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Niente souvenir da Pechino

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Episodio 15: parliamo dell'incontro a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping, di quali erano le aspettative e quali risultati invece possono rivendicare i due presidenti dopo i loro colloqui. Continuiamo a seguire la situazione politica in Regno Unito, con Starmer sempre più in bilico, e commentiamo le sanzioni dell'Unione Europea ai coloni israeliani in Cisgiordania.

Ci prepariamo alla prossima settimana, con due importanti incontri internazionali: il summit UE - Messico e l'assemblea mondiale della sanità, l'organo operativo dell'OMS.

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Le opinioni espresse in questo podcast non riflettono necessariamente le posizioni dell’Istituto.

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Donald Trump è ripartito ieri da Pechino, dove ha trascorso due giorni per incontrare in visita ufficiale il presidente cinese Xi Jinping. È un vertice su cui c'erano aspettative altissime, ma che alla fine non ha prodotto granché. Ci sono state parecchie dichiarazioni dai toni distesi, dai toni cordiali. Xi Jinping addirittura ha parlato di anno storico per le relazioni tra Cina e Stati Uniti e Donald Trump ha detto che lo aspetta già a Washington il prossimo autunno per un altro incontro. I due leader sembrano essersi riavvicinati molto, anche se sullo sfondo restano parecchie tensioni. C'è l'Iran, che per la Cina è un problema di Washington e che ha la responsabilità Washington di risolvere, c'è Taiwan, su cui forse il concetto di ambiguità strategica statunitense non basta più, vedremo che cosa significa. Ci sono ovviamente i dazi e le barriere commerciali, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Se questi segnali di riavvicinamento saranno veri oppure saranno solo di facciata, come è probabile, lo scopriremo nei prossimi mesi. Noi parleremo di questo, ma anche di altro. È sabato 16 maggio comincia una nuova puntata di 7 più 7. Ciao bentrovati e bentrovate. Io sono Marcello Filibec e la notizia della settimana, la copertina, se la prende ovviamente l'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino. Mercoledì pomeriggio Trump è atterrato nella capitale cinese per la prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina dal 2017, l'ultimo era stato proprio lui durante il primo mandato. Trump e Xi Jinping si erano già visti ottobre scorso in Corea del Sud a Busan e quell'incontro era servito ai due per congelare temporaneamente la guerra commerciale e tecnologica in corso tra i due paesi. Facciamo avanti veloce di sei mesi, arriviamo oggi e il contesto in cui Trump e Si si sono incontrati è molto cambiato. Nel frattempo è iniziata la guerra contro l'Iran e soprattutto ci sono le conseguenze di questa guerra, che per il momento stanno colpendo principalmente i paesi dell'Asia. In un commentary che abbiamo pubblicato sul sito di ISPI pochi giorni prima dell'incontro, Alicia Garcia Herrero, che è una senior advisor di ISP, scriveva che Trump si presenta a Pechino in una posizione negoziale insolitamente fragile per un presidente che ha costruito la propria immagine politica sull'idea di forza, bloccato sul dossier iraniano, privo dell'appoggio degli alleati europei in quel conflitto e alle prese con un'economia interna pesantita dai dazi da lui stesso imposti. Xi Jinping, al contrario, non deve misurarsi con il calendario elettorale con una stampa libera. Può permettersi di aspettare e in diplomazia la capacità di attendere è una forma di potere. Quindi questo è il contesto, vediamo com'è andata e che cosa si sono detti i due presidenti. Perché come ci si aspettava e lo avevamo anche anticipato nella puntata della settimana scorsa, il vertice si è tenuto in un clima estremamente rispettoso con un cerimoniale serrato, un protocollo strettissimo. Avrete forse visto le foto dell'accoglienza che ha ricevuto Donald Trump insieme alla delegazione degli Stati Uniti. Ma dicevamo ha prodotto pochi risultati concreti e anzi, ha evidenziato ancora una volta la differenza di vedute tra Stati Uniti e Cina su parecchi temi. Partiamo dalla situazione in Iran e dallo stretto di Hormuz, che resta il principale nodo irrisolto di queste settimane e su cui l'amministrazione degli Stati Uniti sembra essersi un po' incagliata. Lo ricordiamo, prima della crisi attuale, attraverso lo stretto passavano il 17% del petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto mondiali. Di questi flussi quasi