della Press Association britannica che è stata riportata dal Guardian, il Partito Laburista avrebbe conquistato il 44% dei seggi in cui era già il governo, mentre i conservatori ne hanno ottenuti il 62%. Sempre il Guardian riporta un'elaborazione di Sky News che proietta questi risultati locali su scala nazionale, è un indice che loro chiamano National Equivalent Vote NEV. E appunto questi dati ci dicono che il reform UK di Farage è al 27%, mentre il Partito Laburista è al 15%, è un meno 4 rispetto all'ultima rilevazione ed è seguito a distanza molto ravvicinata dai Verdi e dai Liberal Democratici che sono entrambi al 14%. Ora, questi sono i numeri, vediamone le conseguenze, perché Starmer ha commentato il risultato dicendo che gli elettori hanno mandato un messaggio chiaro, di fatto ammettendo una sconfitta, e ha detto però che non intende dimettersi per il momento. Nigel Farage, che per contesto è un grandissimo alleato del presidente statunitense Trump, si gode questa vittoria e dal canto suo parla di risultato storico per il suo partito, risultato che a suo avviso dovrebbe mettere Reformi UK in posizione di maggiore considerazione a livello nazionale. Considerate i numeri che vi ho riportato e confrontateli con il fatto che il partito oggi ha solo otto deputati al Parlamento britannico. Farage quindi spera che questo trend positivo contini a migliorare, che questa onda di consenso lo porti a un ulteriore forte rappresentanza elettorale, che gli permetterà di vincere le prossime politiche, elezioni politiche, che però non sono in programma prima del 2029. Stiamo in tema elezioni perché ci sono state elezioni locali anche in India, nello stato del Bengalo occidentale, e sono state elezioni con un risultato pesante perché ha vinto il BJP, il partito del primo ministro Narendra Modi, che è un partito conservatore e nazionalista. Nella mappa dell'India, per farvi un'idea, il Bengalo occidentale si trova appunto a ovest, a nord ovest per la precisione, al confine con il Bangladesh, ed è qui che si trova la città di Kolkata, che è quella che era conosciuta prima con il nome di Calcutta, ora si chiama Kolkata. Il Bangladesh occidentale è uno stato da 100 milioni di abitanti, un posto gigante. È una vittoria che, immaginate, in un posto di queste dimensioni ha la portata è più simile a una vittoria nazionale, anche se avviene a livello locale, e pesa ancora di più dato che dal 2011 qui governava il centro-sinistra e prima di loro c'era stata una maggioranza comunista al potere per 34 anni. Quindi di fatto negli ultimi 50 anni c'era stato solo un cambio di governo. Con questa vittoria il BJP consolida la propria egemonia politica sull'India, dopo che nelle elezioni di due anni fa del 2024, c'era stato un po'. erano state un po' messe in discussione sia la leadership di Narendra Modi, sia il la forza, la potenza politica del BJP. Narendra Modi governa l'India dal 2014, era stato rieletto nel 2019 ed era stato rieletto per una terza volta nel 2024, è il mandato che è in corso adesso, ma aveva perso oltre 60 seggi e quindi anche la maggioranza assoluta rispetto appunto al mandato iniziato nel 2019 e questo risultato sembrava un po' presagire future sconfitte a livello locale, ma invece è avvenuto l'opposto. E negli ultimi due anni l'Alleanza Nazionale Democratica NDA, che è la coalizione di destra guidata dal BJP, il partito di modi, ha recuperato terreno vincendo parecchie elezioni locali e arrivando, con questo successo di questa settimana, a governare 21 stati e territori, che sono le suddivisioni amministrative dell'India, su 36. Ed è un numero che corrisponde al 70% di tutta l'India, quindi una percentuale molto alta. È uno di quei risultati che spesso nel lessico dei giornali viene definito in modo un po' pigro una prova di forza, perché Modi è stato capace di mobilitare il proprio elettorato dopo questo risultato deludente del 2024 di cui vi ho parlato, anche se è giusto aggiungere che, come in altre parti del mondo, anche in Italia, per certi versi, le persone non votano necessariamente nello stesso modo a livello locale e a livello nazionale. E magari oggi alcuni elettori, alcuni indiani, hanno deciso di premiare il BJP nel proprio stato, nonostante due anni fa non lo avessero votato alle