Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
DOSSIER - Javed Iqbal - Il Serial Killer più feroce del Pakistan
Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.
Alla fine del 1999, una lettera sconvolse il Pakistan. Il suo autore, Javed Iqbal, dichiarava di aver rapito, abusato e ucciso cento ragazzi nelle strade di Lahore.
Nella sua abitazione, la polizia trovò fotografie, vestiti, un diario con i dettagli delle vittime e recipienti contenenti resti umani. Ma Iqbal era già scomparso. Iniziò così una caccia all’uomo destinata a concludersi in modo inatteso: non fu catturato dalle autorità, ma si presentò volontariamente nella redazione di un giornale.
Chi era davvero Javed Iqbal? Come riuscì ad agire per tanto tempo senza essere fermato? E perché così tante sparizioni di bambini poveri, senzatetto o fuggiti dalle proprie famiglie furono ignorate?
In questa puntata ricostruiamo uno dei casi di cronaca nera più terribili della storia del Pakistan: l’infanzia e i precedenti di Iqbal, il metodo con cui avvicinava le vittime, la confessione, il processo, la controversa condanna e la sua misteriosa morte in carcere.
Una storia che non parla soltanto di un serial killer, ma anche di povertà, abbandono e di un sistema che non seppe proteggere i bambini più vulnerabili.
Ascolta la puntata dedicata a Javed Iqbal, il serial killer di Lahore.
La ore, fine novembre 1999, una lettera arriva a una stazione di polizia. Il mittente confessa di aver ucciso 100 ragazzi in sei mesi. Fornisce l'indirizzo esatto della propria abitazione. La polizia considera la lettera un bluff. Quando alcuni agenti si presentano comunque alla porta, l'uomo li minaccia con una pistola: se ne vanno senza perquisire la casa. Lo stesso materiale, la lettera, le fotografie, un diario di 32 pagine, arriva poco dopo agli uffici del Daily Jang. I giornalisti entrano nell'appartamento e trovano vasche di acido. Resti umani, vestiti e scarpe di bambini. La storia esplode. Il Pakistan si trova davanti al caso che verrà ricordato come quello del suo serial killer più prolifico. Si chiama Javed Iqbal. E questa è la sua storia. Javet Igpal Mughal nasce alla ore in una data che le fonti non riportano in modo univoco. Diverse indicano il 1961, altre il 1956. È il sesto di otto figli di un padre imprenditore. Cresce in un contesto economicamente agiato, elemento importante perché lo distingue dal profilo di molti altri autori di diritti seriali contro minori. Studia al Government Islamia College di Railway Road ed è descritto come uno studente nella media. Nel 1978, mentre è ancora studente, avvia un'attività di rifusione dell'acciaio. Vive in una villa acquistata dal padre in città, indicata da alcune fonti nell'area di Shad Bag o Alter. Le fonti collocano già negli anni precedenti, al 1999, una serie di condotte sessuali predatorie nei confronti di ragazzi vulnerabili. Nel 1985, poi nel 1990 viene accusato di sodomia, ma nessuno di questi casi si traduce in una condanna formale. In almeno un episodio, secondo le ricostruzioni giornalistiche, riesce a evitare il carcere corrompendo le autorità. In un altro, la risposta comunitaria si riduce a un'umiliazione pubblica decisa da anziani del quartiere. Secondo fonti successive la famiglia tenta anche di normalizzarne il comportamento, organizzando per lui due matrimoni, entrambi falliti. In una delle aggressioni che Iqbal stesso citerà più tardi nella confessione, la vittima reagisce colpendolo violentemente la testa e lasciandolo incosciente. L'episodio non porta a una condanna, ma produce spese mediche e un danno d'immagine che, nel suo racconto, segneranno l'inizio del declino personale. Nella narrazione di Iqbal il punto di rottura definitivo è la morte della madre, che sarebbe sopraggiunta dopo aver assistito alla sua rovina sociale ed economica. Alcune fonti aggiungono che anche la morte del padre contribuì al suo crollo. Questo elemento va trattato con cautela, però è parte della versione fornita dallo stesso Iqbal e non è verificabile in modo pienamente indipendente. Quello che è verificabile invece è il contesto: un uomo già noto per abuso su minori, lasciato libero da un sistema incapace o non disposto a fermarlo. Tra il 20 giugno e il 13 novembre 1999 Javed Iqbal sostiene di aver ucciso 100 ragazzi tra i 6 e i 16 anni. Le fonti concordano sul fatto che le vittime fossero soprattutto bambini di strada, fuggitivi, orfani e piccoli lavoratori di laore, soggetti con una bassa probabilità di essere cercati con efficacia e rapidità. Iqbal opera da un appartamento di tre stanze al 16B di Ravi Road a Lahore. Con lui vivono adolescenti coinvolti nell'attività criminale. Le fonti più ricorrenti citano Sayyid Ahmed, Mohamed Nadim e Mohammad Sabir. Alcune fonti parlano anche di un quarto ragazzo arrestato durante la caccia all'uomo. Le ricostruzioni giornalistiche sostengono che almeno alcuni di questi minorenni fossero stati a loro volta manipolati o abusati dai Kbal prima di essere impiegati come reclutatori. Le sue vittime vengono attirate con promesse semplici e credibili: cibo, denaro, alloggio, lavoro, compensi più alti per piccoli servizi. La zona di addescamento più spesso citata è l'area di Kbal Park, vicino al Minare Pakistan, dove si concentravano bambini di strada e lavoratori minorenni. Un caso spesso riportato è quello di Faisal Razak, 9 anni, scomparso il 20 luglio 1999 mentre andava verso la fabbrica di cartone in cui lavorava. Un altro riguarda un tredicenne massaggiatore di strada attirato con la promessa di un compenso doppio per un massaggio a un capo. Una volta dentro l'appartamento, secondo la confessione e le prove raccolte, i ragazzi venivano drogati, aggrediti sessualmente e poi uccisi. Il metodo di omicidio più costantemente documentato è lo strangolamento con una catena di ferro. Dopo la morte, i corpi venivano smembrati e immersi in acido cloridrico. I residi erano poi scaricati nel fiume Ravi o nel sistema di drenaggio locale. È proprio questo metodo di istruzione dei corpi che rende impossibile confermare forensicamente il numero totale delle vittime. Quando l'appartamento viene finalmente ispezionato, vengono trovate macchie di sangue su pareti e pavimenti, la catena indicata come arma di strangolamento, fotografie di molte vittime conservate in sacchetti di plastica etichettati a mano, vestiti e scarpe di bambini e due vasche contenenti resti umani parzialmente dissolti. Alcune fonti specificano che le osse recuperate e certamente umane furono soltanto quelle di due corpi. Questo conferma la scena del crimine, ma non consente di verificare materialmente i 100 omicidi confessati. La documentazione lasciata da Iqbal è uno degli elementi più impressionanti del caso. Tiene un diario, così come faceva Luis Garavito, questa volta di 32 pagine con nomi, età e annotazioni sulle vittime. In una delle ultime annotazioni scrive che il suo conteggio ha raggiunto 100 e che la sua missione è completa. Questo dettaglio è importante perché mostra che il numero 100 nella sua mente non era casuale, ma il traguardo di un conteggio deliberato. Alla fine del novembre 1999 invia una lettera di confessione alla Polizia di Laore. Nella lettera racconta di aver violentato e ucciso più di 100 ragazzi, fornisce l'indirizzo del proprio appartamento e annuncia l'intenzione di suicidarsi annegandosi nei ravi. La polizia non interviene in modo efficace, come abbiamo raccontato. Quando alcuni agenti si presentano all'abitazione e lui li minaccia con una pistola, si ritirano senza perquisire la casa. Questo è uno dei passaggi più gravi e meglio documentati dell'intera vicenda. Poco dopo lo stesso materiale viene inviato anche al Daily Jang, il più noto quotidiano urdu di Lahore. Il capo redattore, Kvar Naim Ashmi, riceve la documentazione. I giornalisti verificano l'indirizzo, entrano nell'abitazione e trovano la scena che porterà il caso all'attenzione nazionale. La pubblicazione della notizia trasforma la confessione in una crisi pubblica e giudiziaria. Dopo la lettera, la polizia avvia ricerche neravi e poi una vastissima caccia all'uomo. I complici e adolescenti vengono arrestati a Soava. Uno di loro muore poco dopo in custodia, secondo la versione ufficiale, si getta da una finestra. Il post mortem però suggerisce l'uso di violenza da parte della polizia. Nello stesso periodo molte madri portano alla polizia vestiti a scarpe dei figli scomparsi nel tentativo di riconoscerli tra gli oggetti sequestrati. Il 30 dicembre 1999, Iqbal si presenta di persona negli uffici del Daily Gang e dichiara di arrendersi al giornale, non alla polizia, perché teme di essere ucciso degli agenti. Subito dopo viene arrestato. Il 16 marzo 2000 il giudice Allah Baksh Rania lo condanna a morte su 100 capi d'accusa, e aggiunge 700 anni di reclusione. La sentenza è eccezionale anche nella forma. Il giudice dispone che venga strangolato con una catena di ferro che il corpo sia tagliato in 100 pezzi e sciolto nell'acido davanti ai genitori delle vittime con raccomandazione di esecuzione pubblica presso il Minar e Pakistan. Il complice Said Ahmed riceve una sentenza di morte parallela. I complici minorenni superstiti ricevono invece pene detentive molto lunghe. Il ministro dell'Interno Muuddin Haider si oppone pubblicamente a quella modalità esecutiva, sostenendo che il Pakistan non può applicare una pena contraria ai propri pegni internazionali sui diritti umani. Iqbal presenta appello. La vicenda passa anche attraverso questioni di giurisdizione tra la Hore High Court e Federal Shariat Court. Prima che l'iter d'appello si concluda, l'8 o il 9 ottobre 2001, le fonti su questo punto divergono. Javed Iqbal e Sajid Ahmed vengono trovati morti nelle loro celle nel carcere di Kot l'Aqpat alla Hore. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione con lenzuola legata al ventilatore. Tuttavia, le autopsie rivelano segni di percosse precedenti al decesso e fonti giornalistiche pakistane aggiungono che le gole dei due corpi presentavano feriti da arma tagliente. La morte di Iqbal resta quindi circondata da un margine di ambiguità: il suo corpo non viene reclamato dalla famiglia. Se bisogna isolare un tratto dominante, nel caso di Javed Iqbal, il nucleo più coerente è la combinazione tra vendetta simbolica e bisogno compulsivo di riconoscimento. Iqbal non si limita a uccidere, costruisce una narrazione. Dà ai crimini un numero obiettivo, li documenta, lascia prove, scrive lettere, sceglie il giornale al quale consegnarsi. In altre parole, organizza non solo i delitti, ma anche il loro racconto pubblico. Il movente da lui dichiarato è netto far soffrire 100 madri come sua madre aveva sofferto per lui. È una spiegazione che proviene dal colpevole stesso e quindi va trattata con prudenza. Tuttavia, è coerente con due elementi materiali del caso. Il primo, il conteggio deliberato fino a 100, e il secondo, la decisione di lasciare tracce, prove e un diario pensate per essere eletti dopo i delitti. Non è il comportamento di chi vuole solo distruggere le prove, è il comportamento di chi vuole che il proprio messaggio venga ricevuto. L'altro tratto centrale è la teatralità manipolatoria. Iqbal invia la confessione alla polizia e poi al giornale. Lascia la scena del crimine in uno stato leggibile, annuncia un suicidio nel fiume, si nasconde abbastanza a lungo da innescare una caccia all'Uomo Nazionale e poi si consegna al quotidiano che ha reso pubblica la sua storia. Anche durante il processo, secondo le fonti, ritratterà la confessione e parlerà di un esperimento sociale volto a sensibilizzare l'opinione pubblica sul destino dei bambini di strada. In alcune ricostruzioni, si presenterà persino come uomo scelto da Dio per una missione. Tutto questo indica un forte bisogno di controllo narrativo e di manipolazione dell'attenzione pubblica. Il coinvolgimento dei complici minorenni rafforza l'immagine di una personalità organizzata, predatoria e capace di dominio psicologico prolungato. Non emerge soltanto un autore di diritti seriali, ma un soggetto che costruisce un microsistema attorno a sé. Recluta, sottomette, usa altri ragazzi come estensione operativa del proprio metodo. In questo senso, Iqbal appare meno come un predatore impulsivo e più come un gestore freddo di una macchina criminale adattata alle vulnerabilità sociali di laore. Anche la scelta delle vittime è psicologicamente coerente con questo quadro: i bambini di strada, i fuggitivi e i piccoli lavoratori sono insieme bersagli pratici e bersagli simbolici, pratici perché meno protetti e simbolici perché la loro invisibilità prolunga il dolore e l'incertezza delle famiglie. Soggetti scelti, come faceva Luis Garavito, perché aumentano la possibilità di non essere individuati. In questa lettura l'invisibilità delle vittime non è solo una copertura operativa, è parte di quel messaggio vendicativo che ICPAL dichiara di voler infliggere. Quello che resta aperto alla fine della storia è duplice. Da un lato, il numero reale delle vittime non è verificabile perché l'acido e lo smaltimento dei resti hanno cancellato gran parte delle prove materiali, dall'altro la sua morte in carcere resta opaca, sospesa tra versioni ufficiali e forti elementi di contraddizione. Quello che sappiamo con certezza è che Javed Iqbal Mughal nasce a La Hore, probabilmente tra il 1956 e il 1961. Negli anni 80 e 90 viene più volte accusato di abusi su minori senza condanne definitive. Tra il 20 giugno e il 13 novembre del 1999 confessa l'uccisione di 100 ragazzi tra i 6 e i 16 anni nel proprio appartamento di Ravy Rod a La Hore. Si consegna al Dery Jung il 30 dicembre 1999, e il 16 marzo dell'anno seguente viene condannato a morte. Muore nel carcere di Kot Lakpath or l'8 o il 9 ottobre 2001, in circostanze mai chiarite del tutto. Le vittime attribuite gli avevano tra i 6 e i 16 anni. Io sono Davide Smaldone e questo era un dossier di fili rossi che vi ha portato alla scoperta della vita e della mente di uno dei serial killer più inquietanti dell'Epoca Moderna.