l'85% era diretto in Asia. Per dare un'idea dell'ordine di grandezza, la Cina dipende dal petrolio che transita per Hormuz per il 47% del proprio fabbisogno, quasi la metà, che è un livello quasi 4 volte più alto rispetto all'Unione Europea, siamo al 13%, e addirittura 8 volte più alto rispetto a quello degli Stati Uniti, che sono al 6%. È anche per questo che negli ultimi anni la Cina ha molto cercato di diversificare i propri fornitori e soprattutto ha accumulato enormi riserve strategiche di greggio, oggi a circa 1400 milioni di barili contro i circa 400 degli Stati Uniti e i 180 che abbiamo noi paesi europei. Tuttavia, nonostante questa diversificazione, la Cina rimane parecchio esposta e ad aprile le importazioni di petrolio cinese sono crollate del 20% e hanno toccato i minimi da 4 anni. Questi numeri che vi leggo arrivano dall'ultimo policy lab di ISP, che è stato dedicato proprio all'incontro tra X Jinping e Trump, curato da Matteo Villa, Giovanni Maria della Gatta e Giuliana Sarcina. Di cui vi consiglio la lettura sul sito di ISP, ci sono sei grafici per capire questo incontro e la sua portata. Su Ormuz, entrambi i leader hanno concordato che lo stretto deve rimanere aperto e Trump ha detto che la Cina è d'accordo con gli Stati Uniti sul fatto che l'Iran non può avere armi nucleari. Questo è uno dei punti cruciali, uno di quelli che ha fatto iniziare la guerra in prima istanza. Gli Stati Uniti, però, avrebbero prove che la Cina starebbe aiutando militarmente l'Iran, in particolare ci sarebbero stati dei colloqui tra aziende cinesi e funzionari iraniani per il trasferimento di armi. Su questo punto, Trump ha detto che Xi Jinping li ha assicurato che la Cina non fornirà equipaggiamento militare all'Iran. Ma usiamo questa notizia come spunto e passiamo ai rapporti commerciali tra i due paesi, che è stato un altro grande tema di discussione già dal primo mandato di Trump, in cui gli Stati Uniti avevano iniziato proprio una guerra commerciale contro la Cina nel 2018, forse ve lo ricorderete. Nel viaggio a Pechino, Trump era accompagnato da 16 influenti CEO e capi di aziende degli Stati Uniti, tra cui Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla e Space Ex, ma c'era anche Jenson Huang di Nvidia, per esempio. E questo testimonia l'importanza del rapporto commerciale tra Cina e Stati Uniti e di quanto sia cruciale che i due paesi siano d'accordo o comunque trovino un accordo su questo. E lo ripetiamo, il vertice non ha prodotto grandi annunci commerciali immediati. L'unico che c'è stato lo ha fatto Trump mentre si stava imbarcando sull'Air Force One, sull'aereo presidenziale per ritornare negli Stati Uniti, e riguarda l'impegno della Cina ad acquistare 200 aerei Boeing dagli Stati Uniti ed è un annuncio che peraltro la Cina non ha neanche confermato ufficialmente. Riprendo la lettura del datalab. Nel 2025 Pechino ha dovuto affrontare forse la sfida economica più importante della sua storia, i dazi stratosferici imposti da Donald Trump. Eppure i dati mostrano che la Cina non solo è riuscita a resistere allo shock, ma ha addirittura fatto registrare un nuovo record, sfiorando i 1200 miliardi di dollari di surplus sulla bilancia commerciale. E questo, nonostante le esportazioni verso gli Stati Uniti siano crollate negli ultimi dodici mesi del 40% rispetto al 2024. E qui dobbiamo aggiungere che se per anni gli Stati Uniti hanno creduto che il punto debole della Cina fosse proprio la dipendenza dalle esportazioni verso i mercati occidentali, quindi verso Stati Uniti e Unione Europea. In particolare è il concetto che abbiamo rinominato come Cina fabbrica del mondo. La Cina ha invece dato prova di sapersi adattare e ha spostato il suo export verso altri mercati: il sud est asiatico, l'Africa, l'America Latina, per esempio. E lo ha fatto questo sia nonostante i dazi, sia nonostante le restrizioni che gli Stati Uniti hanno via via imposto. Sì, certo, le ha imposte Trump, ma anche Biden durante il suo mandato si era impegnato molto in questo senso. E anche lo ha fatto nonostante i tentativi di decoupling, che è un termine tecnico che significa disaccoppiamento, e cioè l'interruzione di quella interdipendenza strategica tra Cine e Stati Uniti, cioè le due potenze hanno così tanto bisogno l'uno dell'altra che non hanno interesse a farsi la guerra tra di loro. Ma su questo ascoltiamo l'analisi di Filippo Fasulo, che è capo dell'Osservatorio Asia e Geo Economia di ISP, ed è stato ospite all'ultimo episodio del The World is Week, che anche questa settimana trovate sul nostro canale YouTube.