elezioni generali. Se poi allarghiamo la prospettiva alle altre elezioni locali che si sono tenute oltre al Bengala occidentale, questa vittoria risulta ancora più pesante, perché nello Stato di Assam il BJP è riuscito a mantenere il potere nonostante lì ci sia un diffuso malcontento verso il governo, e lo stesso è successo anche nel territorio federale di Puducherri. Mentre se ci spostiamo a sud nel Tamil Nadu, ha vinto a sorpresa un nuovo partito, un partito fondato da un attore. Mentre in Kerala, che è uno stato sempre a sud nella zona meridionale dell'India, il Fronte Democratico Unito, lo UDF, che è guidato dal Congress, il Congress è la grande coalizione antagonista del BJP di modi, la cui leadership è stata a lungo della famiglia Gandhi, ha sconfitto il Fronte Democratico di Sinistra dopo due mandati consecutivi, ed ha posto così fine all'ultimo governo statale a guida comunista che era rimasto in India. Tra giovedì e venerdì, Marco Rubio, che è il segretario di Stato degli Stati Uniti, è stato in Italia, ha incontrato prima il Papa e poi Giorgia Meloni. Entrambi gli incontri sono importanti dal punto di vista politico, specialmente quello con Leone XIV. E partiamo proprio da quello perché Rubio si è presentato in Vaticano in un momento di rapporti molto freddi, molto tesi tra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Infatti, ricorderete che nelle scorse settimane ci sono stati aspri scontri, anche parecchi inusuali tra il Papa e Trump. Il clima non si è rilassato in vista della visita, anzi, alla vigilia della visita, Trump ha attaccato nuovamente Leone XIV, dicendo che se dipendesse dal Papa, l'Iran avrebbe l'arma nucleare e a lui starebbe bene così. È quindi difficile credere alle parole di Rubio, che prima di partire, aveva detto che l'obiettivo della visita in Vaticano non era affatto allentare la tensione con il Papa. Ancora una volta è importante inserire nella discussione le elezioni di metà mandato di novembre che impongono in qualche modo a Trump un tentativo di recuperare il consenso tra gli elettori cattolici. Sono elettori particolarmente sfiduciati dall'atteggiamento aggressivo del presidente, mi riferisco, sia alla guerra in Iran sia proprio alle accuse verso Papa Leone XIV. Questo elettorato cattolico vede nel Papa una figura molto importante, mentre Trump vede in Leone XIV forse un leader politico come un altro, più che un leader spirituale, forse è pure un po' invidioso di lui e quindi si lancia in questi attacchi. Quali che siano le motivazioni, sono queste le premesse con cui Rubio arriva a Roma e nelle due ore di colloquio con Prevost e anche con il segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin le delegazioni hanno discusso di come lavorare insieme per la pace, almeno questo è quello che riporta il documento finale diffuso dalla Santa Sede. Le impressioni, stando a quello che si legge, sono state positive. Il clima è stato descritto come amichevole, come costruttivo. Tuttavia, ho letto sul Washington Post che un funzionario del Vaticano, intervistato per un articolo, ha dichiarato in forma anonima che inevitabilmente qualche crepa nel rapporto con gli Stati Uniti c'è e che è nell'interesse di entrambe le parti che si instauri un dialogo di alta qualità per recuperare un po' questo rapporto. Passando invece all'incontro con Giorgia Meloni, che c'è stato ieri venerdì, Rubio si è definito un forte sostenitore della Nato, l'Alleanza Atlantica, e Meloni ha definito i toni della riunione produttivi e franchi. Quando i politici parlano di dialogo franco, di solito sottintendono una discussione, se non accesa, comunque vivace. E infatti, nelle ultime settimane non sono mancati gli screzzi, gli scontri a distanza tra gli Stati Uniti e l'Europa. Ma anche se non sembra se sia parlato di piani, di progetti degli Stati Uniti per ritirare truppe dall'Italia, a differenza di quanto è stato dichiarato nei giorni scorsi dal Dipartimento della Difesa statunitense che ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, e questo è l'ultimo atto di uno scontro, appunto a distanza tra Trump e il cancelliere tedesco Merz. Ma Rubio ha fatto un po' filtrare il suo disappunto per questo atteggiamento a detta degli Stati Uniti, poco collaborativo di alcuni paesi da