Uncovered - Italia
La musica , insieme alle altre arti, è qualcosa che ha sempre espresso qualcosa.
Disagi, felicità, cambiamenti che in qualche modo hanno segnato la vita dell'artista.
Poi, arrivano alcuni singoli che sembra siano stati scritti appositamente per noi allineandosi a quel periodo che stiamo passando facendo diventare quei brani nostri.
Dietro a un gesto plateale, una notizia ,un particolare cambiamento, le chiavi di lettura possono essere infinite.E dietro alla storia di ogni strofa o di ogni melodia, cosa c'è sotto la copertina e soprattutto quanto le persone , anche se possono sembrare così lontane, sono realmente molto più vicine a noi di quanto possiamo pensare?
Tutto sta cambiando: la musica e il tutto il mondo che ruota attorno a essa. Ma la stessa ha ancora quel potere o quella centralità che aveva nelle nostre vite in un periodo dove siamo grandi comunicatori nel comunicare il nulla?
Proviamo a scoprirlo insieme.
Questo è uncovered , un podcast completamente autoprodotto e indipendente, che parla di musica, di quello che c'è dietro e soprattutto di ciò che non ti aspetti.
Ogni due martedì, una nuova puntata.
Uncovered - Italia
LA GABBIA DELLA GLOBALIZZAZIONE
Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.
Nel 2026 si può parlare ancora di globalizzazione?
Sì e non solo in campo musicale: anche nelle nostre vite.
Un fenomeno che dal 1989 è partito e ancora oggi domina e che seppur ha portato delle grandi opportunità, ha lasciato dietro di sé un vuoto. Ma di cosa esattamente?
Da Pirandello a Bowie, da Fabrizio De Andrè ai Rolling Stones.
Cos'è cambiato da allora? Siamo sicuri che siano stati i mezzi ad aver cambiato tutto o il problema è più alto?
Scrivimi qui per ogni suggerimento sul podcast o cosa pensi a proposito della puntata.
E tu? Che idea hai a proposito di quello che hai sentito? Se ti va, fammelo sapere al collegamento qui sopra.
Uncovered è un podcast autoprodotto, autofinanziato e indipendente.
Se ti è piaciuto il podcast e vuoi dare valore al lavoro che faccio, condividi le puntate con gli amici o sui social e valutalo 5 stelline sulla tua app di podcast preferita.
Il tuo supporto - completamente gratuito - è davvero importante per il suo sviluppo.
Grazie!
Prendetevi 30 secondi, anzi 20, e provate a porvi la domanda e rispondete a questo in tempi brevissimi. Qual è l'ultima canzone o tormentone che ricordate ancora oggi degli ultimi dieci anni? O ancora, più semplicemente, vi facilito il compito. Vi ricordate qual era quello dell'anno scorso? Ebbene, se avete trovato una risposta è un buon segno. Diversamente da qui forse sarebbe ora di analizzare il contesto anche a livello storico. Perché forse sì, le piattaforme streaming hanno depauperato il significato della musica, ma siamo sicuri che sia proprio il mezzo il problema? Ciao, sono Giovanni e questo è Uncovered, un podcast autoprodotto e indipendente che parla di musica. Di quello che c'è dietro è soprattutto ciò che non ti aspetti, per analizzare meglio quello che sta succedendo nel mondo della musica dobbiamo fare un panorama ben più ampio, piuttosto che fermarsi solamente all'apparenza e solamente al comparto. Se spostiamo la linea del tempo solamente a trent'anni indietro, il contesto era ben più diverso. Da una parte il tutto era ben più strutturato, c'era ancora la voglia di dire qualcosa, ma dall'altra, ci stavamo godendo anche un periodo dove le preoccupazioni, seppur presenti, erano percepite in modo diverso. Per questo vi rimando alla puntata precedente, dove abbiamo analizzato il contesto degli anni novanta e perché questi sembrano tutt'oggi un'isola felice. Ritornando al concetto di cui stiamo discutendo oggi, pensiamo semplicemente alle nostre vite mettiamole su un piano cartesiano. Sull'asse delle X mettiamo il tempo che passa e su quello delle Y facciamo corrispondere nella parte che va da zero a più infinito i periodi più belli, al contrario, è nella parte che va dall'origine, quindi dal punto zero, zero a meno infinito quelli brutti. In una vita normale ci accorgeremo che questa linea non sarebbe in