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L'idea, in qualche modo che resta è che la rottura del rapporto reciproco non valga su tutto, ma valga su alcuni settori specifici. Quindi, questo è bene dirlo. Quando parliamo di disaccoppiamento non vuol dire interrompere del tutto le relazioni commerciali, ma vuol dire che in alcuni settori fondamentali, dai semiconduttori alle terre rare e alle batterie, ognuno cerca di fare per sé. E quello che stiamo vedendo è che in realtà i cinesi stanno facendo meglio degli americani. E quindi l'idea di Biden e poi di Trump di utilizzare quella che molti definivano l'opzione nucleare del vietare le esportazioni di semiconduttori alla Cina, in realtà si è rivelata meno forte. Perché i cinesi sembrano dimostrare di sapersi produrre in casa i semiconduttori non dello stesso livello americano, ma di un livello comparabile. Al contrario, gli americani non riescono a trovare altrove le terre rare di cui hanno bisogno.

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Ecco, nella sua analisi abbiamo sentito Fasulo fare riferimento a settori fondamentali: semiconduttori, terre rare, batterie, via dicendo. Questi sono tutti componenti che hanno in comune una parola, anzi, un'isola, cioè Taiwan. Ed è su questo che il confronto tra Stati Uniti e Cina è stato più acceso, perché Taiwan è da sempre un punto critico, estremamente critico nelle relazioni tra i due paesi. Taiwan è un'isola un po' più grande della Sicilia, che per la Cina è parte del proprio territorio e che a un certo punto, secondo l'interpretazione cinese, dovrà tornare a esserne parte anche dal punto di vista amministrativo, perché attualmente Taiwan ha un suo governo autonomo, che però gode di un riconoscimento internazionale molto limitato. Sono soltanto 12 paesi che ne riconoscono il governo. Ora non abbiamo qui tempo di riassumere tutta la storia. Ci basta sapere che fino a questo momento su Taiwan, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di ambiguità strategica, cioè di una non presa di posizione voluta, perché non riconoscono l'indipendenza di Taiwan, ma allo stesso tempo gli Stati Uniti intrattengono rapporti informali con il governo autonomo dell'isola. Ed è questo il punto cruciale: perché la Cina vorrebbe che gli Stati Uniti abbandonassero questa postura e assecondassero la visione della Cina, quindi del fatto che Taiwan fa parte della Cina continentale, della politica della unica Cina. Su questo, Xi Jinping è stato parecchio chiaro durante l'incontro con Trump, lo ha avvertito in modo esplicito e ha detto che se la questione non verrà gestita correttamente, i due paesi rischiano un clash, quindi uno scontro che porterebbe l'intero rapporto in una situazione molto pericolosa, sia tra Cina e Stati Uniti, ma di conseguenza per il mondo intero. Perché dico questo? Perché finora l'ambiguità strategica degli Stati Uniti ha contribuito sia a scoraggiare una dichiarazione formale di indipendenza da parte di Taiwan, ma ha contribuito anche a impedire un'invasione cinese dell'isola, un'invasione che avrebbe conseguenze serissime per l'economia globale. Perché l'isola di Taiwan, con oltre 250 miliardi di dollari l'anno, è il quinto partner commerciale degli Stati Uniti, ma soprattutto perché sull'isola di Taiwan ha sede TSMC, che è l'azienda di semiconduttori che ha di fatto un monopolio su questo settore industriale, ne detiene il 90% della capacità produttiva mondiale e i semiconduttori sono alla base dei microchip, cioè quelle cose, quei circuiti che sono all'interno di qualsiasi dispositivo tecnologico che usiamo nella vita di tutti i giorni, nelle nostre macchine, nei nostri cellulari, nelle nostre televisioni, ovunque. In tutto questo c'è in ballo una potenziale vendita di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti per 14 miliardi di dollari. E Trump, parlando a bordo dell'Air Force One, l'aereo presidenziale, al termine della visita, cioè ieri, venerdì, ha detto ai giornalisti di non aver ancora preso una decisione su questa vendita di armi, che però è già stata autorizzata dall'amministrazione statunitense. E non è neanche chiaro se ne abbia parlato direttamente con Xi Jinping di questa possibile vendita. Se lo avesse fatto, sarebbe una novità assoluta nei rapporti diplomatici tra i due paesi, perché finora la prassi è stata che gli Stati Uniti non consultino la Cina sulla vendita di armi a Taiwan. Se effettivamente lo avessero fatto, cioè se ci fosse stato un dialogo diretto tra i due presidenti su questo argomento, alcuni analisti dicono che potrebbe indicare che l'isola di Taiwan rischia di diventare una pedina di scambio nel contesto dei negoziati con l'Iran. Però questo è tutto da vedere. Come dicevo, è una storia che meriterebbe un approfondimento a a cui magari dedicheremo una prossima puntata di 7 più 7. Ma in ogni caso, per concludere, non è finita qui perché Donald Trump e Xi Jinping avranno altre occasioni per incontrarsi di persona quest'anno e probabilmente lo faranno perché Trump ha in programma di ospitare Xi Jinping alla Casa Bianca e i due leader si potrebbero incontrare prima a Shenzen, a novembre in Cina per l'APEC Summit. L'APEC è l'organizzazione per la cooperazione economica nell'Asia Pacifico. E il mese dopo, a dicembre, c'è il G20 in programma a Miami, in Florida, proprio in un resort di proprietà di Trump. Penso che questo blocco sull'incontro tra i leader di Cina e Stati Uniti si sia preso parecchio spazio, però le cose da dire erano tante. Cerchiamo di passare ad altro e lo facciamo con un veloce aggiornamento sul Regno Unito sulle conseguenze del voto di settimana scorsa. Non sono stati giorni facili per usare un eufemismo per il primo ministro Kirk Starmer, perché il suo partito, il Partito Laburista, ha subito una sconfitta pesantissima e in molti è dall'inizio della settimana che ne chiedono le dimissioni, ma Starmer finora resiste. Tuttavia, anche se il Premier dovesse dimettersi, non si andrebbe a elezioni anticipate, come di solito succede in Italia quando cade il governo, perché per come funzionano le cose nel Regno Unito, il Partito Laburista, che è quello con la maggioranza adesso al Parlamento britannico, una maggioranza molto ampia, dovrebbe trovare un sostituto tra i suoi deputati. Ed è così che arriviamo alla novità più grossa di questa settimana, cioè la conseguenza più grossa di queste elezioni, cioè le dimissioni di Ves Streeting, che era il ministro della salute e anche uno dei principali critici di Starmer dall'interno del Partito Laburista. Streeting ha lasciato l'incarico proprio per questa differenza di vedute, ha detto che sarebbe stato per lui disonorevole rimanere al suo posto dopo che ha perso completamente la fiducia nel primo ministro. E del resto Starmer è accusato da molti, sia dai suoi alleati che dai suoi detrattori, di avere poco carisma e di non essere abbastanza ambizioso o deciso sulle sue scelte politiche. In inglese si dice bold, non è abbastanza bold nelle sue decisioni. La mossa di Streeting va letta, secondo me, come un tentativo di mettere ulteriore pressione a Starmer e preparare il terreno, o meglio, preparare il Partito Laburista a un contest, a una competizione per trovare chi lo sostituirà. Nel frattempo, durante la settimana si è dimesso anche un altro parlamentare, Jos Simons, che lascia quindi un seggio che bisognerà riassegnare con delle elezioni suppletive. E al momento, per questo seggio vacante, il favorito sembra Andy Burnham o quantomeno il candidato favorito del Partito Laburista. Burnham è il sindaco di Manchester dell'area metropolitana che comprende la città