Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
CASO - L'Omicidio Olof Palme
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Una notte qualunque nel centro di Stoccolma.
Un primo ministro senza scorta.
Due colpi di pistola.
E un assassino che scompare nel buio.
L’omicidio di Olof Palme non è solo uno dei delitti politici più clamorosi del Novecento: è anche uno dei misteri più discussi e controversi d’Europa.
In questa puntata di Fili Rossi ricostruiamo la notte del 28 febbraio 1986, tra errori investigativi, piste oscure, sospetti e una verità rimasta sfuggente per decenni.
Chi ha ucciso davvero Olof Palme?
E com’è possibile che un delitto di questa portata sia rimasto, per così tanto tempo, senza una risposta definitiva?
Stoccolma, venerdì 28 febbraio 1986. Quella sera Olof Palmer ha scelto di fare una cosa normalissima. È uscito di casa senza scorta. Una scelta abituale per lui, quasi un tratto caratteriale. Questa volta per andare al cinema Grand con la moglie Elizabeth, il figlio Morten e la fidanzata di lui. Hanno visto il film, poi i ragazzi hanno preso una strada, i coniugi Palma un'altra. Hanno deciso di tornare a casa a piedi lungo svie Bagan. Sono le 23.21 quando, all'incrocio con Tunel Gatan, un uomo si avvicina da dietro, tira fuori una rivoltella. Spara uno, due colpi. Il primo raggiunge palme alla schiena ed è fatale. Il secondo ferisce di striscio Elisbeth. L'assassino si gira e fugge con una calma che diversi testimoni noteranno: su Tunel Gatan, poi su David Bagare Sgata e sparisce nella notte di febbraio. Palme viene portato d'urgenza all'ospedale Sabbatsberg. A mezzanotte e 6 minuti del 1 marzo 1986 viene dichiarato morto. Nelle stesse ore Invar Carson assume la guida di interim del governo. La Svezia non è più lo stesso paese di 24 ore prima. Io sono Davide Smaldone e questo è Fidi Rossi, un podcast true crime che vi accompagna nei crimini del mondo moderno. Per capire il peso di quella notte bisogna fermarsi un momento su chi fosse Olof Palme. Palme era nato nel 1927 a Stoccolma in una famiglia borghese e conservatrice. Un'origine che rende ancora più significativo il percorso che l'avrebbe portato a diventare il simbolo della sinistra europea. Leader del Partito Socialdemocratico dal 1969, primo ministro in due mandati, dal 69 al 76, e poi di nuovo dall'82 fino alla morte. Era l'architetto del modello svedese: welfare esteso, uguaglianza di genere, politiche fiscali progressive. Un progetto che aveva fan entusiasti e nemici altrettanto convinti. Sul piano internazionale, Palme si era esposto su quasi ogni dossier scottante del secondo Novecento. Aveva condannato la guerra in Vietnam, si era opposto con forza all'Apartheid Sud-Africano, aveva criticato le dittature in Cile e Spagna. Stava persino lavorando come mediatore dell'ONU nel conflitto Iran-Iraq. C'era chi lo considerava un riferimento morale su scala globale, e c'era chi, per le stesse ragioni, lo odiava profondamente. Pure, quella sera, non si muove come una figura irraggiungibile. Non c'è la liturgia del potere, non c'è la coreografia dell'uomo blindato, è semplicemente un marito che torna a casa con sua moglie, ed è forse questo l'elemento più sconcertante: il fatto che tutto, fino all'ultimo minuto, abbia l'aspetto della normalità. Immaginate la scena. È tardi, è inverno, Stoccolma non è una città isterica. C'è traffico, ci sono passanti, ci sono auto, c'è luce. Non siamo in un vicolo cieco, non siamo in una periferia dimenticata. Siamo in una delle strade più centrali del Paese. Il primo ministro e sua moglie stanno camminando, poi lui è a terra. Questa è la prima vera anomalia del caso Palme. Non il mistero, non i servizi segreti, non i complotti. La prima anomalia è quasi fisica. Com'è possibile che un omicidio di questa portata, in quella posizione, a quell'ora, e davanti a più persone, si trasfermi così in fretta in nebbia? Quello che abbiamo, invece di una risposta pulita, è un'enorme quantità di materiale. Circa 250 metri lineari di documenti, più di 132 confessioni false, migliaia di veicoli controllati, decine di migliaia di nomi. È il classico caso in cui il problema non è il vuoto, è l'eccesso. E sapete qual è il punto? L'eccesso di materiale non ti porta automaticamente più vicino alla verità. Come abbiamo visto nei Sitagaia Murders, a volte