Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
CASO - I Crewe Murder:il duplice omicidio che ha sconvolto la Nuova Zelanda
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Nel giugno del 1970, in una fattoria isolata della Nuova Zelanda, Harvey e Jeannette Crewe scompaiono nel nulla. Poco dopo, i loro corpi vengono ritrovati in circostanze agghiaccianti. Quello che all’inizio sembra un duplice omicidio destinato a trovare presto un colpevole si trasforma invece in uno dei casi giudiziari più controversi della storia neozelandese.
Tra indagini discutibili, prove manipolate, testimonianze incerte e una verità che sembra allontanarsi ogni volta che qualcuno crede di averla afferrata, i Crewe Murders diventano molto più di un fatto di cronaca: diventano il simbolo di quanto un’indagine possa deviare, fino a cambiare per sempre la vita di un innocente.
In questa puntata di Fili Rossi ripercorriamo uno dei casi più inquietanti e divisivi del true crime internazionale, seguendo il filo sottile che separa la ricerca della giustizia dall’errore irreparabile.
Immaginate una fattoria, nella regione di Wayato, Nuova Zelanda, l'interno dell'emisfero australe 17 giugno 1970. Il tipo di posto dove tutti si conoscono da generazioni, dove i confini dei poteri vengono trasmessi di padre in figlio, dove un matrimonio è ancora un evento di cui si parla e un acquisto di terreni è ancora una notizia che circola. Nella casa dei Crew quella sera la cena è finita. Sul tavolo ci sono sogliola, patate e piselli. Adesso Harvey è seduto nella sua poltrona nel soggiorno. A 28 anni gestisce la fattoria che ha comprato insieme a sua moglie. Lei, Jeanette, 30 anni, è sul divano. E sta lavorando a maglia un maglione per lui. Nella stanza accanto dorme Rochelle, la loro figlia, ha 18 mesi. È una scena domestica, quieta, riconoscibile, il tipo di serata che nessuno ricorda perché identica a mille altre. 5 giorni dopo, il 22 giugno 1970, Rochelle viene trovata ancora viva nella sua culla. È disidratata, in sofferenza, ma viva. Di Harvey e Jeanette non c'è traccia. La casa è una scena del crimine. I corpi saranno trovati nel fiume Waikato settimane dopo, a volte in coperte e legati con fili di rame. Quello che segue è uno dei casi più tormentati della storia giudiziaria della Nuova Zelanda, un caso in cui un uomo innocente passa nove anni in carcere per un crimine che non ha commesso, in cui la polizia fabbrica prove, non una, ma due per condannarlo, e in cui nessuno paga mai per questo. Il vero assassino non viene mai identificato con certezza, e ancora oggi, dopo 55 anni, la bambina cresciuta in quella culla aspetta una risposta. Io sono Davide Smaldone e questo è Fili Rossi. Un podcast true crime che vi porta alla scoperta dei crimini e dei misteri più interessanti dell'epoca moderna. Per capire gli omicidi crew, bisogna capire cosa fosse Pukekawa nel 1970, e cosa fosse la Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda di quell'anno è un paese di poco meno di 3 milioni di abitanti, ancora profondamente legato all'idea di sé come nazione quieta, rurale, lontana dai disordini del mondo. È l'anno in cui a Wellington si discute la Partheid Sudafricana e la tournée di Springbok, un dibattito che spaccherà il paese in due per anni. Ma Puke Kawa non è Wellington, è una piccola comunità agricola del Waikato, a sud di Oakland, sul tratto della State Highway 22, che attraversa Pascoli Verdi e recensioni di legno. Le famiglie si conoscono non da anni ma da decenni. Il fatto che un vicino abbia acceso la luce a tarda ora è una notizia. Il fatto che una coppia non venga vista per un giorno è qualcosa che si nota. È in questo contesto che si inserisce la storia della fattoria dei Cru, una proprietà di 340 acri con radici familiari complesse ben prima che Harvey e Jeanette la abitassero. Era stata lasciata in eredità a Jeanette e a sua sorella Heather dal loro zio materno Howard Channels, morto in un incidente nel 1950. Harvey, prima di sposare Jeanette, aveva acquistato la metà della fattoria da Heather, che nel frattempo si era trasferita negli Stati Uniti. La vendita era stata completata nell'agosto del 1966. I genitori di Jeanette, Leonard e May Daimler, possedevano e abitavano la fattoria confinante 465 acri propri a fianco. Due proprietà, due famiglie, un confine condiviso. Una vicinanza che avrebbe avuto un peso enorme su tutto quello che sarebbe venuto dopo, Harvey era nato nel 1941, nella regione di Manahuatu, figlio di agricoltori. Jeanette era nata nel 1940 e cresciuta a Pukekau stessa, figlia di Leonard e May Daimler, gente del posto da generazioni. Si erano incontrati nel 1963 al ritorno di lei da un viaggio all'estero e si erano sposati il 18 giugno 1966 nella chiesa di St. George in Ramfordly Road a Epson, Auckland. Nel dicembre 1968 era nata Rochelle. La fattoria era avviata, il lavoro procedeva bene, le pecore e il bestiane andavano. Chi li conosceva li descriveva con parole precise nella loro gentilezza: una coppia meravigliosamente felice, forte e matura, perfettamente capace di affrontare la vita in modo armonioso e positivo. Ma intorno a quella fattoria qualcosa non andava da anni. Nel luglio del 1967 la casa era stata svariggiata, rubati gioielli di genette e altri