parte di alcuni paesi dell'Unione Europea che non starebbero appunto aiutando gli Stati Uniti in Iran come loro vorrebbero. E appunto anche questo è un tema che è stato tirato fuori da Trump più volte nelle ultime settimane. A questo proposito, la prima voce che sentiamo questa settimana è quella di Luigi Di Maio, che è stato ospite in ISP a Milano nel suo attuale ruolo di rappresentante speciale dell'Unione Europea per il Golfo. E nell'estratto che vi propongo, tratto da un'intervista che trovate, come sempre, sul nostro canale YouTube, Di Maio parla del ruolo dell'Europa nella gestione della guerra in Medio Oriente. Un ruolo che non è stato così scontato come si poteva pensare.
SPEAKER_01Grazie al fatto che negli ultimi anni l'Unione Europea, anche con un minimo di visione, aveva costruito questa piattaforma di dialogo con i paesi del Golfo. Immediatamente dopo la guerra, dopo il 28 febbraio, le posizioni non solo si sono allineate a 27 sulla carta, nel senso per iscritto, ma anche rispettando quelle che erano le principali richieste dei nostri partner regionali. La principale richiesta era supporto diplomatico e politico. Perché in quel momento questi paesi hanno dovuto esercitare una grandissima pazienza e resilienza nell'evitare la reazione, il fallo di reazione e scatenare una guerra regionale. Adesso il futuro, secondo me, passa per due grandi cose: consolidare questo pareriato in difesa e sicurezza. Perché io credo che ormai sia diventata la priorità di tutti e due. Tutte e due regioni, abbiamo una grande alleanza con gli Stati Uniti, ma tutti e due vogliamo diversificare le nostre partnership. Ma il secondo punto è la connettività. Perché fino al 28 febbraio noi guardavamo questa Arabian Peninsula come una piattaforma tra l'Asia, il PIL dell'Asia e il PIL dell'Europa. Ora non è più così, la connettività è diventata, secondo me, anche nella penisola arabica, quello che è stato per noi subito dopo l'invasione dell'Ucraina, cioè le infrastrutture energetiche, dati e anche quelle per le merci diventano strategiche, settimana prossima Donald Trump sarà in Cina, a Pechino, per incontrare il presidente Xi Jinping.
SPEAKER_00Ed è un vertice su cui ci sono aspettative altissime e che sicuramente commenteremo la prossima settimana, anche se intanto proviamo a dare un po' di contesto sul momento in cui avviene e su che cosa c'è in ballo, così arrivate preparati. L'obiettivo di entrambi i paesi è stabilizzare o almeno provare a stabilizzare una relazione che si è piuttosto inaspirita negli ultimi anni. Pensate solo alle tensioni sui dazi, alla guerra commerciale in corso, al dossier Taiwan, di cui sicuramente prima o poi riparleremo, e naturalmente anche di questa ultima guerra con l'Iran. Infatti dobbiamo ricordare che questo incontro era già in programma il mese scorso, ma era poi stato posticipato proprio alla luce della guerra in Iran che era finita poi in cima alle priorità dell'agenda di Donald Trump. Io ho cercato un po' di notizie in giro per prepararmi e prepararvi a questo incontro e secondo le indiscrezioni riportate dall'agenzia di stampa Reuters, nonostante le aspettative siano molto alte, non ci si aspettano grandi annunci. Ma entrambe le delegazioni puntano piuttosto a ottenere qualche concessione. Quale? La Cina vorrebbe estendere la tregua in corso nella guerra commerciale con gli Stati Uniti e si dovrebbe impegnare ad acquistare parecchie cose: tonnellate di soia e tra le altre cose 500 aerei Boeing. In cambio ci si aspetta, si attende che gli Stati Uniti allentino un po' le restrizioni sull'export di semiconduttori sono le componenti elettroniche che stanno alla base di qualunque oggetto che utilizziamo oggi e che la Cina possiede in grandissime quantità. Evidentemente si parlerà anche di Iran, visto che il ministro degli esteri iraniano, Abbas Arraq C, è stato proprio Pechino questa settimana per incontrare il suo omologo Wan Yi. E per la Cina riuscire a chiudere questa guerra è una responsabilità degli Stati Uniti. Una guerra che lo abbiamo detto tante volte in tantissime puntate, parlando delle conseguenze economiche della guerra in Iran, una guerra che ha danneggiato e sta danneggiando pesantemente la Cina e il resto dell'Asia, ma in cui la Cina sembra avere un ruolo di