ti allontana, ti dà l'illusione del progresso. Ti fa pensare che da qualche parte, in quella montagna di carte, la risposta ci sia per forza. Ma non è detto che sia così. A volte c'è solo una macchina enorme che gira, produce volume, e intanto il momento decisivo si allontana sempre di più. Il punto di partenza più solido è l'orario 2321. Non è un dettaglio secondario. In un caso dove i decine di racconti si sovrappongono e si contraddicono, l'orario esatto diventa un punto d'appoggio quasi psicologico, un chiodo nel muro. Alle 23 e 21 la storia cambia. Una scena del genere, in teoria, dovrebbe produrre una catena quasi meccanica: urla, corsa, soccorsi, blocco dell'aria, testimonianze, descrizione del fuggitivo, perimetro, controllo delle vie di fuga. In pratica, però, quella notte succede qualcosa di più complicato. La scena esiste, le persone intorno esistono, i testimoni esistono. 23, inclusi due giovani che si trovano in auto nei paraggi, ma l'organizzazione di tutto questo materiale parte in modo imperfetto. È quel difetto iniziale che si trascinerà dietro il caso per decenni. Non è che nessuno faccia nulla, ci sono soccorsi, ci sono agenti che arrivano, ma nei grandi casi il punto non è mai soltanto se qualcuno si muove. Il punto è se il sistema, nei primi minuti, riesce a diventare più veloce del caos. Nel caso Palme il caos parte forte e non viene mai del tutto domato. I testimoni vedono un uomo fuggire, non un gruppo, non un comando. Un uomo, solo. Corre dentro Tunel Gatan. Qualcuno lo vede poi più avanti, su David Pagare Sgata. L'isbeth Palme, nei giorni successivi, fornisce una prima descrizione. Un uomo robusto, cappotto scuro, cappello. Da questa descrizione viene realizzato un identikit, il cosiddetto Phantom Build, che genera tra le 7.000 e le 8.000 segnalazioni. Ma la stessa polizia, anni dopo, dirà che quell'identikit con tutta probabilità non rappresenta il vero assassino. Il fatto che il killer sembri solo, è una di quelle cose che rendono il caso ancora più sconcertante. Una parte dell'immaginario collettivo, sentendo parlare di un omicidio del genere, si aspetta subito una struttura complessa, organizzazione, supporto, auto pronta per la fuga, copertura. Invece il quadro ufficiale, per quello che la polizia dirà molti anni dopo, è compatibile con un singolo uomo armato. Eppure anche questo non semplifica niente, perché un singolo uomo è più difficile da immaginare e più facile da perdere. Un comando lascia una firma rumorosa, un individuo no. Togli la pistola, abbassa la testa, cambia postura e improvvisamente non sei più l'assassino del primo ministro. Sei qualcuno che cammina in una città invernale. Il 1 marzo viene trovata una delle due pallottole, quella che si ritiene abbia ferito Lisbeth. Il 2 marzo viene trovata l'altra, quella che ha ucciso Olof. Le analisi confermano che provengono da una rivoltella calibro 357 Magnum, un'arma potente, non comune, disponibile in almeno sette modelli diversi. Il modello preciso non viene chiarito con certezza. Negli anni successivi ci sarà una tensione enorme intorno al cosiddetto Mockfians Partnet, un'arma sospettata, studiata, discussa a lungo, ma mai collegata in modo definitivo all'omicidio. Anche questa è una costante del caso: quasi tutto sembra portarti a un passo dalla soluzione, per poi fermarsi un passo prima. E intanto la Svezia entra in uno stato mentale particolare. Non si tratta solo di trovare un colpevole, si tratta di rimettere insieme il senso del mondo. Un omicidio del genere fa molto più che eliminare una persona. Introce una nuova possibilità nella testa di un Paese intero. Dice: Guardate che questa cosa può succedere anche qui, in piano centro. La storia può essere interrotta da due colpi di pistola. Per questo il caso Palme è contemporaneamente un'indagine e un trama nazionale. Colpire Olof Palme non significava soltanto uccidere il primo ministro in carica, significava colpire un personaggio la cui immagine pubblica era fortissima e fortemente polarizzata. Questo genera da subito un effetto collaterale potente. Ogni pista si carica di significato politico. Non stai cercando semplicemente chi ha premuto il grilletto, stai cercando anche che cosa quel gesto ha voluto dire ed è qui che il caso inizia davvero a complicarsi. Nelle grandi indagini esiste sempre un