di Manchester. Attualmente non è un membro del parlamento e ha ricevuto l'appoggio proprio di streeting. Attenzione, non facciamo confusione perché questo appoggio riguarda solo la candidatura e eventualmente le elezioni di Burnham come parlamentare. Burnham dovrà sfidare un politico di reformi UK, il partito di Nigel Farage di destra conservatore, che è in testa i sondaggi ed è risultato vincitore di queste elezioni locali di settimana scorsa. Dicevo: Streeting appoggia Burnham in questa battaglia, in questa competizione elettorale, ma non per una sua possibile nomina come primo ministro, perché anzi, i due rappresentano ali molto diverse del partito laburista. Streeting è più centrista, moderato, mentre Burnham ha posizioni più a sinistra, e eventualmente si dovrebbero poi sfidare per diventare premier. E in questo momento Streeting stesso ha tutto l'interesse che in Parlamento ci siano altri laburisti interessati a prendersi la leadership del partito e quindi il ruolo di primo ministro per indebolire ulteriormente Kirstarmer. Su questo vedrete che quando le cose si faranno più concrete torneremo a parlarne e avremo poi anche modo di conoscere meglio questi politici, le loro storie, le loro idee e che piani hanno per il Regno Unito. Ultima notizia di questa settimana. Parlavamo alcune puntate fa dei primi effetti delle elezioni in Ungheria che hanno messo fine dopo 16 anni al governo di Victor Orban e commentavamo l'accordo raggiunto dall'Unione Europea per questo prestito di 90 miliardi all'Ucraina. E nei giorni scorsi è arrivata un'altra notizia, un altro sblocco su uno stallo che durava da anni e che riguarda le sanzioni per i coloni israeliani violenti e le organizzazioni estremiste che sono responsabili di abusi, di violenze e di sfollamenti di intere comunità palestinesi in Cisgiordania, che è uno dei territori palestinesi occupati. Perché citavo l'Ungheria? Perché, come nel caso del prestito all'Ucraina, anche qui lo stallo è stato superato grazie alla rimozione del veto da parte di Peter Magi, il nuovo leader dell'Ungheria. E ora, per le organizzazioni dei coloni responsabili degli abusi in Cis-Giordania, è previsto il congelamento dei loro beni in Europa e il divieto di ingresso nel territorio europeo. L'Unione, con questo voto, ha previsto di sanzionare anche alcune figure di spicco di Hamas, ma non i due ministri israeliani, che sono i Tamar Benvir e Bezales Motric, nonostante i due abbiano profondi e comprovati legami con alcune di queste organizzazioni sanzionate. C'è un grafico, pubblicato nel nostro Daily Focus di martedì e che vi invito a recuperare, che un po' le dimensioni di questo fenomeno. Cerchiamo di capire di cosa parliamo. Dal 2023 sono state sfollate completamente 45 comunità palestinesi in Cis-Giordania e il numero totale di comunità colpite dalle violenze dei coloni è cresciuto passando da 29 a 116 in tre anni. Sempre nel Daily Focus di martedì, Alessia De Luca scriveva che, segnando un traguardo storico, le sanzioni approvate restano un passo parziale da parte dell'Europa, la cui posizione nei confronti di Israele e delle evoluzioni commesse nei territori palestinesi è ritenuta da alcuni eccessivamente remissiva. Ci sarebbero, spiega De Luca, altre misure commerciali contro i prodotti delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati, promosse soprattutto da Francia e Svezia. Una di queste è la messa al bando vera e propria dei prodotti delle colonie, che però andrebbe approvata all'unanimità, e l'altra prevederebbe l'imposizione di dazi, per cui basterebbe una maggioranza qualificata. Ecco, l'Unione Europea, o meglio i 27 paesi che la compongono, è forse l'unico grande blocco rimasto che avrebbe la possibilità di usare la propria influenza per spingere il governo israeliano a cambiare rotta rispetto