La finanziarizzazione - Luciano Balbo
La finanziarizzazione: cos'è e come sta sconvolgendo il mondo.
Una raccolta di podcast con riflessioni e analisi di Luciano Balbo.
La finanziarizzazione - Luciano Balbo
La finanza italiana e internazionale - la nascita di 'Oltre'
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Pensieri e riflessioni estratte da un’intervista con l’amico Luca Foresti - 2025
La finanziarizzazione cos'è e come sta sconvolgendo il mondo? Ho una laurea in fisica ma non ho fatto mai il fisico se non per pochi mesi. Quindi sono entrato nel mondo dell'azienda un po' per casualità e poi ho fatto un MBA, cioè un Mastering Business Administration in Bocconi. Dopo quello ho lavorato in Tequint stando tre anni in Brasile, quindi l'esperienza diciamo da giovane è abbastanza significativa e tornando dal Brasile casualmente ho incontrato Vender che all'epoca era un po' la finanza italiana, microbica finanza italiana, che mi ha detto, l'ho conosciuto attraverso un contatto, se voleva lanciare una società di venture capital in Italia. Stiamo parlando del 1984, 83-84 e raccolse 5 miliardi di lire, quindi 2 milioni e mezzo di euro, per fare del venture capital che per me era veramente sconosciuto. Però dentro c'era Piol che comunque in Italia era personale e quindi mi ha anche mandato un attimo della Silicon Valley a vedere, una Silicon Valley tutta diversa, fatta veramente da start-up par, marginale rispetto al mondo mainstream finanziario americano, tendenzialmente con una cultura hippie di sinistra per quello che riguarda gli Stati Uniti, non l'Europa. Però già significativa perché stava già producendo nel mondo all'epoca dell'IT informatica, quindi hardware. Tutta quest'area qui era l'area dove si stava investendo ancora hardware e un po' di software. Tornato in Italia abbiamo fatto in un mercato che non c'era, perché non c'erano gli start-up, abbiamo fatto alcuni piccoli investimenti, tendenzialmente andati tutti male. Per motivi che non c'era il mercato, che abbiamo sbagliato, non lo so, finché io dissi a vendere, forse non è la strada. Proviamo, però nel frattempo emergeva il mondo dei buy out, quindi del private, quindi che invece era già negli Stati Uniti ben codificato e anche in Europa stava diventando relativamente importante. E quindi gli dissi perché non proviamo a cambiare strategia? Lui era perplessissimo perché l'idea di prendere il controllo di un'azienda, la responsabilità è tutto, e alla fine compriamo una società che si chiama Gabbianelli, che fa delle piastrelle di fascia alta pagandola cinque volte l'utile netto, quindi l'azienda valeva un poco, indebitandola, facendola crescere un pochettino e la rivendemmo facendo tre volte l'investimento perché nel frattempo i multipli continuavano a crescere. E quindi ho capito cosa doveva dire fare il buyout e poi essendo il mondo del private equity è un'industry dove è l'unica industrie finanziaria dove vincono gli individui e non le istituzioni. Infatti le grandi società di private equity sono alla fine legate ai fondatori e ai successori dei fondatori, la stessa Goldman Sachs e G. P. Morgan non hanno mai sfondato nel private equity perché gli investitori vogliono parlare direttamente con chi gestisce. Avemmo l'occasione con Luigi Sala che io avevo assunto di raccogliere prima un po' di soldi in Italia e poi grazie a una persona che è diventato un caro amico, Doug Miller, che è uno dei più grandi fundraiser, ci ha portato a raccogliere un fondo di 80 miliardi di lire, 40 milioni di euro, con tutti investitori americani. Quindi era il momento in cui l'Italia, adesso nessun investitore estero vuole investire in Italia, all'epoca gli americani, avevamo anche l'Abu Dhabi Authority Investment, stavano scoprendo l'Europa e dentro l'Europa anche l'Italia prima c'era solo UK. Primo in parallelo con