Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
Il Setagaya Family Murder
Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.
Una famiglia sterminata nel cuore di Tokyo.
Un assassino che resta sulla scena del crimine, mangia, si muove nella casa, lascia tracce ovunque… e poi scompare.
Il Setagaya Family Murder è uno dei casi irrisolti più sconvolgenti e inquietanti del Giappone contemporaneo.
In questa puntata di Fili Rossi entriamo nei dettagli di un delitto che ancora oggi sfida ogni spiegazione: una strage brutale, un’indagine enorme, nessun colpevole.
Cosa è successo davvero quella notte? E com’è possibile che, nonostante tutti gli indizi lasciati dal killer, nessuno sia mai stato arrestato?
Il 31 dicembre del 2000, nel quartiere di Setagaria, una donna entra nella casa di sua figlia e trova qualcosa che nessun essere umano dovrebbe mai essere costruito a vedere. Una famiglia intera è stata sterminata. Quattro persone, due adulti e due bambini. La casa è devastata, come se qualcuno ci avesse vissuto dentro una seconda vita notturna. Sporca, violenta, inspiegabile. Ci sono cassetti aperti, documenti sparsi, tracce di sangue, poggiati fuori posto. Impronte e vestiti. E da quel momento in avanti, il Giappone si ritrova davanti a una delle indagini più frustranti della sua storia recente. Perché il killer in questo caso non è invisibile. Non è uno spettro che entra, colpisce e sparisce senza lasciare traccia. Fa esattamente il contrario: lascia troppo, lascia sangue, lascia capelli, lascia impronte, lascia vestiti, lascia il coltello. Lascia la prova concreta del fatto che, dopo averlo ucciso, non se ne sia andato subito. È rimasto, ha mangiato, ha bevuto, ha usato il bagno, ha toccato il computer della famiglia, si è medicato una ferita con il materiale trovato in casa, come se per qualche ora quella casa fosse diventata sua, e questa è la ragione per cui il caso di Setagaia continua a perseguitare chiunque ci entri, da investigatore o da spettatore. Perché qui non abbiamo una scena muta, abbiamo una scena che parla e parla moltissimo, tra nessuna cosa il nome di chi l'ha creata. Io sono Davide Smaldone e questo è Fili Rossi, un podcast true crime che vi accompagna la scoperta dei casi e misteri che hanno turbato la società moderna. La famiglia viveva a Kami Soshigaya a Setagaia. A nord della loro casa c'era il campo da baseball della Komazawa University, a ovest il fiume Senkawa, a est e a sud il parco metropolitano di Soshigaya. Sembra una descrizione neutra, quasi urbanistica, ma in realtà è fondamentale. Perché al momento del delitto quella zona stava già cambiando pelle. Le autorità avevano pianificato l'espansione del parco. Le case attorno si stavano svuotando, ne erano rimaste soltanto quattro. Quindi non immaginate una strada compatta, piena di vicini alle finestre. Immaginate invece una casa quasi isolata dentro un quartiere smobilitazione. Una casa ancora abitata ma già circondata da vuoti. Anche questo conta. Conta perché il paesaggio di un delitto non è mai solo sfondo. È parte della sua logica. Una casa a pochi mesi dal trasferimento, un'area in trasformazione. Meno occhi, meno abitudini, più silenzio. La famiglia Miyazawa era composta da Mikio, 44 anni, Yasuko 41, la figlia Nina, 8 anni, e il figlio Rei, 6. Una famiglia ordinaria meno in apparenza: lavoro, scuola, routine, computer, lezioni private, relazioni di vicinato, normale vita suburbana. Eppure, come spesso succede nei casi che restano impressi, la normalità non viene distrutta in un luogo straordinario, viene distrutta in uno spazio estremamente riconoscibile: un tavolo, una scala, una stanza dei bambini, un bagno, una cucina, un soggiorno. È questo che rende la storia così disturbante. Niente nella scenografia sembra appartenere al cinema del crimine. Tutto appartiene alla vita quotidiana. Yasuko da anni dava anche lezioni private. Parte della famiglia allargata viveva nella porzione accanto dell'edificio. Non si trattava però di un unico spazio condiviso. Le due unità erano separate, divise davvero, muro pieno, ambienti distinti. Da un lato la famiglia di Yasuko, dall'altro la sorella, la madre Aruko e altri parenti. Questo crea una vicinanza quasi crudele. I soccorsi più vicini erano letteralmente dietro il muro, eppure non abbastanza vicini da salvare nessuno. La casa era piccola, sviluppata su livelli, quasi verticale. Entrando dalla zona del parcheggio si arrivava nello studio al piano terra, usato anche come area lavoro di minchio e come spazio multifunzionale. C'erano scrivanie, computer, librerie, documenti. Poi una zona rialzata con bagno, toilette separata, stanza dei bambini, pianoforte e balcone. Pochi gradini più in su la cucina, la zona pranzo e il soggiorno. E sopra ancora, accessibile con una scala retrattile, il sottotetto, dove quella notte Yasuko dormiva con Nina, che non stava bene. Questa disposizione non è un dettaglio tecnico per appassionati, è il cuore del caso. Perché significa che l'omicida non si muove in orizzontale dentro stanze tutt'ogali. Si muove in verticale, su e giù. Attraverso passaggi stretti tra ambianti che si affacciano uno sull'altro. Ogni spostamento implica una scelta. Ogni scelta implica una possibilità di essere sentito, visto, affrontato. Nella narrazione pubblica del caso c'è sempre una tentazione: trasformare Setagaia in una leggenda cupa, quasi in una casa strecata moderna. Ma la verità è più semplice e proprio per questo peggiore: quella casa non aveva nulla di leggendario. Era una casa dove si mangiava, si studiava, si lavorava, si cresceva. Una casa temporanea, sì, ma sempre una casa. E forse proprio il fatto che quella famiglia stesse per andarsene aggiunge oggi una nuova nota quasi insopportabile. Erano vicinissimi a uscire da lì, a cambiare vita, a lasciarsi alle spalle quel luogo, e invece quel luogo è diventato il loro ultimo indirizzo. La mattina del 31 dicembre Yasuko non risponde. La madre Aruko va a controllare. Entra, trova il caos, trova il sangue, trova i corpi. Da lì in poi il tempo si spezza. Il panico si trasmette alla famiglia accanto: parte la chiamata d'emergenza. Arriva la polizia. Ma quello che la polizia trova non è solo una scena di omicidio multiplo, è una scena ancora abitata dalle azioni successive del killer: come se l'aggressore invece di andarsene, avesse voluto lasciare una seconda firma non fatta di simboli, ma di permanenza. Ed è qui che questa puntata e questo caso devono fare una scelta di tono. Non voglio raccontarvelo come un esercizio di morbosità, voglio raccontarvelo come un programma narrativo e umano. Perché il punto non è fare l'elenco delle ferite. Il punto è capire che tipo di mente entra in una casa, distrugge una famiglia e poi si ferma lì abbastanza a lungo da mangiare i loro gelati. È questa più di altra, la parte del caso che rompe qualcosa in chi ascolta. Prima ancora di chiederci chi fosse il killer, dobbiamo chiederci che tipo di notte è stata quella. Quanto è durata davvero la fase della violenza? Quanto quella della permanenza? Quanto sappiamo? Quanto invece stiamo ricostruendo a posteriori? Perché il caso Setagaia non è soltanto un'indagine, è un equilibrio costante tra ciò che è stato trovato, ciò che si può dedurre, e ciò che, ancora oggi, resta soltanto probabile. Quando gli investigatori entrano, la casa restituisce immediatamente un'impressione precisa. Questo non è stato un ingresso rapido. Un'aggressione improvvisata e una fuga. C'è troppo disordine selettivo, troppa attività successiva, troppa presenza residua del killer. Al piano terra, nella zona dello studio e vicino alla base della scala, viene trovato Micchio. Non è nel letto, non è in una posizione passiva. La sua collocazione, il modo in cui viene descritto, il fatto che indossi ancora i vestiti e abbia una sola pantofola, suggeriscono una dinamica di confronto. Non sembra una vittima che non abbia avuto il tempo di reagire, sembra una vittima che ha intercettato qualcosa. Che si è mosso, che forse è andato verso il rumore, che si è trovato davanti un uomo armato. Qui la casa smette di essere uno scenario e diventa una macchina narrativa. Perché la posizione di Mikio ti fa già intuire una cosa: il delitto non è rimasto confinato in un unico punto: si è mosso. È sceso, è salito, ha attraversato la struttura. Più in alto vengono trovate Yasuko e Nina. Il livello di violenza contro di loro è estremo, e poi c'è Ray nella stanza dei bambini. Ray è cruciale nella ricostruzione perché è l'unico che, nella lettura più diffusa, non viene ucciso a coltellate ma strangolato manualmente. Questo dettaglio pesa molto: perché se l'arma da taglio domina la scena del crimine, ma il primo bambino vicino al probabile punto d'ingresso viene strangolato, allora l'ipotesi più naturale è che il killer, almeno all'inizio, cercasse silenzio o controllo. Non è una prova definitiva dell'origine degli eventi, ma è uno degli indizi più importanti per leggerlo. Poi ci sono i reperti lasciati, ed è qui che il caso cambia completamente scala. Perché molti delitti diventano freddi proprio per l'assenza di materiali. Qui, al contrario, sembra quasi che l'assassino si sia spogliato dentro l'indagine. La polizia trova una felpa grigio chiaro con maniche lilla, una giacca nera uniclo, un cappello grigio, una hip bag, una sciarpa, guanti neri. Scarpe Zazinger numero 27 e mezzo, due fazzoletti neri. Il coltello usato. Profumo sulla sciarpa. Capelli. Sangue di gruppo A non appartenente alle vittime. È una quantità di tracce che, raccontata così, suona quasi assurda. Eppure è proprio questa è la storia del caso. Quasi ogni oggetto racconta una cosa diversa. La felpa, per esempio, è diventata celebre perché ne erano state vendute pochissime in Giappone. La giacca Uniclo è meno rara, ma utile. La hip pack suggerisce misure corporee: le scarpe indicano una taglia e una prevenienza produttiva. I fazzoletti fanno pensare a un uso funzionale: migliorare l'impugnatura del coltello, contenere il sangue, forse coprire il volto. Il profumo trovato sulla sciarpa Dracar Noir aggiunge un tratto quasi anacronistico ma concreto: niente di tutto questo basta da solo, ma tutto insieme compone un profilo. E poi ci sono le tracce biologiche: sangue, capelli, impronte, materiale lasciato nel bagno. Il killer si ferisce alle mani, la polizia lo dichiara apertamente, il suo sangue è di gruppo A. Questo significa che l'assassino non passa nella casa come un chirurgo invisibile. Si ferisce, perde sangue, lascia se stesso addosso a quella scena. Da un punto di vista investigativo è al tempo stesso una benedizione e una maledizione: perché se hai il sangue del killer, hai una prova enorme, ma quella prova diventa un nome solo se esiste un confronto possibile. Un altro elemento potentissimo è la traccia informatica, il computer di Micchio viene usato all'1.18 di notte, con attività registrata fino all'1.23. Questo è un punto fermo. Non ci dice da solo esattamente cosa abbia fatto il killer in ogni minuto precedente, ma ci dice una cosa in modo quasi brutale. Dopo la fase omicidiaria, l'uomo è ancora lì, ancora nella casa, ancora abbastanza lucido da sedersi davanti a un computer. Questo cambia il tono dell'intero delitto: non stiamo più parlando soltanto di un'esplosione di violenza, stiamo parlando di una lunga, disturbante permanenza: ed è proprio su questo che la scena del crimine è più eloquente. Il killer mangia gelati dal freezer, beve teddorzo, prende cibo, usa il bagno, fruga tra documenti, libretti, quaderni e carte. Sposta oggetti, ne butta alcuni nella vasca, si medica la mano con il materiale della famiglia. Non se ne va subito. Resta abbastanza da trasformare la casa in una specie di teatro della sua presenza. Non solo il luogo dove è ucciso, ma il luogo dove, dopo aver ucciso, si comporta come se il tempo fosse ancora suo. Se dovessi spiegare a qualcuno perché Setagai è diverso da tanti altri casi, direi questo: non è solo un massacro, è un'invasione. Un'appropriazione postuma dello spazio domestico ed è questa invasione che rende la scena tanto densa, da leggere e tanto frustrante da chiudere. La polizia individua come punto d'ingresso più probabile una piccola finestra del bagno al secondo piano. La zanzariera era caduta, sotto c'erano impronte. Una prova effettuata dagli investigatori mostrò che una persona di corporatura snella poteva davvero entrare da lì. Questo non elimina al 100% ogni ipotesi alternativa, per esempio l'idea che il killer possa essere passato da un'altra apertura o che conoscesse già la casa, ma rende alla finestra del pagno l'ipotesi di accesso pubblicamente più forte. Ed è il punto da cui conviene partire anche per la ricostruzione narrativa. Allo stesso tempo bisogna stare attenti a non oltrepassare ciò che la scena ci autorizza a dire. La scena parla molto bene del dopo, parla discretamente del durante, parla poco del perché. Il che significa che la nostra ricostruzione della notte sarà sempre un equilibrio tra tracce concrete e inferenze. Un equilibrio necessario, ma che va dichiarato apertamente. Perché il rischio, nei casi come questo, è raccontare come certo ciò che è soltanto plausibile. E qui sarebbe un errore. Un errore narrativo, ma anche un errore etico. Quello che sappiamo davvero con sicurezza è che nessuno contesta. È il nucleo duro. La famiglia è stata uccisa tra le 23 e 30 del 30 dicembre e l'alba del 31 dicembre. Il killer è entrato molto probabilmente dalla finestra del bagno. Si è ferito alle mani, ha lasciato sangue, oggetti personali reperti di grande quantità, il killer è entrato molto probabilmente dalla finestra del bagno. Si è ferito alle mani, ha lasciato sangue, oggetti personali e reperti in grande quantità. È rimasto nella casa per ore. Ha usato il computer all'unna circa. E poi è sparito. Tutto il resto, l'ordine esatto dei primi minuti, i movimenti precisi da una stanza all'altra, la durata di ciascuna fase. Va trattato come una ricostruzione più o meno robusta. Ed è quello che facciamo adesso. La ricostruzione che vi presentiamo ora si basa su ciò che sappiamo della casa, delle vittime, delle tracce, e sulla sequenza proposta in varie letture investigative, compresa quella contenuta nella trascrizione dei verbali della polizia che abbiamo preso come riferimento per il lavoro. È utile per orientare l'ascoltatore. È plausibile, ma non è una verità firmata. Non c'erano telecamere a raccontare ogni minuto di quella notte, c'era una casa. E quella casa in parte va interpretata. Possiamo iniziare dalla tarda serata del 30 dicembre. Mikio usa il computer, la famiglia è in casa, il garage è chiuso. La porta d'ingresso non mostra segni chiari di scasso. Questo, già da solo, indirizza l'attenzione verso la piccola finestra del bagno al secondo piano. Una finestra stretta, scomoda, più di 3 metri sopra il suolo. Non la prima via che viene in mente, ma una via possibile per una persona magra. La polizia lo verifica, si può fare. Ha fatica, ma si può fare. Se il killer entra davvero da lì, allora la sua prima comparsa nella casa non avviene nello studio, non nel soggiorno, non nella porta principale. Avviene dall'alto, in un punto già interno alla zona privata. È importante questo dettaglio perché cambia del tutto la dinamica. Non è un intruso che attraversa tutta la casa in cerca della famiglia, è un intruso che, entrando da lì, si trova già vicino alla stanza dei bambini. Ed è qui che la ricostruzione più diffusa colloca il primo omicidio. Ray, il piccolo. Nella stanza dei bambini. Strangolato, non accoltellato. Questa è una delle parti più convincenti della sequenza probabile, proprio perché il metodo usato su di lui è diverso. Se il killer voleva muoversi inizialmente senza fare troppo rumore, la scelta di strangolare il bambino più vicino al punto d'ingresso è, nella sua logica criminale, tristemente coerente. Di nuovo non è una certezza assoluta, ma tra le varie ipotesi è una di quelle che si appoggiano meglio ai fatti noti. Dopo il primo attacco, qualcosa nella casa cambia: forse un rumore, forse un movimento, forse il semplice fatto che un intruso, una volta entrato, non possa mantenere il controllo totale di un ambiente così stretto. Qui entra in scena Mikio. Non sappiamo se salga, se scenda, se senta un colpo, se si accorga di una presenza o se incroci il killer in un punto intermedio. Quello che sappiamo è dove viene trovato, vicino alla scala, e questo basta per dire che il confronto fra lui e l'aggressore è molto probabile. Anzi, è uno dei pochi aspetti quasi inevitabili nella lettura della scena. Immaginate il momento: Mickio esce dal suo spazio, forse dallo studio, forse dalla postazione del computer, forse richiamato da un rumore improvviso, un tonfo, uno spostamento, la scala dei tratti o un urto. La polizia ipotizza persino che un rumore sentito verso le 23 dalla famiglia accanto potesse essere legata a questo passaggio. È una possibilità, non una prova, ma aiuta a immaginare la notte come una successione di suoni brevi, isolati, difficili da interpretare. In ogni caso, Micchio affronta il killer. C'è una colluttazione, il coltello viene usato. La violenza è intensa. In alcune ricostruzioni il primo coltello si spezza durante questo scontro o poco dopo. Questo passaggio non è ufficialmente dimostrato da niente, ma è molto presente nelle ricostruzioni serie del caso ed è compatibile con il fatto che frammenti di coltello siano rimasti nella scena. Micio cade o viene abbattuto vicino alla base della scala. A questo punto il delitto, se non lo era già, è definitivamente fuori da ogni possibilità di controllo pulito. Ed è qui che arriviamo al segmento più delicato, quello in cui bisogna usare il massimo della prudenza. Nella parte alta della casa ci sono Yasuko e Nina. Molte ricostruzioni le collocano nel sottotetto o comunque nel livello superiore dove stavano dormendo insieme. Una delle ricostruzioni più accreditate dipinge una sequenza precisa e molto forte. Prima l'assalto nella zona alta, nel sottotetto, con il coltello. Madre e figlie gravemente ferite, ma ancora vive. Il tentativo di scendere e cercare del materiale per curarsi. Il ritorno del killer con un secondo coltello, questa volta preso in cucina. E l'assalto finale, ancora più feroce. È una ricostruzione molto cinematografica, ma attenzione, cinematografica non vuol dire falsa. Vuol dire soltanto che va maneggiata bene. Noi non la vogliamo trattare come un fatto accertato, ma la vogliamo trattare come la più drammatica tra le ricostruzioni plausibili, sostenuta da alcuni elementi della scena dalla distribuzione della violenza, ma chiaramente non blindata da una fonte ufficiale che dica è andata esattamente così, perché come è andata in quella casa non lo sa nessuno. Dopo lo scontro con Mikio, il killer raggiunge di nuovo Yasuko e Nina nella parte alta della casa. Le aggredisce con una violenza estrema. Questa versione dei fatti, con l'aggressione avvenuta a Yasuko e Nina, che avviene in due fasi, è plausibile perché giustifica anche la lettura della scena. Una lettura che aiuta a spiegare sia la distribuzione dei segni, sia il livello di brutalità riservato alle due vittime. Ma resta appunto solo una lettura. Una lettura che protegge due cose contemporaneamente. L'attenzione narrativa e l'accuratezza. In questa fase il killer ferisce e si ferisce. Questo è un punto molto più solido. Il sangue, di gruppo A, l'abbiamo detto, lasciato sulla scena non appartiene alle vittime. Lui perde sangue, lui si ferisce le mani, e a quel punto la casa cambia di nuovo significato. Perché non è più soltanto la casa di una famiglia appena uccisa. Diventa il luogo in cui anche il killer, in una forma distorta, lascia tracce del proprio corpo ferito. Ora arriva il dettaglio più insopportabile dell'intera vicenda. Non scappa. Non prende la via più rapida. Non sparisce subito. Resta. Resta abbastanza da aprire i cassetti, da rovistare fra i quaderni, i documenti, i libretti, le buste e le ricevute. Da prendere oggetti e buttarli nella vasca. Da usare il bagno e lasciare materiale biologico utile alle analisi. Da medicarsi la mano con il kit di pronto soccorso della famiglia. Da bere 3 bottiglie di tè d'orzo. Mangiare 4 gelati e altro cibo preso dal frigorifero. Rimane abbastanza da sedersi davanti al computer di Michio e usarlo per 5 minuti. Quando diciamo che il caso si taglia e terrificante, non lo diciamo per l'effetto splatter. Lo diciamo perché questa permanenza è la parte più disumana. L'omicidio, per quanto orrendo, appartiene ancora al tempo dell'aggressione. Quello che viene dopo appartiene a qualcos'altro. Ha una calma, ha una familiarità momentanea col luogo. Ha una totale assenza di panico che, da sola, suggerisce moltissimo sul tipo di personalità con cui abbiamo a che fare. In alcune ricostruzioni viene perfino proposto che il killer si sia fermato a riposare, sdraiato sul pavimento, sulla base di un cuscino trovato con un'impronta compatibile. Non ci sentiamo di appoggiare questa versione che non è soffragata da prove sufficienti nel materiale ufficiale, ma non la elimineremo e quindi siamo qua a rendervene conto. Rimaniamo quindi sulle cose vere, su quelle accertate. L'uso del computer 5 minuti dall'1.18 all'1.23. La presenza del cibo, le cure alla mano, gli oggetti abbandonati, le impronte verso l'uscita. Tutto questo rende l'idea di una notte lunga, non di un evento lampo. E poi il chi li esce. Qui ricominciano i buchi. Non sappiamo l'orario preciso. Non sappiamo con certezza assoluta da quale apertura se ne sia andato, anche se l'idea che possa aver usato la porta principale dopo il delitto è stata considerata plausibile. Sappiamo solo che, quando a Ruco è entrata la mattina, lui non c'è più. La casa, invece, è ancora piena di lui. Se di voi. se dovessimo riassumere in una frase questa ricostruzione, diremmo così. Un uomo entra molto probabilmente dall'alto, elimina per primo il bambino più vicino, viene intercettato dal padre, raggiunge, o tenta di raggiungere di nuovo madre e figlia nella parte superiore della casa, si ferisce, resta per ora, e poi sparisce. È proprio qui, nei punti non univoci, che il caso continua a vivere. Perché ogni volta che una ricostruzione sembra finalmente mettere tutto in fila, resta un dettaglio che scappa, un minuto che non si lascia fissare, uno spostamento che può essere letto in due modi. Un oggetto che apre una domanda invece di chiuderla. Dopo aver seguito il delitto dentro la casa viene spontaneo pensare: va bene, ma allora quest'uomo chi era? E qui il caso Setagaia compie il suo gesto più crudele: ti dà tantissimo, ma non abbastanza. La polizia nel tempo è riuscita a costruire un profilo fisico e comportamentale sorprendentemente dettagliato. Parliamo con ogni probabilità di un uomo. Sangue di gruppo A, corporatura snella, altezza intorno ai 170 cm. Probabilmente destrozo. Capelli scuri. Una vita abbastanza stretta sulla base della cintura della hip bag. Scarpe numero 27 e mezzo. Niente che da solo basti per identificare una persona. Ma troppo per poter parlare di un assassino completamente sconosciuto. Le tracce lasciate sono tantissime: la felpa, la giacca, il cappello, la borsa, la sciarpa. Un paio di guanti sporchi di sangue, le scarpe, i fazzoletti utilizzati per fermare il manico del coltello. Il coltello stesso che il killer si è portato da fuori. Il profumo lasciato sulla scarpa. I capelli ritrovati nella hitbag, il sangue, le impronte. È quasi imbarazzante il incarri, perché ascoltandoli uno dopo l'altro, sembra impossibile che nessuno sia mai arrivato al nome. Una delle ipotesi più naturali è sempre la stessa. Rapina. Cassetti aperti, carte sparse, una somma di denaro mancante. Ma più guardi-dettagli, meno questa spiegazione regge. Altri beni restano lì, valori non toccati, oggetti non presi, persino un'altra busta con soldi, secondo varie ricostruzioni, sarebbe rimasta intatta. Questo non esclude che l'autore possa aver preso denaro, esclude però che l'intera scena si spieghi bene con la semplice logica del furto finito in tragedia. Qui sembra più probabile un interesse selettivo, oppure, ancora più inquietante, un disordine costruito per confondere. La seconda grande ipotesi è il rancore personale: qualcuno che conosceva la famiglia. Qualcuno che aveva sviluppato un'ostilità specifica verso Mikiu o Yasuko. Una persona nel giro locale. Un ex studente, un conoscente. Qualcuno entrato in attrito con loro. È una pista che resta sempre viva anche perché la violenza è troppo ravvicinata, troppo intensa, troppo lunga per non far pensare a una componente emotiva. Il problema è che, almeno nelle informazioni pubbliche, non emerge il classico sospettato naturale che tenga insieme opportunità, movente e tracce. Qui si inserisce un'altra teoria seguita per molto dagli inquirenti, che è quella dello skater o di un giovane della zona. Dietro la casa, come abbiamo detto, c'era il parco, c'erano ragazzi, rumore, possibili discussioni. Mikio in alcune ricostruzioni avrebbe avuto screzzi con persone che frequentavano quell'area. A questo si aggiunge il fatto che nei mesi precedenti si sarebbero verificati episodi inquietanti di animali mutilati nei dintorni. È una teoria che ha forza narrativa perché costruisce una possibile escalation: disturbo, conflitto, violenza sugli animali, salto verso gli esseri umani. Ed è per questo che ci sentiamo in dovere di trattarla con disciplina: perché una teoria che suona bene non è necessariamente una teoria dimostrata. La polizia la prende seriamente, la esplora, ma non trova il collegamento decisivo. Poi c'è il blocco delle teorie legate all'origine del killer. Le scarpe prodotte in Corea del Sud. Alcune letture genetiche e antropologiche che nel tempo hanno portato a ipotizzare un soggetto di ascendenza mista. Le interpretazioni sui profili riconducibili in parte all'Asia orientale e in parte a linee materne meno comuni in Giappone. Questa parte del caso ha generato moltissimo rumore e anche qui la tentazione di correre è forte. Ma bisogna rallentare: la compatibilità genetica non è identità. Gli indizi di provenienza di un oggetto non sono una biografia. Le teorie etniche, se raccontate male, diventano semplicemente scorciatoie pericolose. La teoria più seducente, almeno per il pubblico internazionale, è quella del possibile collegamento militare o militare indiretto: ingresso agile, movimenti precisi. Ferita gestita in modo efficace: sabbia nella borsa interpretata in relazione sia al Giappone sia a un'area vicina a Edwards, la base dell'Air Forza Americana. Da cui si apre un mondo: basi americane, trasferimenti, soldati, personale tecnico, tracce lasciate da qualcuno abituato a muoversi fra paesi. È una ricostruzione affascinante, troppo, forse, perché più una teoria appare elegante, più bisogna diffidare dal proprio entusiasmo nel raccontarla. Questa è una teoria che prova a ordinare molti dettagli spazi, ma non si è mai tradotta in un nome pubblico, o in un fermo, o in una conferma ufficiale decisiva. Ha un potere esplicativo, ma non ha mai chiuso il caso. C'è poi un aspetto tecnico che spesso viene semplificato troppo. Molti si chiedono: com'è possibile che con tutto quel DNA e tutte quelle impronte non abbiano trovato un match? La risposta è meno misteriosa di quanto sembri. Avere il DNA del killer non significa automaticamente avere anche la sua identità, serve un confronto utile. Serve che quel profilo sia già, in qualche forma, in una banca dati comparabile. Oppure serve identificare un sospetto concreto da testare. Nel 2000 il Giappone non aveva ancora introdotto il sistema di acquisizione biometrica all'ingresso per gli stranieri, che sarebbe arrivato solo nel novembre 2007. Quindi, se l'autore fosse stato un personaggio senza precedenti utili nei database giapponesi e senza altra esposizione investigativa, il suo DNA poteva restare fortissimo come prova, ma impotente come nome. Questa è una delle chiavi più amare del caso. La polizia non era davanti al ruoto. Era davanti a un eccesso di materiale non ancora traducibile in identità. È diverso, molto diverso. Non è il fallimento di una scena povera, è lo stallo di una scena ricchissima. E infatti negli anni il Dipartimento di Polizia Metropolitana di Tokyo non ha mai smesso di tornare sugli oggetti. La felpa, la sciarpa, i fazzoletti, la provenienza delle scarpe, i capelli. Perfino dettagli apparentemente minori diventano strade possibili, perché forse il caso non si risolve con la grande teoria da romanzo. Forse si risolve con un piccolo ricordo. Con qualcuno che dice: Io quella felpa la conosco, io quella sciarpa l'ho vista. Io so chi portava quel profumo, quella borsa, quelle scarpe. Spesso i grandi col case finiscono così, non con l'idea geniale, ma con il dettaglio giusto emerso troppo. Ci sono casi risolti che diventano famosi perché sono opachi. Setagaia, invece, è famoso perché sembra quasi trasparente, eppure non si lascia attraversare. È come guardare una finestra pulita e rendersi conto che, dall'altra parte, c'è ancora una tenda sottile che ti impedisce di vederne il volto. Hai la data, hai il luogo, hai la struttura della casa, hai la probabile via d'ingresso, hai la ricostruzione abbastanza credibile dei movimenti. Hai il sangue del killer, i suoi capelli, le sue impronte, i suoi vestiti, hai i suoi oggetti, hai l'utilizzo che ha fatto del computer, hai la sua presenza prolungata nella casa a ore di distanza dal massacro, eppure non hai un nome. Questo produce un effetto molto particolare su chi ascolta. Non è l'angoscia del caos totale, è l'angoscia della quasi soluzione. La sensazione è che la risposta sia lì da qualche parte, ma che manchi solo il passaggio esatto per afferrarla: un match, un test, una legge diversa, una testimonianza tardiva, una tecnologia nuova, un oggetto finalmente riconosciuto. Negli ultimi anni è tornata spesso, anche mediaticamente, la discussione su quante tecniche più avanzate di analisi genetica o fenotipizzazione potrebbero cambiare casi come questo. La promessa è ovvia: se hai il DNA ma non il nome, forse un giorno riuscirai almeno a ottenere un volto probabile, un campo più stretto, una direzione più concreta. Ma anche qui il caso Zetagaia resta sospeso fra ciò che la tecnologia promette e ciò che l'ordinamento consente. E questo lo rende un colcase profondamente moderno: non bloccato per assenza di strumenti, ma per il punto esatto in cui strumenti, legge e occasione non si sono ancora incontrati. Per noi però il motivo per cui il caso continua a mordere è un altro: è il comportamento dell'assassino dopo il delitto. Molti omicidi ti ossessionano per l'attacco. Questo ti ossessiona per quello che viene dopo. Per la calma, per il tempo. Per l'idea che un essere umano possa stare in quella casa con quattro corpi appena lasciati alle spalle e comportarsi come se la notte gli appartenesse ancora. Questa è la parte che non riesco, non riusciremo a scolarci di dosso dopo questa puntata. Non l'arma, non la feroce in sé, la permanenza. È quasi una seconda violazione. La prima è fisica, l'ingresso, l'aggressione, la morte. La seconda è simbolica, restare. Aprire i loro cassetti, mangiare il loro cibo, bere il loro tè, usare il loro computer, curarsi con le loro medicine. Come se l'ultima cosa da distruggere non fosse solo la famiglia, ma l'idea stessa di casa come luogo protetto, ed è per questo che, alla fine, tornerei ancora una volta alla struttura dell'abitazione, a quella casa piccola, verticale, stretta, quasi svuotata intorno. Una casa in cui i livelli sembrano quasi segnare le tappe del delitto. È una geometria talmente tanto precisa da sembrare leggibile, e proprio per questo l'assenza di una soluzione definitiva fa ancora più male. Il caso è ancora aperto, la Polizia di Tokyo continua a chiedere informazioni. La ricompensa esiste ancora. La pagina del Dipartimento Metropolitano della Polizia di Tokyo viene aggiornata regolarmente. Gli oggetti del killer continuano ad essere mostrati. È una ferma. è una forma di memoria attiva. Non semplice commemorazione. Non archivio. Ricerca ancora viva. E allora forse il modo più onesto di chiudere questa puntata è questo. Noi oggi possiamo ricostruire abbastanza bene cosa potrebbe essere successo in quella casa. Possiamo seguire con cautela una sequenza probabile. Possiamo perfino immaginare il percorso del killer stanza dopo stanza, ma non possiamo ancora dirci chi fosse. È in un caso così pieno di tracce, questa resta la ferita più grande. Perché il Setagaia Family Murder non è il racconto di un buio totale, è il racconto di una luce insufficiente, di una scena quasi completamente leggibile, da cui manca però il dettaglio essenziale: il volto, il nome, la parola finale, io sono Davide Sbaldone, questo è fili rosse. E oggi gli abbiamo parlato. Dei setagari, affamili Marda. Il caso, il risolto da più diventati. Se questo puntato vi è piaciuto. Seguiteci. Avremo ancora molto molto da ricordare.