costante crescita, ma assumerebbe un connotato più o meno di una sinusoide, ovvero un po' in alto e un po' in basso. Stessa cosa che avviene storicamente parlando, dove la sinusoide si accosta agli eventi passati, da periodi di contrasto a quelli di scoperte, di rinnovo, di rinascita. Dalla scoperta delle Americhe al Rinascimento con la fioritura delle arti, della scienza e del pensiero umanistico e lo spicco di figure come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffello, dalla Riforma protestante alla rivoluzione scientifica, passando per l'illuminismo per poi arrivare al periodo decadentista. Cambiamenti che arrivavano da eredità degli anni passati, ma che tutte queste epoche avevano in comune quella miccia che ha innescato un cambiamento che era del tutto naturale e soprattutto necessario. Ma non è una questione di eventi o di storie personali. Oggigiorno gli elementi di distrazione sono aumentati sempre di più e per tenersi al passo coi tempi, magari anche solo per raccontare un semplice brano, devi soprattutto colpire le varie memorie che l'essere umano ha sviluppato. È un tema molto dibattuto che porta ad analizzare dei dati preoccupanti, ma anche qualche sfumatura importante. Il dato più citato è che la durata media dell'attenzione umana si è ridotta a 12 secondi nel 2000 a circa 8,25, oggi, meno dei 9 secondi attribuiti a un pesce rosso. Pensate che tra il 2000 e il 2015 l'attenzione si è ridotta del 25%, sui dispositivi digitali la situazione è ancora peggiore. Nel 2004 gli utenti riuscivano a concentrarsi su uno schermo per oltre due minuti prima di passare ad altro. Oggi quel numero è sceso a 47, con una media di oltre 500 cambi di attività in una giornata lavorativa di 8 ore. Per non parlare poi dei video brevi che aggravano il problema. Studio che è stato fatto nel 2024 e che racconta che gli studenti che guardano abitualmente video brevi faticano maggiormente nei compiti accademici basati sulla memoria. E questi sono i presupposti che ci portano al giorno d'oggi. Se qualcuno andasse ad analizzare i brani mainstream che fanno un po' da capoline in determinate dinamiche, che conosciamo perfettamente, e li metterebbe a confronto con le vendite reali che nel nostro paese sono rilevate dalla FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, l'associazione che rappresenta le case discografiche operanti in Italia, pubblica le classifiche ufficiali dei dischi più venduti nel paese ed è affiliata all'IFBI International Federation of the Phonography Industry a livello internazionale si accorgerebbe che tra i biani più quotati e quelli più venduti c'è una discrepanza lunare. Negli anni spesso la musica pop è stata trattata un po' come musica popolare, ma, seppur impropriamente detto nella nostra lingua e il concetto può essere facilmente confuso, sono due generi nettamente diversi. La musica popolare, nel senso tradizionale, è la musica fatta dalla gente, quindi quella tramandata oralmente di generazione in generazione, legata a una specifica comunità, territorio o cultura. Non ha un autore identificabile, nasce dal basso ed è espressione spontanea di un popolo. Pensiamo alle nemie, alle ballate contadine, alle filastrocche, ai canti di lavoro. In italiano il termine, ahimè, coincide con quello che in inglese si chiamerebbe folk music. La musica pop, abbreviazione di popular, è invece musica fatta per la gente. Prodotta professionalmente e distribuita attraverso i media di massa, che sia radio, tv o streaming, autori identificabili, segue logiche commerciali precise. Mira a raggiungere il pubblico più ampio possibile e si caratterizza per delle strutture semplici e orecchiabili. È un prodotto dell'industria discografica moderna nata nel XX secolo. Come raccontavamo prima, purtroppo il paradosso è che in italiano il termine musica popolare può riferirsi a entrambe le cose, creando un precedente. Per questo molti studiosi preferiscono utilizzare direttamente il termine popular music per indicare quella di massa, riservando musica popolare alla tradizione folk. Il fenomeno della musica di tutti ha una