quello fatto da Paolo Colonna che era legato a Schröder, cioè prima di Permira Schroeder, che era una grande istituzione inglese, aveva creato dei fondi nei vari paesi. Quindi in Italia c'era Schroeder, forse era nato qualche mese prima, c'eravamo noi e poi c'era Sofipa, un'istituzione romana che però faceva solo legata credo al mediocredito centrale che faceva solo minoranze, mentre noi, intendo Schroeder e BS Private Equity, facevamo maggioranze. Quindi siamo stati i primi due operatori. Poi Schroeder si ha unito tutte le nazioni, ha creato Permira, quindi una grande struttura, e poi in Italia sono nati un'altra serie di operatori. Segnatamente in quel periodo il mercato era abbastanza dominato da noi e da investitori associati, che è nato poco dopo e che ha fatto per tanti anni molto bene, quindi avevamo i fondi più grandi, gli equivalenti sbagliati centinaia di milioni di euro, che per allora era una cifra enorme per il mercato italiano e poi sono nati alcuni operatori. Direi questo. Io poi sono stati anni d'oro del private equity perché bastavano sbagliare aziende, fare un po' di lavoro e i multipli crescevano, cioè più soldi arrivavano e quindi c'era proprio una crescita dei multipli, sia basato su un razionale sia anche basato sul fatto che più soldi cercano le aziende e il prezzo sale. E quindi è stato un ventennio d'oro, diciamo BS fatto molto bene. Nei primi due fondi abbiamo fatto dei ritorni 25-26% di R composto netto agli investitori, quindi anni d'oro. Poi per una serie di motivi, un po' perché sono start-up paro, un po' perché io miravo ad avere un pensavo di poter creare un qualcosa di paneuropeo, in particolare nel mondo dei beni di investimento. L'Italia è un grande paese manufatturiero, dopo la Germania è il secondo paese manufatturiero, allora lo era ancora di più, soprattutto nelle macchine automatiche, noi avevamo investito in Lima, avevamo investito in tante cose. E quindi la mia idea era di creare un fondo italo-tedesco perché c'erano estreme sinergie. Avevo anche trovato una piccola management company in Germania che era in difficoltà. Questo progetto poi, diciamo, perché io fossi il leader del team, non ha trovato un consenso e questi progetti si possono fare solo se c'è un consenso. E quindi un po' per questo, un po' perché volevo fare altre cose, ho lasciato con una, mi ricordo che è un conoscente del mondo del Privatech che mi disse, con uno degli atti più snob che uno può fare, lasciare il Privatecret all'inizio degli anni 2000 e ho fatto nascere oltre con l'idea di fare sempre degli investimenti, che era la cosa che si presuppone io sappia fare, a impatto sociale. Quindi siamo nel 2006. Siamo tra il 2003 e il 2006, quando io ho incubato, abbiamo fatto anche delle cose non profit e tutto. Quindi nel 2006 è partito il primo fondo, che non era un fondo, era un holding, solo con investitori privati, quindi molto facile nel rapporto perché ai privati gli dici io voglio fare questo, loro ti dicono sì o no. E quindi l'idea, il progetto era investimenti sostenibili, perché se perdiamo i soldi non vanno avanti, però senza un obiettivo speciale di ritorno. Quindi l'obiettivo era preservare i soldi, fare in modo che questi soldi e lì abbiamo fatto alcune cose in dimensione piccola, 10 milioni di euro, però tutto sommato io penso buone, ma soprattutto in linea con la strategia, perché Centro Medico Sant'Agostino è stato certamente l'investimento più significativo, ma certamente per i primi anni era assolutamente in linea con la strategia, ma l'abbiamo fatto anche per micro che fa microcredito in Italia e che è stata resa sostenibile attraverso anche aiuto delle fondazioni bancarie e abbiamo fatto alcune cose di housing sociale e quindi diciamo la strategia è stata perseguita e siamo anche riusciti a restituire tutti i soldi agli investitori.