momento in cui si decide se il caso avrà una struttura oppure se verrà trascinato dalla propria stessa importanza. Nel caso Palme, questo momento arriva presto e la risposta non è quella giusta. Il 1 marzo del 1986, il giorno dopo il delitto, Hans Olmer, capo della SEPO, i servizi di sicurezza svedesi, assume il comando nazionale delle indagini. L'operazione si chiama Pluto, poi Jazz. L'approccio Olmer è energico e centralizzato, forse anche troppo. Concentra su di sé le redini di un'indagine che richiederebbe invece più mani, più voci, più direzioni esplorate in parallelo. Le prime settimane si muovono principalmente sulla pista curda. Il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, era stato messo fuori legge in Svezia proprio su decisione di Palme. Sembrava un momento plausibile. Vengono interrogati circa 50 sospetti. Vengono condotti raid in Germania. Olmer spinge con forza in quella direzione mentre altri filoni restano in secondo piano. I giornali cominciano a parlare di caccia alle streghe, la critica cresce. Nell'estate del 1986 il ritmo delle indagini è già impressionante: più di 10.000 persone interrogate, 20.000 telefonate anonime gestite, analisi balistiche in corso, ma emergono anche le prime crepe interne. Un'unità investigativa, il cosiddetto Group 8, viene accusata di irregolarità. Ed è qui che arriva l'ottobre del 1986. Una commissione governativa critica Olmer per la gestione eccessivamente centralizzata. Viene rimosso dalla guida dell'indagine Palme, anche se resta alla guida della SEPO. I momenti ipotizzati si moltiplicano e qui è utile tenerli insieme per capire la portata del problema. Palme era odiato, in modo diverso, da moltissimi. Dall'estrema destra svedese, dagli industriali contrari al piano Meitner, la sua proposta di fondi dei lavoratori che avrebbe cambiato la struttura proprietaria delle grandi aziende, dal governo sudafricano per il suo impegno contro l'apartheid, da ambienti statunitensi per la sua opposizione alla guerra in Vietnam, e forse anche da qualcuno coinvolto nello scandalo Boforce sulle forniture di armi all'India. C'era chi tirava in ballo la loggia P2 italiana, chi parlava di reti Stay Behind legate a Gladio. Ogni ipotesi aveva una sua logica, nessuna aveva una prova decisiva. Ed è in questo clima che, a dicembre 1987, comincia a circolare un nome tra gli ambienti criminali di Stoccolma: Christer Patterson. Patterson era un uomo già noto alla polizia, alcolista con una condanna per omicidio risalente al 1979 frequentava la zona. Il 13 dicembre 1987 Lisbeth Palme partecipa a una serie di riconoscimenti fotografici. In una delle lineup 9 testimoni su 10 indicano Patterson. Il 15 dicembre viene arrestato e formalmente accusato. Nei mesi successivi emergono alcune testimonianze apparentemente pesanti. Un certo Sig Sedder afferma che Paterson gli avrebbe detto di aver ucciso Palme. Altre confessioni circolano, ma non viene trovata nessuna arma, non emerge nessun movente credibile. Patterson nega tutto e dice: anzi, di aver ammirato Palme. Nel giugno del 1988 il Tribunale Distrettuale di Stoccolma lo condanna all'ergastolo con l'identificazione di Lisbeth come prova centrale. Ma il 12 maggio 1989 la Corte d'Appello SVA lo assolve all'unanimità: le prove sono insufficienti. Nel 1997 una richiesta di riapertura Resning in cerco, viene respinta. Paterson morirà nel 2004 senza essere mai stato condannato definitivamente. Questa sequenza è fondamentale perché dimostra due cose insieme. La prima: l'indagine aveva bisogno disperato di una figura forte da mettere al centro. La seconda, quando quella figura viene messa sotto pressione giudiziaria vera, la struttura probatoria non regge. Un volta dato non è una prova, e questo è un errore che in qualsiasi inchiesta paga caro, ma che diventa devastante quando il mondo ti guarda. Nel frattempo, accanto alle piste più note, ce ne sono altre che vengono esplorate con diversa intensità. La pista sudafricana ha una forza narrativa quasi irresistibile. L'idea che i servizi del regime dell'Apartheid potessero aver voluto eliminare chi si batteva contro di loro con tanta visibilità, crea scompiglio nel pubblico. Vengono tirati in ballo nomi come Bertil Wedin, mercenario con connessioni nell'estrema destra internazionale, e il giornalista Steve Glass, sì, l'autore della trilogia Millennium, dedicherà anni proprio lui a questa pista prima di morire nel 2004. Ma anche qui nessun collegamento regge fino in fondo. L'idea che ambienti interni alle forze dell'ordine svedesi potessero avere qualcosa a che fare con l'omicidio è abbastanza seria da restare nell'elenco ufficiale dei filoni principali ancora oggi. Ma la stessa distanza tra sospetto e prova si ripropone. Poi, decenni dopo, arriva il nome che cambierà l'asse finale dell'indagine: Stig Engstrom, il cosiddetto Scandia Mannen. Engstrom lavorava come grafico per la compagnia assicurativa Scandia, a poca distanza dal luogo dell'omicidio. Secondo la ricostruzione valorizzata negli ultimi anni dell'indagine, quella sera era al lavoro fino a tardi, e sostiene di essere arrivato sulla scena subito dopo i colpi, di aver parlato con Lisbeth, di aver partecipato ai soccorsi, di aver indicato ai poliziotti la direzione della fuga. Il problema è enorme e molto concreto. Nessuno degli altri numerosi testimoni e poliziotti presenti ricorda davvero Engstrom nel ruolo che descrive. Ed è qui che il suo profilo diventa improvvisamente molto pesante. C'è una differenza gigantesca tra un testimone che viene visto e un testimone che si racconta. Se dici di essere stato così attivo su una scena tanto caotica e tanto importante, ma quasi nessuno ti colloca lì nel modo che descrivi, la tua storia smette di essere semplicemente curiosa. Comincia ad essere sospetta. La polizia sottolinea anche un altro elemento. Una coppia che camminava su David Pagare Sgata incontrò un uomo in fuga che avrebbe potuto corrispondere bene all'aspetto di Engstrom. E questa compatibilità, unita alle contraddizioni del suo racconto e della sua nota ostilità ideologica nei confronti di Parme, dà alla pista una forza nuova. Quello che troviamo davvero interessante è che Engstrom non arriva alla fine come il classico colpevole tenuto nascosto nell'ombra per 30 anni. Arriva come qualcuno che, in un certo senso, è sempre stato troppo vicino alla storia. Non è l'uomo invisibile. È quasi il contrario: uno che parla, che si racconta, che vuole avere un posto nel racconto. E a volte le persone che vogliono troppo stare dentro una storia finiscono per mettersi in una luce molto, molto difficile. Detto questo bisogna stare attenti all'errore opposto, scambiare un profilo narrativamente seducente per una condanna implicita. Il rischio con lo scandia Mannen è esattamente questo: il sospetto può essere forte, la costruzione coerente, e tuttavia il livello probatorio restare insufficiente. Ed è precisamente questo il punto che il 2025 renderà esplicito. Il 10 giugno 2020 il procuratore capo Christer Patterson annuncia la decisione più attesa e più controversa dell'intera storia del caso. L'indagine viene chiusa. La motivazione in quel momento è che il sospettato principale è morto, e il sospettato indicato come responsabile è Steve Engstrom. Qui c'è un passaggio delicatissimo che va raccontato con precisione. Patterson non dice abbiamo la prova definitiva che chiude ogni discussione, dice in sostanza, alla luce del materiale riesaminato, il sospetto principale è Engstrom. Se fosse stato vivo e se si fosse potuto lavorare su di lui come si sarebbe dovuto fare allora, ci sarebbe stato materiale sufficiente, almeno per una custodia cautelare. Ma siccome è morto, dal 2000 non può più essere incriminato. E dopo così tanti anni, ulteriori indagini non porterebbero nulla di decisivo, a una conclusione molto forte e allo stesso tempo molto fragile. Molto forte perché chiude la più grande indagine criminale svedese indicando un nome preciso. Molto fragile perché quel nome viene indicato proprio nel momento in cui non può difendersi. Non può essere processato, non può essere interrogato. È una chiusura che sembra una risposta, ma che lascia aperti tutti i problemi più scomodi. Per molti questo non bastava, per altri era il massimo realizzabile. Ed è qui che entra in gioco qualcosa che nei casi risolti conta moltissimo: la differenza tra soluzione investigativa e soluzione morale. Una soluzione investigativa dice questa è la persona che, alla luce dei dati disponibili, spiega meglio il quadro. Una soluzione morale, invece, dice adesso il caso è chiuso davvero, adesso il dolore trova una forma. Nel caso Palme, la prima viene avanzata