dietro le quinte che assiste l'Iran, ne abbiamo accennato settimana scorsa. Su questo non spendiamo troppe parole, potrebbero essere superate dalla storia ancora prima che le possiate ascoltare nella puntata di oggi di 7 più 7. Per cui sappiate che c'è questo incontro, lo commenteremo una volta che sapremo cosa sarà successo. Settimana prossima, infine, il 15 maggio, si celebra l'anniversario della Nakba, che è un termine arabo che significa catastrofe, e che ricorda l'esodo forzato di oltre 700.000 palestinesi nel 1948 durante la prima guerra arabo-israeliana. È un evento centrale nella memoria delle persone palestinesi che simboleggia la perdita della patria, l'esilio e poi la lotta per il diritto al ritorno. Ci sono molte e moltissime delle persone che allora lasciarono le loro case che non vi fecero mai più ritorno e infatti la chiave di casa è diventata un po' il simbolo di questa tendenza, anzi, di più, perché le vere chiavi, quelle delle loro case che hanno lasciato, vengono ancora oggi tramandate di generazione in generazione come forma di ricordo. Noi ne parlavamo un anno fa in un carosello pubblicato sulla nostra pagina Instagram e raccontavamo della NACP e del fatto che tutti i rifugiati hanno diritto al ritorno, è un diritto sancito da una risoluzione dell'ONU. Se un anno fa tutta l'attenzione era su Gaza e di questa ricorrenza si parlava anche del rischio che si potesse verificare di nuovo nel contesto di oggi, trovo importante condividere qualche informazione su questo anniversario anche a distanza di un anno in più. Oggi che, come dicevamo già la settimana scorsa, le notizie dalla striscia sono un po' meno, in modo che un po' tutti ci ricordiamo che anche lì continuano a succedere delle cose. Anzi, facciamo una cosa in più: in chiusura di puntata vi propongo un estratto dell'intervento di Majed Alansari, che è advisor del primo ministro e portavoce del ministro degli affari esteri del Qatar, che è stato ospite annext a Milano questa settimana e anche a un Mad Regional Meeting e Med è l'altra grande iniziativa che organizza ISPI. Sono i dialoghi mediterranei, ne parleremo più avanti nel corso dell'anno. Il Qatar, come sapete, è spesso mediatore nei conflitti all'interno della regione del Golfo, in particolare quello tra Israele e Hamas, ma oggi Qatar è anche un paese sotto attacco da parte dell'Iran. Sentite come commenta Lansari la situazione a Gaza oggi e la situazione in Medio Oriente in modo più allargato. Nessuno di noi è contento con il risultato che abbiamo adesso, nessuno di noi è contento con le persone che continuano ad essere uccise tutti i giorni, con la popolazione di Gaza, un milione e mezzo di persone alla fame. Senz'altro questo non è quello che nessuno di noi voleva vedere. Poco è cambiato per le persone che abitano lì e se guardiamo la situazione del Golfo adesso e mi rendo conto che molte persone non seguono veramente quello che sta succedendo nel Golfo e sembra una sorta di conflitto di lusso che il Golfo si può permettere di affrontare. Vedete, io ho cinque figlie, la più piccola ha otto anni, la più grande ne ha 18. E io vedo le mie figlie, le mie ragazze che si sono passate dall'essere apolitiche, interessate alle loro cose che studiano, a quello che trovano di divertente, al stare con i loro amici, a contare al numero di esplosioni che sentono, a contare il numero di missili che sono caduti quest'oggi, a sentire la casa che trema. Questo è un cambiamento totale, un cambiamento generazionale della percezione delle minacce. La percezione della sicurezza non è più un pensiero distante per i miei figli. La sicurezza per loro significa rimanere vivi. Sopravvivere il giorno successivo nel momento in cui iniziano a sentire le esplosioni. Questo è qualcosa che non sta succedendo solo nella nostra zona del mondo, sta succedendo in tutto il mondo. I giovani stanno crescendo in un mondo meno sicuro. Se noi non lavoriamo con i giovani per cercare, provare a cercare delle soluzioni per il futuro, ci ritroveremo con la paura ad essere il più grande motore per le prossime generazioni. Con queste parole siamo arrivati alla fine della puntata. Noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie come sempre per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao!