Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
CASO - Il Somerton Man: Spia, Stalker o Semplice Vittima?
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Il 1° dicembre 1948, sulla spiaggia di Somerton, vicino ad Adelaide, viene ritrovato il corpo di un uomo elegantemente vestito. Non ha documenti, le etichette dei suoi abiti sono state rimosse e nessuno sembra sapere chi sia.
Poi emergono gli indizi: una valigia abbandonata alla stazione, un numero di telefono, alcune lettere simili a un codice e un minuscolo frammento di carta nascosto in una tasca, con due parole persiane: Tamám Shud, “finito”.
Chi era davvero il Somerton Man? Una spia coinvolta nelle tensioni della Guerra Fredda? Un uomo arrivato ad Adelaide per un incontro segreto? Oppure la vittima di una vicenda molto più personale?
In questa puntata ricostruiamo uno dei più celebri misteri irrisolti d’Australia, dalle contraddizioni dell’autopsia alle enigmatiche pagine del Rubáiyát, fino alle analisi genetiche che, dopo oltre settant’anni, hanno attribuito un possibile nome allo sconosciuto: Carl “Charles” Webb.
Un’identità ritrovata, forse. Ma una morte che continua a non avere una spiegazione definitiva.
Ascolta la puntata e scopri tutti gli indizi, le teorie e le domande ancora aperte sul mistero del Somerton Man.
Sommerton Park, Australia del Sud. Mattina del 1 dicembre 1948. La spiaggia è quella di sempre, la sabbia chiara, il mare, il muro di contenimento che separa la riva dal viale. Ma quella mattina un uomo è ancora lì, nella stessa posizione in cui alcuni testimoni lo avevano visto la sera prima: gambe distese, piedi incrociati, la testa appoggiata al muro. Una sigaretta mezza fumata è posata sul bavero del cappotto. La polizia arriva e comincia a capire, lentamente, che qualcosa non torna. L'uomo è ben vestito e rasato di fresco, in buona forma fisica, eppure è morto, e non ha con sé né un portafoglio, né contanti, né alcun documento di identità. Quasi tutte le etichette sui suoi vestiti sono state rimosse. Non c'è traccia di chi fosse, da dove venisse o perché si trovasse lì. Nei mesi successivi verranno trovati altri elementi, un minuscolo frammento di carta nascosto in una tasca segreta dei pantaloni, un libro di poesie con la pagina finale strappata, una valigia lasciata al deposito bagagli della stazione di Adelaide. Ogni scoperta renderà il caso ancora più difficile da spiegare. Per oltre 70 anni nessuno seppe con certezza chi fosse quell'uomo, poi, nel luglio 2022, il professor Derek Abbott e la genealogista forense Colin Fitzpatrick annunciarono di averlo identificato attraverso il DNA come Carl Charles Webb. Ma anche quella risposta non chiuse definitivamente il caso e anzi, contribuì ad aprire nuove domande. Questo è il caso del Sommerton Man, conosciuto anche per ragioni che capiremo, come il caso Tamam Should. Io sono Davide Smaldone e questo è Fili Rossi, un podcast true crime che vi porta alla scoperta dei crimini più inquietanti dell'epoca moderna. Per capire questo caso bisogna capire dove e quando si svolge. Adelaide, Australia del Sud 1948. La seconda guerra mondiale è finita da tre anni, ma il mondo non è tornato a una normalità rassicurante. Il 1948 è l'anno del blocco di Berlino, del colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia e di una crescente tensione internazionale tra il Brocco occidentale e l'Unione Sovietica. In Australia, l'ASIO, l'equivalente della CI Americana andiani, sarebbe stata fondata solo nel 1949, but il clima di sospetto e controspionaggio stava già crescendo. Negli anni successivi emergerà anche il peso del progetto Venona and the penetration of intelligence sovietica in ambienti governativi australiani. Adelaide non era una città qualsiasi, nel South Australia si trovavano sia Radium Hill, importante miniera di uranio, sia il Womera Test Range, which sarebbe diventato il grande poligono anglo-australiano per test missilistici e militari. Questa combinazione, riletta posteriori, ha alimentato per decenni le teorie di spionaggio legate al caso. Somerton Park, però, era una tranquilla zona balneare a circa 11 km a sud-ovest di Adelaide. Famiglie, coppie e residenti passeggiavano sul lungomare nelle sere d'estate. Era il posto meno probabile del mondo per un enigma criminale destinato a durare decenni. La sera del 30 novembre 1948, verso le 19, il gioielliere John Bain Lyons e sua moglie notarono un uomo ben vestito straiato sulla spiaggia con la testa appoggiata al muro di contenimento, le gambe distese e i piedi incrociati. L'uomo sollevò il braccio destro e poi lo lasciò ricadere pesantemente, un gesto che i coniugi interpretarono come il movimento impacciato di qualcuno, forse ubriaco o stordito. Più tardi, un'altra coppia lo osservò tra le 19.30 e le 20 senza notare movimenti evidenti, convincendosi che stesse semplicemente dormendo. La mattina del 1 dicembre alle 6.30 circa era ancora lì, non stava dormendo, era morto. I primi agenti arrivati sulla scena furono il detective H. Strangway e il Constable J. Moss. Quello che trovarono era un uomo di circa 40-45 anni in buona forma fisica, rasato di fresco e ben vestito, camicia bianca, cravatta rossa, bianca e blu, pantaloni marroni, calzini, scarpe pulite, un maglione marrone lavorato a maglia e un blazer doppio petto grigio marrone. Non portava cappello, cosa insolita per un uomo adulto nel 1948. Le sue caratteristiche fisiche erano precise: alto 1,80m occhi grigio-azzurri, capelli da biondo rossicci con un po' di grigio alle tempie, spalle larghe, vita stretta, mani curate e senza segni di lavoro manuale pesante. I medici notarono anche due dettagli molto insoliti: dita dei piedi a forma di cuneo e polpacci eccezionalmente sviluppati nella parte alta, una conformazione talvolta associata a danzatori o a persone che usano abitualmente scarpe col tacco. Nelle tasche c'erano un biglietto ferroviario di seconda classe non usato da Adelaide a LA Beach, un biglietto dell'autobus, questa volta usato, un pettine di alluminio di fabbricazione americana, un mezzo pacchetto di gomme Juicy Fruit, un pacchetto di sigarette Army Club, che conteneva però 7 sigarette, e una scatola di fiammiferi quasi piena. Nessun portafogli, nessun documento, nessuna identificazione. Quasi tutte le etichette che venivano usate per scrivere il nome del proprietario degli indumenti degli abiti erano state rimosse con cura. Non sembravano cadute o usurate, erano semplicemente state tagliate. Questa fu una delle prime circostanze a far capire agli investigatori che il caso non era ordinario. Alcuni di quegli oggetti meritano inoltre una particolare attenzione. Il pettine era di produzione americana, il blazer fu descritto come di stile americano e un sarto notò anche una tecnica di cuciture considerata tipica degli Stati Uniti. Questi dettagli non dimostrano da soli una provenienza precisa, ma suggerivano che l'uomo o i suoi abiti potessero avere collegamenti internazionali. Alcune osservazioni successive portarono anche a un'altra ipotesi. Le scarpe erano troppo pulite per un uomo che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe dovuto aver camminato molto. Questo dettaglio contribuì alla teoria secondo cui il corpo potesse essere stato trasportato sul luogo dopo la morte. Ma su questo punto non esiste una conclusione definitiva e sicuramente lascia un grosso punto interrogativo sul fatto che i primi testimoni lo abbiano visto muoversi già appoggiato al muretto. Una testimonianza tardiva, emersa anni dopo riferì di un uomo visto mentre portava un altro uomo sulle spalle lungo la spiaggia la notte precedente al ritrovamento. È un elemento spesso citato, ma va maneggiato con cautela perché si tratta di una deposizione molto posteriore ai fatti e quindi di affidabilità limitata. L'autopsia completa fu eseguita il 2 dicembre 1948 dal patologo John Dwyer. I risultati erano sconcertanti. Molti segni fisici indicavano un possibile avvelenamento, ma nessuna sostanza tossica identificabile venne trovata. Il referto descriveva congestione cerebrale, congestione della faringe, danni alla mucosa esofagea, uno stomaco profondamente congestionato con sangue nel contenuto gastrico, reni anch'essi congestionati, fegato con eccesso di sangue nei vasi, milsa, fortemente ingrossata, e alterazioni microscopiche del fegato. Le pupille erano contratte, la saliva era colata lungo il volto. Il chimico governativo R.J. Cowan analizzò i campioni alla ricerca di veleni comuni come cianuro, alcaloidi, barbiturici e acido carbolico. Non trovò nulla. Disse che se la morte fosse stata causata effettivamente da veleno, probabilmente si sarebbe trattato di una sostanza rara o difficile da individuare. Il professor Cedric Stanton Hicks dell'Università di Adelaide spiegò al coroner that alcune sostanze del gruppo dei glicosidi cardiaci potevano essere letali in dosi molto piccole e allo stesso tempo estremamente difficili da identificare dopo la morte. I due nomi più spesso associati a questa parte dell'inchiesta sono Digitalis e Hubane. Il tempo della morte fu stimato attorno alle 2 del mattino del 1 dicembre 1948. I medici conclusero che la morte quasi certamente non era naturale, ma non furono in grado di stabilire con certezza se si trattasse di suicidio, omicidio o altra causa. Fu rilevato anche l'ultimo pasto: un pesty, cioè un fagotto ripieno di carne consumato circa 3 o 4 ore prima della morte. Per settimane l'identità dell'uomo rimase sconosciuta. Le impronte digitali furono diffuse in Australia e all'estero. Anche l'FBI e Scotland Yard controllarono i loro archivi senza trovare alcuna corrispondenza. Il 14 gennaio 1949 il personale della stazione ferroviaria di Adelaide consegnò alla polizia una valigia marrone con etichetta rimossa depositata al clock room il 30 novembre 1948. La polizia ritiene che appartenesse con ogni probabilità all'uomo trovato a Somerton. Il contenuto era quello di un uomo in viaggio: una vestaglia a quadri rossi, quattro paia di mutande, pigiama, articoli da toletta, pantaloni in marrone chiaro con sabbia ne risvolti e altri capi personali. C'erano però anche oggetti particolari: un cacciavite da elettricista, un coltello da tavola modificato fino a diventare uno strumento appuntito, forbici con punte affilate e un piccolo pezzo di zinco usato probabilmente come protezione o riparo per uno strumento. Nella valigia si trovava anche un filo cerato arancione di marca Barbour, non comunemente venduto in Australia. Un filo identico era stato usato per riparare il rivestimento di una tasca dei pantaloni dell'uomo morto, creando un forte collegamento tra corpo e valigia. In alcuni capi rimasti etichettati, comparivano i nomi T. Kane con la E finale, Kane con la E finale e Kane senza E finale. All'epoca la polizia tentò inutilmente di rintracciare una persona con quel nome. Solo molti decenni dopo, con l'identificazione di Carl Webb, questo dettaglio ha trovato una possibile spiegazione. La sorella di Webb, Freda, aveva sposato un uomo di cognome Kane, e quindi alcuni capi potevano provenire dal cognato. Un oggetto della valigia, il pennello da Stencil, è stato spesso caricato di significati quasi misteriosi nelle ricostruzioni successive. Nell'aprile 1949, mentre l'indagine era ancora aperta, il professor John Burton Cleeland riesaminò gli abiti dell'uomo e notò una piccola tasca da orologio cucita all'interno della cintura dei pantaloni, una FOP pocket che gli esami precedenti non avevano individuato. All'interno c'era un minuscolo frammento di carta arrotolato. Vi erano stampate due sole parole: tamam should. Il giornalista Frank Kennedy riconobbe che la frase proveniva molto probabilmente da Rubai Yat di Omar Khayam, nella traduzione inglese di Edward Fitzgerald. L'espressione significa finito o concluso ed è tradizionalmente stampata nell'ultima pagina del volume. La scoperta fu resa pubblica e la polizia chiese a chiunque possedesse una copia del Rubai Yat, con l'ultima pagina strappata, di contattare gli investigatori. Il 22 luglio 1949 un uomo portò alla polizia una copia del Rubai Yat trovata tempo prima sul sedile posteriore o sul retro della propria automobile, parcheggiata nei pressi di Somerton nel periodo del ritrovamento del corpo. Negli atti comparve sotto uno pseudonimo, spesso riportato come Ronald Francis. Il volume era un'edizione neozelandese del 1941 della traduzione di Edward Fitzgerald pubblicata da Whitecomb ⁇ l'ultima pagina era stata strappata. Le analisi mostrarono che il frammento da Mam Shul, trovato nella tasca segreta dell'uomo, corrispondeva esattamente a quella pagina mancante. Sulla controcopertina del libro, sotto luce ultravioletta, il detective sergente Lionel Lean individuò una serie di lettere maiuscole scritta a matita in cinque righe con la seconda barrata. Fu questa sequenza a dare origine al celebre codice del Somerton Man. Nel libro comparivano anche due numeri telefonici, uno di questi portò gli investigatori a una donna che viveva a poca distanza dal luogo del ritrovamento del corpo. Nel 1978, i crittografi del Dipartimento della Difesa australiano analizzarono la sequenza e conclusero che il testo era troppo breve per consentire una decrittazione affidabile. Da allora sono state avanzate molte ipotesi: iniziali di parole, cifrario di libro, codice operativo, annotazione privata, o persino una lista di nomi di cavalli su cui scommettere. Nessuna teoria è stata dimostrata in modo verificabile. La seconda riga barrata è un dettaglio importante: suggerisce che chi scriveva stesse correggendo un errore, forse copiando da una fonte, ma questa resta un'interpretazione e non un fatto provato. Uno dei numeri di telefono trovati nel Rubai Yat portò a Jessica Helen Thompson, nata Harkness, conosciuta anche come Joe e indicata in alcuni atti con lo pseudonimo Justin. Nel 1948 viveva in Moseley Street a Glenelg, a breve distanza dal luogo dove il corpo era stato trovato. Quando fu interrogata, Thompson disse di non conoscere l'uomo e di non sapere perché il suo numero fosse nel libro. Raccontò anche che, qualche tempo prima, un uomo sconosciuto aveva cercato di trovarla chiedendo sua notizie ai vicini. Quando le venne mostrato il calco del volto del defunto, i presenti notarono una reazione molto forte. Il detective Lean ricordò che apparve visibilmente scossa come sul punto di svenire. Paul Lawson, il tecnico che aveva realizzato il calco, disse che si girò e si rifiutò di continuare a guardarlo. Non confermò mai di conoscere la persona raffigurata dal calco, ma quella reazione è rimasta uno degli aspetti più discussi dell'intera vicenda. Jessica Thompson disse anche di aver posseduto una copia del Rubai Yat durante la guerra e di averla regalata nel 1945 a un tenente dell'esercito australiano Alfred Boxall, incontrato a Sydney. Nella copia aveva scritto il nome Justin e un verso del poema. Sembrò per un momento che il caso fosse risolto. Se il libro apparteneva a Voxall, allora forse il Somerton Man poteva essere lui. Ma la polizia rintracciò l'ex tenente Boxall, vivo e a Sydney. La sua copia del Rubén Yat era integra, con la pagina finale ancora presente. È corretto ricordare che molte affermazioni successive su Jessica Thompson, per esempio la presunta conoscenza del russo, l'idea che sapesse molto di più di quanto disse, derivano soprattutto da testimonianze familiari molto tardive, non da documenti contemporanei del 1948 o 49. Possono essere sì citate in questa puntata, ma solo come dichiarazioni successive, non come fatti certi del caso originario. Alfred Voxall non era un personaggio irrilevante, aveva servito nell'esercito australiano durante la guerra ed era stato associato a unità operative nel nord del paese. Questo fatto ha contribuito ad alimentare le teorie secondo cui anche il Somerton Man potesse avere legami con ambienti di intelligence. Ma il punto decisivo resta semplice. Voxal fu trovato vivo e il suo urubaiat non aveva la pagina finale strappata. Questo escludeva il collegamento diretto che per un breve periodo gli investigatori avevano ipotizzato. L'inchiesta del coroner Thomas Erskine Cleland si aprì formalmente il 17 giugno 1949, fu aggiornata il 21 giugno e proseguì poi con ulteriori sviluppi successivi, ma non arrivò mai a una soluzione definitiva. Cleland ritenne plausibile che l'uomo fosse morto per un veleno appartenente a un gruppo di sostanze difficili da rilevare. Tuttavia non poté stabilire né l'identità del defunto né la causa precisa della morte, né tanto meno se il veleno fosse stato assunto volontariamente o somministrato da altri. In sintesi, il coroner concluse che la morte non sembrava naturale, ma che le prove disponibili erano troppo inconcludenti per una determinazione formale completa. Negli anni successivi il caso rimase aperto come uno dei grandi misteri criminali australiani. Il corpo fu sepolto il 14 giugno 1949 nel cimitero di West Terrace ad Adelaide, corrito dell'Esercito della Salvezza. Un episodio che spesso compare nelle ricostruzioni del caso civile riguarda Clive Magnanson, un bambino di due anni trovato morto nelle dune di Larks Bay il 6 giugno 1949 accanto al padre Keith Valdemar Magnonson che fu trovato vivo ma in stato gravissimo. La madre del bambino, Roma Magnonson, riferì minacce e disse di credere che il marito avesse informazioni sull'identità del Somerson man. Questo ha spinto alcuni investigatori a considerare due casi potenzialmente collegati. Bisogna però essere molto cauti, il collegamento non è mai stato effettivamente dimostrato. È corretto dire che il caso Magnuson è entrato nell'orbita del mistero Somerton, ma non che esista una prova concreta di connessione. La teoria dello spionaggio è una delle più famose associate al Somerton Man. I motivi sono noti: il contesto della guerra fredda, Adelaide vicina a siti strategici, le etichette rimosse, il codice, i rubaiat, Jessica Thompson, l'eventuale conoscenza del russo attribuitole da familiari molti anni dopo. Messa tutta insieme questa serie di elementi può sembrare molto suggestiva e infatti per decenni è stata usata per costruire una narrativa da guerra fredda quasi perfetta. Ma la forza narrativa non coincide con la forza probatoria. Le etichette rimosse possono suggerire copertura, ma possono anche essere spiegate, con abiti usati, riciclati o adattati. Il codice può sembrare operativo, ma non è mai stato decifrato. Jessica Thompson resta una figura centrale, ma non esiste alcun documento coevo che la colleghi formalmente a reti di intelligence. E soprattutto, dopo l'identificazione come car web, non è emersa alcuna prova archivistica che lo leghi a servizi segreti australiani, britannici, americani o tantomeno sovietici. Per questo vi raccontiamo la teoria della spia come una possibilità storicamente suggestiva, ma non dimostrata. È una parte fondamentale del mito del caso, ma non una soluzione verificata. Nel luglio 2022, Derek Abbott e Colleen Fitzpatrick annunciarono di aver identificato finalmente il Summerton Man come Carl Charles Webb, con un grado di confidenza molto elevato. Carl Webb era nato il 16 novembre 1905 a Foodsley, sobborgo operaio di Melbourne. Era il figlio di Richard August Webb, immigrato tedesco e panettiere, e di Eliza Amelia Morris Grace, era il più giovane di sei figli. Lavorava come electrical engineer, ingegnere elettrico o instrument maker, fabbricante di strumenti, a seconda di documenti. Era sposato con Dorothy Jane Roberson, che aveva sposato il 4 ottobre 1941 a Pran. Le carte matrimoniali e i successivi documenti sulla separazione mostrano una vita privata difficile. Nel 1946 Dorothy descrisse un episodio in cui Carl Webb fu trovato disteso in condizioni da possibile overdose di etere. In seguito, secondo il racconto emerso nelle pratiche, Webb divenne violento e aggressivo. Nell'aprile del 1947 abbandonò il domicilio coniugale. Dorothy si trasferì poi a Butte, nel South Australia. Una delle ipotesi più credibili avanzate da Abbot è che Webb possa essersi recato da Adelaide nel 1948 proprio per cercare la moglie da cui si stava separando. Il legame con il cognome Kin, presente sugli abiti della valigia, ha trovato una spiegazione plausibile nel fatto che la sorella di Webb, come vi avevamo detto, avesse sposato un uomo con quel cognome. Il percorso che ha portato all'identificazione è stato lungo e complesso. Derek Abbott studiò il caso per anni e riuscì a ottenere materiale biologico da capelli rimasti intrappolati nel busto ingesso del Somerton Man. Studi successivi permisero di estrarre informazioni genetiche utili. Nel maggio 2021, i resti del Somerton Man furono esumati dal cimitero di West Terras ad Adelaide, in un'operazione durata circa 12 ore, con l'obiettivo di ottenere DNA migliore e chiudere il caso. Nel luglio del 2022 Abbott e Fitzpatrick annunciarono di aver usato la genealogia genetica forense per risalire a Carl Webb, ricostruendo una rete familiare molto ampia, identificando Webb come il candidato coerente con tutte le evidenze genealogiche disponibili. Vi abbiamo già parlato della genealogia genetica forense nel caso dei Colonial Parkway Martyrs. Lì ha contribuito a identificare l'assassino. Qui ha fornito una risposta, ma ha aperto altre domande. Ed è qui che il caso infatti resta sospeso. L'identificazione del 2022 è ampiamente considerata molto credibile, ma per un periodo non è stata subito recepita come conferma finale dal coronel. Anche dopo aver dato un nome all'uomo restavano aperte delle domande centrali: come morì? Se si trattò di suicidio oppure di omicidio, e che cosa significavano le lettere nel libro? Quale fosse davvero il ruolo di Jessica Thomson. Quello che resta del Sommerton Man è un paradosso raro nei colcase. L'identità è diventata molto più chiara, ma le circostanze della morte no. Carl Webb è uscito dall'anonimato, la sua fine, invece, continua a sfuggire. Questo era il caso del Sommerton Man, un uomo trovato morto su una spiaggia australiana nel 1948, con un frammento del rubaian nascosto in una tasca segreta, un libro lasciato in un'auto, un codice mai decifrato, e una donna che forse sapeva più di quanto disse. 70 anni dopo la genealogia genetica gli ha restituito un nome, Carl Webb, ma non una spiegazione definitiva della sua morte. Io sono Davide Mondi.