nel 2020, la seconda non arriva mai. E infatti la storia non finisce nemmeno lì. Il 18 dicembre 2025 il procuratore superiore Lennart Gournet decide di non riaprire l'indagine, ma cambia la motivazione ufficiale della chiusura. È un dettaglio tecnico solo in apparenza, in realtà è fondamentale. Fino a quel momento la chiusura poggiava sull'idea che il sospettato fosse morto. Gournet, dopo aver rivisto tutti gli elementi a carico e quelli in senso contrario, afferma che le prove non sono sufficienti per indicare quella persona come autore del delitto. L'indagine non viene riaperta, ma il ragionamento cambia. Non si dice più sappiamo chi è, ma è morto. Si dice piuttosto che non è possibile provare chi sia stato, e ulteriori indagini non si ritiene che cambierebbero in modo decisivo la situazione probatoria. Se ci pensate, è un cambio di enorme portata simbolica. Nel 2020 la Svezia sembra dire il colpevole, molto probabilmente, era quest'uomo. Mentre nel 18 dicembre 2025 si dice: Attenzione, quel livello di certezza non era sufficiente. Il caso resta chiuso, ma la chiusura diventa più onesta e più amara. Dentro questa storia ci sono almeno tre lezioni investigative. La prima è che i minuti iniziali contano in modo sproporzionato. Quando una scena è confusa, quando i testimoni non vengono organizzati abbastanza presto, quando il terreno non viene dominato subito, il tempo comincia a lavorare per l'assassino. E più il caso è politicamente significativo, più ogni difetto iniziale si amplifica. La gestione di Homer nei primi mesi, concentrata, rigida, orientata troppo presto su una sola pista, pagherà un prezzo altissimo negli anni successivi. La seconda è che le piste troppo grandi possono divorare l'indagine: PKK, estrema destra, servizi segreti, Sudafrica, Gladio, P2 italiana. Un alcolista violento, un grafico della Scandia. A un certo punto il caso Palme contiene talmente tanti mondi possibili che la mente collettiva smette di vedere il centro. E quando perdi il centro, qualsiasi costruzione narrativa un po' solida comincia a sembrare plausibile. La terza è che un'indagine può essere smisurata e restare comunque insufficiente. Più di 90.000 persone incluse nella documentazione, più di 10.000 ascoltate, migliaia di veicoli esaminati, 130 confessioni da scartare, 250 metri lineari di documenti, numeri spaventosi, ma la quantità non garantisce la verità, garantisce solo fatica. E c'è una quarta lezione, più umana. I casi che toccano simboli nazionali spesso diventano difficili da chiudere, non solo per mancanza di prove, ma perché ogni risposta appare troppo piccola per il peso della domanda. Dire che Palme è stato ucciso da una grande cospirazione internazionale sembra in qualche modo proporzionato alla figura di Palme. Dire che potrebbe essere stato ucciso da un uomo solo, confuso nella città, quasi banale nella sua fuga, è molto più duro da accettare. Ma il fatto che una spiegazione sia più scenografica non la rende di certo più vera, anzi, spesso fa il contrario. Cosa resta davvero del caso Palme? Resta prima di tutto una scena semplicissima. Una coppia che cammina, due colpi in rapida successione. Una fuga. Resta un corpo in strada. Resta una moglie ferita. Resta una città che in quel momento perde un'innocenza che pensava di avere. Resta l'immagine di un uomo che sceglie, ancora una volta, di camminare senza scorta per le strade della sua città. E che quella scelta costerà la sua vita. Resta anche una delle più grandi contraddizioni che un paese possa trovarsi davanti. Da una parte, un sistema giudiziario e investigativo serio, rigoroso, capace di lavorare per decenni, dall'altra, un risultato che, alla fine, non dà una risposta piena. È la dimostrazione che la serietà non garantisce il lieto fine e che le istituzioni possono fare tutto il possibile senza sostenere però quello che la società vorrebbe. Olof Palme non è diventato soltanto la vittima di un omicidio irrisolto, è diventato il centro di uno specchio nazionale. Ogni generazione ha guardato il caso e ci ha visto qualcosa di diverso: l'incapacità dello Stato, il trauma di un'epoca, il lato oscuro della politica, l'ossessione per i complotti, i limiti inevitabili di qualsiasi ricostruzione umana. C'è però una differenza importante tra raccontare e capire. Raccontare è relativamente