struttura ben galvanizzata e per capire di cosa si tratta dobbiamo tornare al periodo pre-crisi economica del 20. Siamo negli Stati Uniti e le regole della canzone pop degli anni 30 non erano state scritte in un manuale accademico, ma derivavano dalla forma di successo sviluppata dai compositori di Teen Pen Alley, il distretto editoriale musicale di New York, e in particolare da Irwin Burley, uno dei più influenti autori del periodo. Lo stesso, che è stato autore di successi come White Christmas e Always. I suoi principi fondamentali sono stati documentati in un'intervista del 1920 su The American Magazine. Queste regole miravano a creare dei brani commerciali, facili da ricordare e cantare, spesso basati sulla struttura verso ritornello. Sebbene nel 1920 il Vin Berlin ne aveva codificati nove, cinque principali definivano la struttura pop che ha dominato gli anni trenta. La melodia deve essere alla portata della voce dell'americano medio. Il titolo deve essere inserito più volte nel testo e ben visibile, solitamente nel ritornello, quello che oggi chiameremo refrain. L'idea e il testo devono essere appropriati per entrambi i sessi in modo che sia uomini che donne la possano cantare. La canzone dovrebbe contenere un elemento sentimentale, una traccia di pathos, anche se si tratta di un brano comico. La canzone deve seguire una forma chiara, una strofa introduttiva, spesso trascurata, seguita da un ritornello di 32 battute diviso in sezioni AABA. Queste regole emersero per adattarsi alle nuove tecnologie, fonografo e radio dei tempi, ai vincoli fisici dei dischi a 78 giri, che richiedevano canzoni brevi al massimo 2-3 minuti e immediatamente orecchiabili. Successivamente altri protagonisti come George Gersfin, Cole Porter, Richard Rogers e Lawrence Hart, del duo famoso Roger e Hart, perfezionarono questa formula. Però abbiamo parlato finora delle basi che arrivano da lontano, ma l'Italia che ruolo ha assunto negli anni e qual è la situazione attuale? Dal punto di vista dei cantori di ogni epoca, il bel paese non può proprio lamentarsi da Dante a Boccaccio, passando per Pirandello e Verga sono alcuni dei nomi che annoveriamo nella cultura mondiale. Cultura che, come normale che avvenga, si è tramutata nel racconto e nella trama di una canzone. Vuoi che durante il periodo post guerra la radio era un po' il mezzo che dettava un po' la linea, quello strumento che negli anni ad avvenire è poi diventato una sorta di veicolo sociale dove l'attenzione puntava ad ascoltare queste voci magnetiche della dizione perfetta, accompagnate dai più grandi successi di icone che hanno segnato le decadi. Radio che anche per loro arriverà poi il primo scossone a livello mondiale a fine anni 70, ma di questo ne parleremo in un'altra puntata. Mina, Lucio Battisti, Adirano Celentano, Guccini, Gaber, De Andr, Luigi Tenco, Ornella Vanoni, Patti Pravo, Nada, Edoardo Bennato, Marco Masini, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli, Articolo 31, Giorgia, Elisa, Levante, Dito nella Piaga. Senza dimenticare i parolini più famosi da Gino Paoli e Bruno Lauzi, che lasciano l'eredità a Calcutta, Bruno Rissas con la Pesce di Martino, Danile Silvestri e Davide Petrella. Tutti i nomi che sono rimasti incisi nell'album di un paese che stava cambiando e la musica straniera, seppur già imponente nel resto del mondo, entrava timida nelle vite degli italiani e avrà il suo massimo splendore negli anni successivi. Musica straniera che allora aveva il profumo di Proibito, quella che cantava David Bowie, i Rolling Stones, i Velvet Underground, a quella che assumeva un sentore più di dolore come quella di Arita Franklin, Nina Simone, Billy Holiday, Ray Charles e Bob Dylan. Anche la musica italiana ha subito un periodo sinusoidale di alti e bassi. Fino a fine anni 90 era di certo quotata, per poi, con l'arrivo anche dei canali musicali dall'estero, come MTV e le radio che erano triplicate, dar sempre più spazio a questo rush di musica straniera che deterrà lo scettro fino al arrivo degli anni dieci del 2000, dove abbiamo assistito alla nascita della