a quello che sta succedendo nella striscia di Gaza e in Cis-Giordania. E mi riferisco, per esempio, alla crisi umanitaria ma anche all'attività militari nel sud del Libano, di cui abbiamo spesso parlato dentro 7 più 7 nelle ultime settimane. C'è un accordo di partenariato strategico che è in vigore dal 2000 e che fa dell'Unione Europea il principale partner commerciale di Israele. Un'iniziativa popolare ne chiede la sospensione e ha raccolto oltre un milione di firme da parte di cittadini europei. Ci sono i governi di Spagna, Slovenia e Irlanda che si sono espressi a favore, ma i 27 Stati membri faticano a trovare diciamo la coesione necessaria, coesione che manca su questo come su molte altre questioni. Però, finché questo accordo commerciale resterà in vigore, i ministri e le figure chiave che guidano la colonizzazione della Cisgiordania da parte di Israele saranno di fatto sempre al riparo da conseguenze concrete. Passiamo ora nel poco tempo che ci è rimasto, alla prossima settimana. Abbiamo tempo solo per fare un veloce flash su due summit importanti che si svolgono la settimana prossima. Il primo è l'Assemblea Mondiale della Sanità, che è il principale organo decisionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'OMS, ed è composto da 194 Stati. Questa assemblea è in programma a Ginevra in Svizzera e arriva in un momento molto delicato perché gli Stati Uniti sono usciti dall'OMS e hanno quindi privato questa organizzazione internazionale di una fonte molto importante di finanziamento. E proprio a seguito del ritiro degli Stati Uniti dall'OMS, l'organizzazione deve affrontare tagli al personale e ai suoi programmi al fine di ridurre i costi. E diventa quindi ancora più cruciale attraverso l'Assemblea Mondiale della Sanità stabilire delle priorità per l'OMS. Sarà questo uno dei punti chiave di discussione durante l'incontro della prossima settimana. Il secondo vertice di cui vi do conto sarà venerdì, perché venerdì prossimo il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen saranno a Città del Messico dove incontreranno la presidente Claudia Scheinbaum nell'annuale summit Europa Messico. Io ho spulciato un po' i documenti preparatori diffusi in vista del vertice e si prevede che questo incontro dia un nuovo slancio alle relazioni tra l'Unione e il Messico, come attraverso la firma di due accordi commerciali, il Modernized Global Agreement e l'Interim Trade Agreement, ITA, ITA. Grazie a questi accordi il Messico eliminerà quasi tutti i dazi attualmente applicati alle importazioni dall'Unione Europea e consentirà quindi ai produttori europei di diventare più competitivi e di esportare di più. Come sempre, aggiungiamo un po' di contesto, il Messico è uno dei nostri partner commerciali più importanti. Per dare solo un numero, nel 2025 il valore degli scambi ha superato gli 86 miliardi tra importazioni e esportazioni. Quindi è un partner veramente importante e questo agreement, questi due agreement che verranno firmati, rafforzano ulteriormente la collaborazione tra Unione e Messico. Vedremo poi se ci saranno altre notizie su questo fronte, magari sul contrasto alla criminalità o sulla cooperazione internazionale. Siamo arrivati in avoca. Puntata molto densa con una notizia che ha dominato un po' l'agenda politica di questa settimana, me ne rendo conto. Settimana prossima cerchiamo di recuperare anche qualche storia minore. Io vi ringrazio come sempre per aver ascoltato 7 più 7. L'invito è il solito. Cividetelo, fatelo conoscere, diffondetelo a amici e amiche che pensate potrebbero essere interessate. E noi sabato prossimo ripartiremo da qui e da tutte le notizie che arriveranno nel frattempo. Grazie per aver ascoltato 7 più 7 e grazie allo staff dell'ISPI che collabora alla produzione di questo podcast. Buon fine settimana, ciao,