facile, il materiale è smisurato, i personaggi abbondano, le piste sono potenti, la vittima è storicamente molto importante. Capire richiede una disciplina quasi crudele. Togliere invece di aggiungere. Ridurre invece di accumulare. Accettare che alcuni dettagli seducenti forse non servono. Accettare che la verità, quando esiste, a volte è più povera delle storie costruite attorno ad essa. Per questo, arrivati alla fine, penso che il caso Palme vada tenuto in mano con fermezza, ma anche con umiltà. I fatti più solidi sono pochi e pesanti. Olaf Palme viene ucciso alle 23.21 del 28 febbraio 1986 all'incrocio tra Swiehwagen e Tunnel Gatin. Muore all'ospedale Sabbatsberg a mezzanotte e 6 del 1 marzo. L'isbeth Palme viene ferita ma sopravvive. Il killer fugge a piedi, nessun complice identificato. Le pallottole vengono ritrovate nei due giorni successivi. Calibro 357 Manium, modello non identificato con certezza. Christer Patterson viene condannato in primo grado nel 1988 e assolto in appello nel 1989. Stick Engstrom viene indicato come sospettato principale nel 2020 per essere poi scagionato il 18 dicembre 2025 con la motivazione della chiusura corretta a prove insufficienti per indicare un responsabile. Questo è il perimetro serio, tutto il resto è ciò che si muove dentro e attorno a quel perimetro. Ipotesi, gradazioni di probabilità, ricostruzioni, pezzi che sembrano combaciare e poi non chiudono il disegno. Sapete qual è forse la parte più inquietante? Che la Svezia, dopo quasi 40 anni, si trova con un caso indagato fino allo sfinimento, che tuttavia non produce quella frase definitiva che chi ascolta un podcast su Ucraine in fondo aspetta sempre. E quindi il colpevole era. Nel caso Palme, quella frase non arriva in modo pulito. Arriva al massimo in forma condizionale, in forma di quasi verdetto senza processo, e poi si ritira di nuovo, almeno in parte. I casi completamente vuoti a un certo punto si spengono, i casi completamente risolti, anche quelli che restano vivi sono i casi sospesi, quelli in cui c'è abbastanza materiale per discutere per sempre, ma non abbastanza per costringere tutti alla stessa conclusione. Il caso Pacme appartiene a questa categoria in modo quasi perfetto. E allora l'ultima domanda non è soltanto chi ha sparato. L'ultima domanda è anche questa. Che cosa fa una democrazia matura quando deve convivere con l'idea che il suo trauma politico più grande non avrà mai una chiusura piena? Forse fa l'unica cosa che può fare. Continua a custodire i fatti. Continua a distinguere le prove dalla fantasia. Continua a correggere, anche tardi, le proprie conclusioni quando non reggono. Continua a dire Non sappiamo. Quando non sapere è più onesto che fingere di sapere. Non è una risposta soddisfacente, però è una risposta adulta. Olaf Palme cade su svie Wagen alle 23.21. L'assassino scappa. La Svezia gli corre dietro per decenni e alla fine non è il silenzio a restare, ma una frase molto più difficile da accettare. Abbiamo guardato tutto quello che avevamo e ancora non basta. Forse è proprio questo il cuore della vicenda: non il complotto perfetto, non il killer leggendario, non il colpo di scena finale. Il cuore della vicenda è che un delitto storico può restare, fino all'ultimo, terribilmente umano, confuso nei primi minuti, sbagliato nelle prime mosse, ingigantito negli anni, e alla fine, purtroppo, ancora incompleto. La strada di Sviewagen, allora smette di essere solo il luogo dove è morto un primo ministro. Diventa il punto esatto in cui una nazione ha scoperto che anche la sua fiducia può essere ferita da due colpi di pistola, e che quella ferita, a volte, non si chiude mai davvero. Questo era il delitto di Olof Palme, una storia che non fa paura soltanto per la violenza, ma per il silenzio che lascia, per la quantità di materiale che non si traduce in risposta, per il modo in cui una nazione intera ha inseguito una verità che continua a spostarsi di qualche passo appena prima di essere raggiunta. Nella prossima puntata andremo in un altro luogo, in un altro caso, a un altro filo rosso che ancora aspetta di essere dipanato, ma Swiee Wagen, onestamente, è una di quelle strade che non si lasciano facilmente alle spalle. Io sono Davide Smaldone e questo era Fidi Rossi, un podcast true crime che va alla scoperta dei crimini del mondo moderno.