tendenza di questi nuovi laboratori di ricerca del personale musicale sotto forma di reality show che hanno un po' riempito la lacuna dello scenario italiano di allora. Sull'onda lunga del Grande Fratello, per chi ha pensato al format sotto forma di musica, è stata un'ottima mossa, anche questo arriva da oltreoceano. Ma da qui in poi qualcosa è cambiato. C'è stata la trasformazione dell'arte in capitalismo, quel capitalismo che ha trasformato le voci in macchine da soldi, quello che ha fatto sì che ogni concerto diventasse scenico e non più qualitativo, quello che segue i dictat, secondo il quale devi non solo diventare cantante, ma anche a forza, alcune volte, persona popolare senza permetterti di poter sbagliare a dire qualcosa, altrimenti i social diventano delle gogne mediatiche a lui utilizzano e le venti dei tuoi dischi magicamente crollano. Quello che porta alla performance costante che svuota ogni significato, ogni frase scritta o cantata. Quella che oramai, grazie anche alla richiesta sempre più incessante di dischi, mette il cantante sotto un costante esaurimento, mettendolo nell'ombra qualora non dovesse produrre un singolo ogni due mesi. Senza voler troppo demonizzare questi mezzi, sono anche dei mezzi democratici, hanno i loro vantaggi, permette a tutti di potersi esporre, di potersi realizzare, magari pubblicando un singolo da indipendente e facendosi conoscere pian piano per poi un domani diventare un nome di punta. Però il modello globale, che non c'è mai appartenuto, nasconde delle ombre. Per allinearci al mondo o semplicemente per continuare a monetizzare, siamo scesi a compromessi che ci fanno storcere il naso. E non è una questione di identità, patriottismo o di essere resti a un cambiamento, è più una crisi globale. Quella crisi della comunicazione dettata da uno smartphone dove se dovessimo dire tutto ciò che scriviamo su un post a una persona dal vivo forse non ne saremmo così capaci. E non è una sorpresa che di conseguenza anche i sentimenti, le relazioni e l'umanità si siano appiattite allo stesso modo. Forse non c'è più niente da cantare, o forse peggio ancora sarebbe, non sappiamo più cantarlo, o forse, più semplicemente, non abbiamo più niente da dire. Ed è strano come oggi le nostre classifiche siano dominate dal genere rap e urban, che per ciò che riguarda soprattutto il primo, nasce come musica da strada, da protesta, ma alla fine vince chi ha più follower. George Orwell, ai tempi in cui scrisse il 1984 e nel 1948, venne preso da alcuni come pazzo, ma alla fine era solo un visionario. E se tutto viene alimentato da questo fenomeno psicologico chiamato Choice Oload, che tradotto significa sovraccarico da eccesso di opzioni disponibili, ovvero l'ambiente in cui ti ritrovi è saturo di scelte, ci si ritrova in una fase di inerzia, incapace di vagliare la strada migliore. Non dobbiamo meravigliarci se la scelta facile verta sull'intelligenza artificiale, la quale si sta inserendo in maniera silenziosa in questo vuoto che non è solo di melodie incessanti e martellanti di parole o di novità, ma probabilmente è di comunicazione. Ma se l'indecisione è sintomo di intelligenza, il choice overload ci mette in crisi e nello scenario precedente la scelta era più un'imposizione che il resto. Qual è il contesto che si sta delineando? Pirandello diceva che l'uomo ha bisogno di un'identità sociale per esistere davvero, anche se quell'identità è una gabbia, una gabbia che si spera qualcuno riuscirà ancora a cantare. Anche per questa puntata di Uncoverd siamo arrivati al termine. Come sempre, un grosso ringraziamento di cuore a tutti voi che mi avete ascoltato fino ad ora. Vi ricordo che il vostro sostegno è davvero importante per portare avanti questo progetto indipendente e autoprodotto. Come potete fare, non vi costa nulla, semplicemente se vi è piaciuto questo podcast, condividetelo con gli amici, condividete le puntate, valutatelo 5 stelline. Per quello che ci riguarda, se vi va, vi aspetto alla prossima puntata. Da Giovanni è tutto, non mi resta altro che augurarvi, come sempre, una buona giornata.