oggetti personali. La polizia aveva registrato il furto. L'investigatore che se ne era occupato era il sergente investigativo Larry Johnston, lo stesso che sarebbe diventato, anni dopo, uno dei due ufficiali dichiarati corrotti dalla Royal Commission. Il collegamento con gli omicidi non è mai stato dimostrato, ma il fatto che Johnston avesse già visitato quella casa e avesse già visto la disposizione degli ambienti non è passato inosservato agli investigatori successivi. Nel dicembre del 1968, mentre Jeanette era in ospedale per il parto, un incendio era scoppiato in una stanza della casa. Causa ufficiale incerta, ma i crew sospettavano il dono. Il 28 maggio 1969 il fienile aveva preso fuoco: 800 balle di fieno distrutte. Tre episodi in tre anni. Qualcuno, probabilmente, covava qualcosa nei confronti di quella fattoria o di chi la abitava? Chi? Questa è la domanda che è rimasta senza risposta. La sera prima degli omicidi, il 16 giugno 1970, Harvey e Janet c'erano a casa di Leonard Himler. Si parla di questioni patrimoniali, la gestione delle proprietà confinanti, gli accordi economici tra le due famiglie, le tensioni che la morte di May Daimler, avvenuta il 26 febbraio dello stesso anno, aveva lasciato irrisolte. Arve e Jeanette erano tornati a casa con qualcosa di sospeso nell'aria. Il giorno dopo, mercoledì 17 giugno 1970, è un giorno come tanti a Pokekawa. La revisione del 2014 ha ricostruito con precisione cosa succedeva in quella piccola comunità quella sera. Tre eventi pubblici si svolgevano in contemporanea nella zona: una riunione dei ratepayer di Pukekawa, una serata di boccia indoor e una partita di tennis da tavolo. Sono dettagli che potrebbero sembrare rilevanti all'occhio moderno. Non lo sono, perché significano che una parte consistente della comunità era fuori casa quella sera, che i movimenti di persone e veicoli erano più intensi del solito, e che chiunque si fosse spostato verso la fattoria dei crew aveva una copertura di contesto. Non era l'unico in giro. I crew vengono visti per l'ultima volta vivi a una vendita di bestiamo a Bombay intorno alle 14.30. Un'automobile viene avvistata vicina alla loro fattoria verso le 17.10. Dalla sera nessuno risponde più al telefono. L'investigatore che guiderà il caso è l'ispettore capo Bruce Hutton, arrivato sulla scena il 22 giugno. A 40 anni viene descritto come metodico e deciso. Con lui c'è il sergente investigativo Larry Johnston. Sono questi due nomi, Hutton e Johnston, che torneranno, dieci anni dopo, al centro di una storia molto più oscura di quella che credono di stare raccontando. La revisione del 2014 segnala con forza, fra i problemi dell'indagine originale, che la gestione della scena del crimine fu inadeguata fin dall'inizio. Il responsabile ufficiale dell'indagine non fu nominato per le prime 24 ore. Esperti forensi non furono coinvolti tempestivamente, e alcune aree della scena non vennero preservate con il rigore che un caso del genere richiedeva. Ma vediamo ora con precisione che cosa è successo quella sera del 17 giugno 1970. La cena è finita, Harvey è nella poltrona, Jeanette è sul divano con i ferri da maglia. Il maglione che sta lavorando è per lui. Rochelle, invece, dorme. Quello che segue è una ricostruzione. Guardate bene, non fatti certi. La revisione del 2014, e in particolare la perizia patologica aggiornata del Dr. Paul Morrow del National Forensic Pathology Service Neozelandese, allegata all'appendice 7 del report della Royal Commission, stabilisce che la morte di Hardy e Jeannette avvenne con ogni probabilità tra le 19 e le 21.30 del 17 giugno 1970. È la finestra temporale più solida che abbiamo, ricavata dall'incrocio dei dati autoptici aggiornati, dei contenuti gastrici, delle ultime attività registrate e delle testimonianze sui movimenti della coppia nel pomeriggio. L'assassino conosce la casa. Questo è uno dei dati più significativi che emergono dalla scena. E la revisione del 2014 lo sottolinea esplicitamente nel capitolo dedicato al profilo dell'offensore. Chi ha commesso questi omicidi aveva accesso a materiali della fattoria, ne conosceva la disposizione degli ambienti e conosceva il territorio abbastanza da muoversi di notte senza incertezze. Non è un estraneo che entra per caso. È qualcuno che sa dove si trova. Il primo sparo è per Harvey, un singolo proiettile calibro 22 sparato da dietro, probabilmente nella zona della cucina o attraverso una finestra lamelle che quella sera era aperta. Harvey è nella sua poltrona di spalle. Il colpo lo raggiunge la testa. L'aperizio del Dr. Morrow, aggiornando l'analisi originale del 1970, conferma che il proiettile, identificato come Police Exhibit 289, era di categoria 3, con lotto impresso nella base, e che la traiettoria era discendente, compatibile con un colpo sparato dall'alto o dall'esterno attraverso una finestra. Harvey Crew muore seduto nel posto in cui si siede ogni sera, senza avere il tempo neanche di capire cosa sta succedendo. Per Jeanette è diverso, e questa differenza è una delle cose più pesanti di tutta la storia. Perché dice qualcosa sull'assassino che nessun'altra prova dice con la stessa chiarezza. Jeanette non viene colpita subito con l'arma da fuoco, viene aggredita fisicamente, con violenza, con qualcosa di contundente, molto probabilmente il calcio del fucile. Il D. Morrow, nella sua analisi del 2013, descrive le lesioni facciali con precisione: frattura del naso, dislocazione dei denti, lesioni compatibili con un impatto diretto da un oggetto allungato e rigido. La forza usata era superiore a quella necessaria per immobilizzare. Poi Jeanette viene gettata a terra, e poi, a terra, le viene sparato un singolo proiettile calibro 22 alla nuca. Il colpo è anch'esso di categoria 3, stessa mano, stesso fucile, stessa notte. Perché questa differenza tra i due? Non è una domanda con risposta certa, ma è una domanda che ha orientato le ipotesi investigative per 50 anni, perché suggerisce che verso Jeanette ci fosse qualcosa di più: una rabbia personale, un risentimento specifico, forse un rifiuto subito che aveva lasciato una ferita. Harvey era un ostacolo da eliminare, lei era il vero bersaglio. Anche la revisione del 2014, nel capitolo sul profilo dell'offensore, segnala che il livello di violenza differenziata tra le due vittime è un elemento da tenere presente nell'analisi del movente: non si può provare, ma non si può neanche ignorare. La scena che gli investigatori troveranno il 22 giugno è una di quelle che chi lavora in questo campo descrive come densa: troppazione in troppo poco spazio e la difficoltà di capire cosa sia rilevante e cosa no. Il soggiorno è in parte disfatto, ma non completamente. I mobili non sono stati ribaltati in modo caotico. Non sembra un furto andato storto, sembra qualcosa di molto più intenzionale: le tracce di sangue, sul tappeto del soggiorno, in cucina, sugli armati, tracciano un percorso che va dall'interno verso l'esterno. La revisione del 2014 documenta nell'appendice 3, con le fotografie della scena del crimine, la distribuzione spaziale delle tracce. Quello che emerge da quelle immagini è una casa che racconta una storia precisa. L'aggressione è avvenuta in un punto definito. La rimozione dei corpi ha seguito una direzione definita e poi c'è il silenzio. Nessuna finestra rotta, nessuna porta scardinata. L'accesso alla casa rimane uno dei punti irrisolti. La revisione del 2014 non riesce a stabilire con certezza da dove l'assassino sia effettivamente trato. C'è un ultimo dettaglio sulla scena che vale la pena di nominare, perché è uno di quelli che restano. Jeanette stava lavorando a maglia un maglione. I ferri da maglia e il lavoro in corso vengono trovati sul divano. La revisione del 2014 li documenta tra gli oggetti catalogati nella scena. Non è una prova investigativa, ma è il tipo di dettaglio che, più dei numeri, più delle traiettorie balistiche, dice qualcosa di definitivo su come quella sera fosse cominciata. I corpi vengono trascinati fuori dal soggiorno. Le tracce di sangue sul tappeto sono inequivocabili. Il percorso è praticamente visibile. Sangue anche in cucina, sugli armati. L'assassino non agisce nel panico. Si organizza con una calma che, a posteriori risulta quasi più disturbante della violenza stessa. Prende coperte e tende domestiche. Prende filo di rame dalla fattoria. Per Harvey usa un assale di automobile come zavorra. È proprio il filo di rame che merita un momento di attenzione separato, perché è uno degli elementi forensi più solidi dell'intero caso. Nel 2013 il professor George Ferguson dell'Università di Auckland conduce un'analisi metallurgica comparativa tra il filo usato per legare i corpi, recuperato con entrambi i cadaveri nel fiume Waikato, e i campioni di filo prelevati dalla fattoria dei Cru. L'analisi, allegata come appendice 12 nella revisione del 2014, rileva caratteristiche compatibili. Stessa composizione chimica, stessa struttura della lega. Questo non significa necessariamente che sia lo stesso rotolo di filo. La produzione di filo di rame aveva standard abbastanza uniformi all'epoca, ma esclude che l'assassino abbia portato il materiale da fuori, lo ha preso sul posto, conosceva la fattoria abbastanza bene da sapere dove trovarlo. I corpi vengono portati al fiume Waikato. Quanto tempo impiega tutto questo non lo sappiamo con certezza. Ma a livello di organizzazione: aggressione, rimozione, avvolgimento, zavorratura, trasporto, smaltimento nel fiume suggerisce ore, non minuti. Qualcuno rimane nell'area della fattoria per un tempo significativo quella notte, e in tutto questo tempo, nella stanza accanto, Rochelle dorme. Il 18 giugno il latte non viene ritirato, il giornale resta sul portone, nessuno risponde al telefono. Il 19 giugno una donna dai capelli chiari viene vista alla proprietà dei crew con un'automobile il man verde. La sua identità non sarà mai stabilita, ma la revisione del 2014 dedica una sezione specifica a questa testimonianza e conclude che non c'è abbastanza per identificare la persona o collegare la sua presenza agli omicidi. Sempre il 20 giugno un bambino viene avvistato alla proprietà. Un'altra testimonianza che rimane irrisolta. Due giorni dopo, il 22 giugno, Leonard Demler va a controllare: entra nella casa, trova il sangue, trova il caos e trova la piccola Rochelle nella culla. Viva, disidratata, in stato di sofferenza. Ed è qui che fa una cosa che colpirà tutti gli investigatori. Non porta via la bambina, la lascia lì, nella casa, con il sangue e il silenzio, ed esce. Torna a casa sua e solo più di un'ora dopo viene avvisata la polizia. Alle 17 arriva Hutton con il suo team. Rochelle è ancora lì, nella culla. Il 16 agosto 1970, quasi due mesi dopo gli omicidi, il corpo di Jeanette viene trovato nel fiume Waikato, sotto il ponte di Tuacau. È avvolta in un copretto legata con un filo di rame. L'autopsia rivela un proiettile Calibro 22 alla testa e il naso fratturato. Il 16 settembre, quasi un mese dopo, 5 km più a valle, viene trovato Harvey, appesantito da un assale di automobile Nash Standard Six del 1928. Il 19 settembre quell'assale viene ricondotto al rimorchio di Arthur Allan e Thomas. L'indagine parte inevitabilmente da Leonard Hammler. Il comportamento del 22 giugno è quello che è: entra e trova il sangue, trova una bambina di 18 mesi sola in una culla, a malapena in vita, e aspetta più di un'ora prima di chiamare la polizia. Ha un graffio sul collo e nella sua automobile viene trovato sangue del tipo di Jeanette. Il movente sembra chiarissimo, almeno in superficie. Con Harvey e Jeannet morti, il controllo della proprietà di confine cambia. Ma il comportamento di Deimler nelle ore e nei giorni successivi alla scoperta aggiunge ulteriori elementi per la revisione del 2014 che vengono esaminati con attenzione. Quando Atton arriva sulla scena, Deimler è già tornato a casa propria. Gli investigatori devono andarlo a cercare e quando viene riaccompagnato alla fattoria dei Cru per essere interrogato, il suo comportamento viene descritto come calcolato e non reattivo nel modo in cui ci si aspetterebbe da un padre che ha appena trovato prove della morte dei propri figli, Hatton lo confronta direttamente con parole esplicite: credo che sia lei la persona che ha rimosso il corpo di Harvey Cru. Delmer nega. E qui emerge il problema che mina la sodidità del muovente: Rochelle è ancora viva. La bambina è l'erede naturale. Se l'obiettivo era il controllo della proprietà, perché lasciare viva la figlia? L'indagine non riesce a chiudere questo cerchio e la revisione del 2014 finirà per scagionare Daimler in modo definitivo. L'appendice 6 del documento della revisione del 2014 contiene esattamente le note delle conferenze investigative tenute dal team di Hatton nei mesi successivi agli omicidi. È un documento interno, non destinato al pubblico e per questo particolarmente rivelatore. Le note mostrano una squadra investigativa che si muove rapidamente verso Thomas dopo il ritrovamento della sale, consolidando l'ipotesi intorno a lui ben prima di trovare il bossolo. La convergenza verso un singolo sospettato avviene in modo che la revisione del 2014 giudica in retrospettiva eccessivamente rapida. Alcune linee di indagini alternative vengono chiuse prima che fossero state esplorate in modo esaustivo. È un pattern che la revisione segnala come uno degli errori strutturali dell'indagine originale. Non necessariamente dolo in questa fase, ma la stessa pressione a trovare una risposta che in molti casi storici ha prodotto errori analoghi. Oggi ha portato a chiudere velocemente una pista e a focalizzare le analisi, tutte su un unico sospettacolo. La commissione di inchiesta identifica come persone di interesse, oltre a Daimler e Thomas, anche Norma Daimler, la seconda moglie di Leonard, Heather Southern, nata Daimler, la sorella di Jeanette, e John Earie, un vicino della zona. Sono nomi che nel racconto pubblico del caso raramente emergono, ma che la revisione ha esaminato con attenzione in un capitolo specifico. Nessuno viene definitivamente implicato, ma il fatto che l'indagine del 2014 si concentri così intensamente su un perimetro così locale è rivelatore. Il profilo dell'offensore, costruito dalla Criminal Profiling Unit della Polizia Neozelandese, delinea qualcuno con conoscenza diretta della fattoria. Accesso ai materiali, quasi certamente parte della rete sociale ristretta della comunità di Pukekawa. L'assassino era del posto. Questo a 55 anni dagli omicidi, è forse l'unica cosa di cui si può essere ragionevolmente certi. Nel luglio del 1970 la polizia raccoglie 48 fucili calibro 22 nel raggio di 8 km dalla fattoria. Tra questi, il fucile di Arthur Alan Thomas, registrato come Police Exhibit 317, è un Browning Pump Action numero di serie 86942. Le analisi balistiche dei proiettili estratti dai corpi stabiliscono che sono della cosiddetta categoria 3. Cartucce calibro 22. Con il numero 8 impresso nella base del proiettile. Il fucile di Thomas sparava quel tipo di munizione con la scatola di cartucce recante il numero di 84666. Thomas ha 32 anni nel 1970, uno dei nuovi figli di una famiglia agricola della zona. Da bambino alla Pukecawa School nel 1951 aveva sviluppato un'infatuazione per Jeanette Demmler. Erano compagni di classe. Quando Jeanette era andata all'estero nel 1961. Lui le aveva mandato regali. Lei lo ha rifiutato cortesemente ma chiaramente. Thomas aveva poi sposato Vivian Carter nel giugno del 1966. Lo stesso mese in cui Jeanette sposava Harvey. Viveva a 15 km dalla fattoria dei Cru. Possedeva un'auto Ilman Perde come quella vista alla proprietà il 19 giugno. Il 19 settembre 1970 l'assale ritrovato con il corpo di Harvey viene identificato come parte di una Nash Standard Six del 1928 e ricondotto al rimorchio di Thomas. Il rapporto del 2014 esamina questa identificazione in 5 teorie distinte, ciascuna con i propri pro e contro. La teoria ufficiale, che l'assale appartenesse al rimorchio di Thomas, viene confermata come la più probabile, ma non senza riserve. Il tipo di assale era abbastanza diffuso nell'area agricola del Wikato e il numero di veicoli Nash Standard Six del 1928 ancora in uso nella zona del 1970 non era mai stato pienamente censito. La certezza con cui questa prova era stata presentata nei processi era almeno in parte più costruita di quanto fosse solida. Il 27 ottobre 1970 la polizia torna alla fattoria dei Cru per la terza volta. Le prime due perquisizioni del giardino non avevano trovato nulla di rilevante. La terza sì. In una iola del giardino, semi-affiorato dal terreno, viene trovato un bosso locali Pro22. Le analisi balistiche lo abbinano al fucile di Thomas. È la prova che chiude il caso: o almeno così sembra. La revisione del 2014 dedica un intero capitolo, l'11, in 12 punti distinti, domanda per domanda, all'esame del reperto 350, appunto il bossolo trovato nel giardino della casa dei Crus. Le prime due perquisizioni erano state adeguate? La revisione conclude di sì. L'area era stata abbattuta. Cosa ha portato allora alla terza perquisizione? E qui i dubbi iniziano a emergere: una segnalazione anonima. Perché il giardino non era stato perquisito come priorità assoluta dall'inizio? Non c'è una risposta convincente a questa domanda. In che posizione si trovava il bossolo quando venne trovato? Semi-affiorato? Una posizione che un bossolo sparato mesi prima e caduto lì per caso, non avrebbe necessariamente assunto. E poi c'è la questione dell'8 settembre 1970. Quel giorno, un giorno prima del ritrovamento del corpo di Janet, sette settimane prima del ritrovamento del bossolo, la polizia aveva restituito il fucile di Thomas e la sua scatola di munizione alla famiglia. Aveva riconsegnato l'arma prima ancora di trovare la prova balistica che avrebbe usato per collegare quella stessa arma al delitto. Chi aveva accesso a quella prova dopo quella restituzione? I registri non sono chiari. E non lo sono perlomeno abbastanza, da escludere che gli investigatori stessi, avendolo riconsegnato, potessero averlo recuperato temporaneamente. Nelle pagine del rapporto questa decisione, con parole precise, è inspiegabile. Sul piano balistico, la revisione commissiona nuove analisi a Sharon Fowler del National Ballistic Intelligence Service della Greater Manchester Police e a Kevin Walsh dell'ISR Neozelandese. I risultati confermano il punto già sollevato dal chimico Jim Prot negli anni 70. Le cartucce che hanno ucciso Harvey e Jeanette appartengono a un lotto di produzione diverso da quello del reperto 350. Stesso tipo di cartuccia, stesso calibro, sì, stesso fucile, vero, ma non lo stesso lotto, non lo stesso momento di fabbricazione. Il bossolo nel giardino era stato sparato dal fucile di Thomas, ma non necessariamente la notte del 17 giugno 1970. La revisione conclude quella che definisce una distinta possibilità. Il reperto 350 fu fabbricato, se lo fu, la responsabilità della polizia. Questo aggiunge qualcosa che fa ancora più male: parte delle prove originali dell'indagine è stata distrutta. Senza quelle prove fisiche, senza alcune delle analisi più avanzate che la tecnologia contemporanea avrebbe consentito, la revisione non è completa. Di fatto il rapporto inserisce questa distruzione tra gli elementi del comportamento corrotto degli investigatori originali. L'11 novembre 1970 Arthur Allan Thomas viene arrestato per duplice omicidio. Il caso, dall'esterno, sembra risolto. Il primo processo di Arthur Allan Thomas si apre il 9 febbraio del 1971 davanti al giudice Sir Trevor Harry all'Alta Corte di Auckland. L'accusa è guidata dal Crown Solicitor David Morris e dal Crown Prosecutor David Baragau. La difesa è di Paul Tem e Brian Webb. In aula non siede solo Thomas, siede, in un certo senso, l'intera comunità di Pukekawa, che ha seguito il caso con un'intensità che non si era mai vista nella regione del Waikato. L'impianto accusatorio è interamente circostanziale. Nessun testimone oculare, nessuna confessione. La tesi è questa. Thomas nutriva un'ossessione di lunga data per Jeanette. Ossessione che aveva attraversato anni di silenzio e poi era esplosa in un attimo di violenza. Le prove materiali. Il fucile Calibro 22, l'assale del rimorchio ricondotto alla sua fattoria, il bossolo trovato nel giardino dei Crus che era stato sparato proprio da quel fucile. La difesa attacca ogni elemento. Il bossolo è apparso durante la terza perquisizione in un'area già battuta due volte. Come si spiega? L'assale, la Nash Standard Six del 1928, era diffusa in tutta l'area agricola del Waikato. L'auto Hillman Verde, vista il 19 giugno, non è mai stata identificata come quella di Thomas. E soprattutto, nessuno ha visto Thomas vicino alla fattoria dei Cru la sera del 17 giugno. Nel pomeriggio lui stesso era la stessa vendita di bestiama a Bombay dove erano stati visti Harvey e Janet. Il 2 marzo del 1971 la giuria dichiara Thomas colpevole. Ergastolo. La Corte d'Appello esamina il caso e il 18 giugno 1971 emette il suo giudizio. La condanna viene considerata unsafe e viene ordinato un nuovo processo. Non perché la Corte abbia trovato prove dell'innocenza, ma perché rileva problemi procedurali nel modo in cui il primo processo era stato condotto. Il secondo processo si apre il 26 marzo del 1973 davanti al giudice Clifford Perry. La difesa è affidata a Kevin Ryan e Gerald Ryan, ed è qui che succede qualcosa che la Royal Commission identificherà come il secondo atto di corruzione deliberata dell'intera vicenda. Durante il secondo processo viene introdotto il Police Exhibit 343-343, un bossolo calibro 22 trovato nella fattoria Thomas. La difesa contesta le caratteristiche di quel bossolo. La Royal Commission stabilirà nel 1980 che Hutton aveva sostituito il reperto 343 originale con un bossolo diverso. Uno le cui caratteristiche corrispondevano meglio al reperto 350. Non una sola prova fabbricata, ma due. Il reperto 350 piantato per il primo processo e il reperto 343 scambiato per il secondo, emerge anche un'irregolarità procedurale che la Royal Commission giudicherà gravemente. Il capogruppo della giuria del secondo processo, Bob Rock, era amico personale del sergente investigativo HUS, uno degli ufficiali dell'indagine. Una violazione del principio di imparzialità che avrebbe dovuto invalidare l'intero procedimento. Il 20 aprile del 1973 Thomas viene condannato di nuovo, ergastolo per la seconda volta. Nei sei anni successivi la campagna per la sua liberazione cresce fino a diventare irresistibile. Il chimico Jim Pratt pubblica le sue analisi sul Reperto 350, il bossolo trovato nella villa dei Crus. L'avvocato Robert Adam Smith redige due rapporti indipendenti per il Primo Ministro nel 1979, concludendo che il caso contro Thomas non era stato provato al di là di ogni ragionevole dubbio. Nel dicembre dello stesso anno, su raccomandazione del primo ministro, il governatore generale gli concede la grazia. Thomas esce di prigione. Riceverà un risarcimento superiore a un milione di dollari neozelandesi, una cifra che dice, senza dirlo esplicitamente, quanto fosse alta la percezione istituzionale dell'errore commesso. Nel 1980, il primo ministro Robert Maldone istituisce una Royal Commission of Inquary presieduta dal giudice Robert Taylor, già giudice capo della Corte Suprema del Nuovo Galles del Sud. Il rapporto viene consegnato al Governatore Generale nel novembre del 1980. Le conclusioni sono formulate con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Il reperto 350 non fu lasciato dall'effettivo assassino, fu fabbricato dalla polizia. Sparato sì con il fucile di Thomas, ma poi piantato nel giardino dei Crew durante la terza perquisizione. Il reperto 343, usato nel secondo processo, fu sostituito con un bossolo diverso da parte di Hutton personalmente. La descrizione data da Hutton del bossolo 350 come contenente corrosione blu-nera non corrispondeva alla realtà. Stava descrivendo come era fatto un bossolo vecchio, non quello che aveva in mano. Perché quello che aveva in mano era fresco, sparato di recente, e la corrosione che avrebbe dovuto essere presente per essere credibile non c'era ancora. L'ispettore capo Bruce Hutton e il sorgente investigativo Larric Johnston sono dichiarati colpevoli di corruzione. La loro condotta è definita un oltraggio inarrabile, e il procedimento giudiziario contro Thomas è giudicato ingiustificato dall'inizio, poi arriva la parte più amara: nessuna accusa penale viene mai formulata. Il Solicitor General Paul Needler afferma nel 1981 che sarebbe stato difficile dimostrare la colpevolezza penale oltre ogni ragionevole dubbio. Johnston era già morto nel 1978 prima di poter testimoniare. Hutton nega qualsiasi illecito fino alla morte avvenuta nel 2013. Al suo funerale, il commissario della polizia Mike Bush parla della sua integrità come al di sopra di ogni rimprovero. Frase la revisione del 2014 cita e critica esplicitamente. Negli anni successivi alla grazia di Thomas, il caso non smette di vivere, anzi, in qualche modo si moltiplica. Diventa la materia di una serie di libri che costituiscono teorie diverse. Aluni in conflitto dirette tra loro e che influenzano la percezione pubblica del caso forse più delle indagini ufficiali. Il rapporto del 2014 esamina ciascuno di questi lavori con un'analisi che merita attenzione. Il primo a occuparsene in modo serio è Patrick Booth, con il volume intitolato The Fate of Arthur Thomas Trial by Ambush. Booth aveva già contribuito alla campagna pubblica per la liberazione di Thomas e il suo libro ricostruisce il caso dall'ottica della difesa, con un'attenzione particolare alle irregolarità procedurali dei due processi. È un testo importante perché sistematizza per la prima volta il materiale delle incongruenze in modo accessibile al grande pubblico neozelandese. Più tardi arriva David Yallop, giornalista investigativo britannico già noto per i suoi lavori su altri casi irrisolti, con Beyond Reasonable Doubt. Yallop adotta una posizione netta. Thomas è innocente e le prove lo dimostrano. Il suo libro contribuisce a internazionalizzare il caso, portandolo fuori dalla Nuova Zelanda e inserendolo nel dibattito più ampio sugli errori giudiziari nei paesi anglofoni. Christopher Burt pubblica due volumi distinti: The Final Chapter, il capitolo finale, e All the Commissioner's Men, tutti gli uomini del commissario. Burt va oltre la semplice ricostruzione dell'innocenza di Thomas e inizia a costruire un'ipotesi alternativa sull'identità del vero assassino. Lo fa esplorando connessione all'interno della rete di relazioni locali: è una direzione che la revisione del 2014 esamina ma non convalida in modo conclusivo. Il lavoro che però ha forse avuto più impatto sul dibattito recente è quello di Ian Wishard, giornalista investigativo neozelandese, con il suo libro Arthur Allan Thomas: The Inside Story, pubblicato nel 2010. Wishard sviluppa con il maggior dettaglio disponibile la teoria che coinvolge il sergente Johnston. L'investigatore, infatti, aveva già visitato la casa durante il furto del 1967 e conosceva la disposizione degli ambienti. Johnston potrebbe aver perseguitato Jeanette per anni, e la sua morte, nel 1978, prima della Royal Commission, ha sottolato all'inchiesta il testimone più importante. È una ricostruzione narrativa potente. La revisione del 2014 la prende sul serio, la esamina e conclude che le prove non sono sufficienti per sostenerla in modo conclusivo, ma non la esclude del tutto. Keith Hunter, infine, con The Case of the Missing Bloodstain, il caso della macchia di sangue mancante, si concentra su un aspetto forense specifico: una macchia di sangue documentata sulla scena del crimine originale e poi non più rintracciabili nei registri successivi. È un'anomalia concreta, non speculativa, che la revisione del 2014 registra tra le irregolarità nella gestione delle prove senza riuscire a spiegarne definitivamente la scomparsa. Questi 5 libri, con le loro teorie parzialmente sovrapposte e parzialmente contraddittorie, hanno creato attorno al caso Crew un corpo parallelo di narrativa investigativa che vive accanto, e a volte in conflitto, al record ufficiale. Uno degli effetti non intenzionali di questa proliferazione è che distinguere tra ciò che è provato, ciò che è plausibile e ciò che è speculativo è diventato progressivamente più difficile perché si avvicina al caso per la prima volta. Il rapporto del 2014 ha provato a fare ordine e non sempre ci è riuscito in modo soddisfacente. Nel 2010 Rochelle Crewe, la bambina trovata nella culla, ora quarantenne, si presenta alla polizia con due domande precise. Cosa era stato fatto dopo la grazia di Thomas per trovare il vero assassino dei genitori? E perché Hutton e Justin non erano stati perseguiti penalmente. Il commissario Howard Broad prende atto delle sue preoccupazioni e nomina un team guidato dal Detective Superintendent Andrew Lovlock. 4 anni di lavoro. 92.000 pagine di documenti esaminati e digitalizzati. Testimoni reintervistati. Nuove analisi forensi commissionati a esperti internazionali. Balistica al National Ballistic Intelligence Service Britannico. Metallurgia all'Università di Auckland. Patologia al National Forensic Pathology Service neozelandese. Pediatria alla Brown University Americana. 15 appendici specialistiche. Il rapporto finale conta 328 pagine. Costa 400.000 dollari neozelandesi e viene pubblicato il 30 luglio del 2014. Le conclusioni operative sono 3. Sul reperto 350, il bossolo trovato nel giardino della fattoria dei Cru, c'è una distinta possibilità che sia stato fabbricato. Se lo fu la responsabilità della polizia. Sul profilo dell'aggressore. Qualcuno con conoscenza locale accesso ai materiali della fattoria, quasi certamente parte della rete sociale ristretta di Pquekaua. Sul filo di rame, caratteristiche metallurgiche compatibili con quello della fattoria Crude. L'assassino ha usato materiale trovato sul posto. Demner viene scagionato. Thomas rimane il sospettato con più prove circostanziali disponibili. Ma quelle prove, come la revisione stessa riconosce, includono un bossolo che probabilmente qualcuno aveva appiantato. La famiglia Thomas denuncia questa formulazione come un insabbiamento. La contraddizione è reale e il rapporto non la risolve. Sul tema di Rochelle, la bambina sopravvissuta a 5 giorni dopo gli omicidi è stato più volte ipotizzato che ci fosse un complice che fosse tornato per prendersi cura di lei. La professoressa Carol Jenny della Brown University. Chiude però definitivamente la questione: la bambina non era stata nutrita dopo gli omicidi. L'interpretazione medica originale del 1970 non regge all'analisi contemporanea. La conclusione ufficiale del rapporto è che nessuna nuova prova sufficiente per nuove azioni penali. Il caso rimane irrisolto. La dichiarazione di Rochelle rilasciata dal suo legale Natalie Walker al momento della pubblicazione del rapporto non esprime soddisfazione. Walker chiarisce che Rochelle apprezza sì lo sforzo compiuto dal trene di revisione, ma che il risultato che prevede nessun colpevole identificato, nessuna azione penale per i poliziotti corrotti e nessuna risposta definitiva non è quello che lei aveva chiesto quando era andata la polizia nel 2010. Aveva chiesto semplicemente la verità. In risposta aveva ricevuto un rapporto di 328 pagine che si conclude con la frase: Il caso rimane risolto. C'è una differenza enorme tra le due cose, e quella differenza pesa. Vale la pena soffermarsi su un aspetto del rapporto che passa spesso in secondo piano nel dibattito pubblico: la sua sezione sulla gestione delle prove nel tempo. La revisione documenta che diversi reperti originali delle indagini sono stati distrutti nel corso degli anni. Non in un singolo momento, non per un'unica decisione, ma attraverso una serie di scelte amministrative che nel loro insieme hanno eliminato materiale che oggi, con le tecniche forensi contemporanee, avrebbe potuto essere sottoposto ad analisi impossibili nel 1970. DNA, per esempio, o analisi chimiche di precisione che allora non esistevano. La revisione inserisce questa distruzione tra gli aspetti critici della gestione del caso, senza riuscire a stabilire se fosse intenzionale o semplicemente il risultato di procedure di archiviazione inadeguate. In entrambi i casi. Il danno è irreversibile. Il caso dei Cru è unico non soltanto perché è rimasto irrisolto per più di 55 anni, è unico perché al suo centro non c'è solo un mistero. Ce ne sono due e il secondo ha reso il primo quasi impossibile da risolvere. Il primo mistero è quello originale. Chi ha ucciso Harvey Jeanette Crwee quella sera di giugno del 1970? Chi conosceva quella casa, quei materiali, quel territorio? Abbastanza da organizzare un doppio omicidio e la rimozione dei corpi senza lasciare tracce di impulsività? Il secondo mistero è quello che si è sovrapposto al primo. Chi ha piantato il reperto 350? Chi ha scambiato il reperto 343? Atton e Johnston, come ha stabilito la Royal Commission. Ma perché? Per incompetenza che cercava di coprirsi? Per proteggere qualcuno? Questa domanda non avrà mai una risposta giudiziaria. Entrambi gli uomini sono morti senza essere stati incriminati. Quello che sappiamo con ragionevole certezza è questo. Harvey e Jeanette Crux vengono uccisi tra le 19 e le 21.30 del 17 giugno 1970. Muoiono entrambi a colpi di fucile calibro 22. Jeanette subisce anche una grave aggressione fisica. Il corpo di Jeanette viene trovato nel Waikato il 16 agosto 1970, quello di Harvey il 16 settembre. Rochelle, 18 mesi, sopravvive sola nella culla per 5 giorni. Non è stata nutrita dopo gli omicidi. Arthur Allan Thomas viene arrestato. Condannato due volte all'ergastolo. Graziato dopo 9 anni di carcere. La Royal Commission stabilisce che ci sono ben due prove fabbricate. Hutton e Johnson dichiarati corrotti. Condotta definita oltragene narrabile. Nessun ufficiale viene mai incriminato penalmente. La revisione del 2014 stabilisce che non c'è nessun nuovo sospettato. Demmer è scagionato. E la distinta possibilità che il reperto 350 sia stato fabbricato viene confermata. Il caso viene definito ufficialmente risolto. C'è qualcosa in questo caso che continua a bruciare, al di là dell'irrisolto in sé. Non è soltanto l'ingiustizia subita da Thomas, anche se quella da sola basterebbe. È il fatto che la corruzione degli investigatori originali non ha soltanto distrutto la vita di un innocente, ha anche, quasi certamente, protetto il vero assassino. Ha deviato l'indagine nel momento in cui era ancora possibile seguirla nella direzione giusta. Ha costruito un muro tra chi cercava la verità e la verità stessa. E quel muro, a 55 anni dagli omicidi, non si è ancora abbattuto. Il commissario Mike Bush, che parla dell'integrità di Hutton al suo funerale nel 2013, il Solicitor General, che nel 1981 dice che sarebbe difficile dimostrarne la colpevolezza penale. Il rapporto del 2014, che definisce invece Thomas il sospettato con più prove circostanziali, pur riconoscendo che quelle prove erano probabilmente false. Ogni volta che il sistema si avvicinava a fare i conti con se stesso, trovava un modo per non farlo del tutto. Rochelle Crus aspetta ancora. La bambina nella culla è diventata una donna di 56 anni. Ha avuto il coraggio di andare alla polizia nel 2010 e chiedere due domande semplici e dirette. Il rapporto del 2014 ha risposto parzialmente, non completamente e soprattutto non soddisfacentemente, e non le ha dato quello che aveva detto di aspettare da tutta una vita: il nome di chi ha ucciso i suoi genitori. Nel caso Crew ci sono due forme di ingiustizia. La prima è quella subita da Thomas, 9 anni di prigione, due condanne, una vita segnata per un crimine che non ha commesso. La seconda è quella subita da Rochelle e dalla memoria di Harvey e Jeanet. Non sapere, dopo 55 anni, che abbia varcato la soglia di quella fattoria la sera del 17 giugno 1970 tra le 7 e le 9 e mezza di sera. La ferita più difficile da portare è forse quella che la risposta potrebbe esistere da qualche parte. Potrebbe essere nella memoria di qualcuno ancora vivo o in un documento non ancora collegato agli altri. E che il comportamento di due poliziotti corrotti, mezzo secolo fa, rende oggi quasi impossibile arrivarci. Questo era il caso degli omici di Cru: una fattoria nel Wiccato, due morti, una bambina viva nella culla, un innocente in prigione per ben nove anni. Prove fabbricate, una commissione reale che dichiara corrotti gli investigatori e nessuno che paga. E ancora, dopo 55 anni, nessun nome perché ha ucciso la Norvegia nel club quella sera di giugno del 1970. Nella prossima puntata seguiremo un altro filo rosso. Questa fattoria, questo fiume, questa culla. Non si dimenticano facilmente. Io sono Davide Smallone, e questo era fili rossi. Vi conduce la scoperta.