Fili Rossi
Un podcast di true crime dedicato ai delitti più inquietanti, misteriosi e poco conosciuti d’Italia e del mondo.
Omicidi irrisolti, sparizioni, cold case, errori investigativi, prove dimenticate e piste che non hanno mai portato a una verità definitiva. Ogni puntata ricostruisce un caso passo dopo passo, con un racconto narrativo e coinvolgente che unisce tensione, contesto, dettagli e domande ancora aperte.
Non solo cronaca nera, ma storie vere che continuano a disturbare, sorprendere e far discutere.
Perché alcuni delitti non finiscono mai davvero.
Fili Rossi
DOSSIER - Andrei Chikatilo - Il Mostro di Rostov
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Per oltre dodici anni, tra l’Ucraina e la Russia sovietica, decine di bambini, adolescenti e giovani donne scomparvero senza che le autorità riuscissero a collegare i casi.
Dietro quegli omicidi si nascondeva Andrei Chikatilo, uno dei serial killer più prolifici e spietati del Novecento. Un uomo dall’apparenza ordinaria, capace di muoversi inosservato tra stazioni ferroviarie, boschi e città industriali, scegliendo vittime vulnerabili e approfittando delle falle di un sistema che rifiutava perfino di ammettere l’esistenza dei serial killer.
In questa puntata ricostruiamo la vita di Chikatilo, i suoi primi crimini, l’escalation della violenza e la lunga indagine che portò alla sua cattura. Raccontiamo anche gli errori investigativi, le confessioni, il ruolo decisivo dello psichiatra Alexandr Bukhanovsky e il processo che trasformò il “Mostro di Rostov” in uno dei criminali più noti della storia sovietica.
Ma il caso Chikatilo non è soltanto la storia di un assassino. È anche il racconto di un apparato giudiziario e politico paralizzato dall’ideologia, dalle omissioni e dalla paura dello scandalo.
Ascolta la puntata dedicata ad Andrei Chikatilo, il Mostro di Rostov.
Unione Sovietica, anni 80. Un uomo uccide donne e bambini lungo le linee ferroviarie del sud della Russia. La polizia lo sa, gli investigatori lo sanno, ma la censura di Stato impedisce di avvertire la popolazione. L'ideologia ufficiale sovietica sosteneva che i serial killer non potessero esistere in una società comunista. Quella negazione costò anni di indagine e decine di vite. Si chiama Andrei Cikatilo. Tra il 1978 e il 1990 uccide almeno 52 persone accertate su 56 confessate. È il serial killer più prolifico della storia sovietica. Un insegnante, un marito e un padre. Un membro del partito comunista. Questa è la sua storia. Immaginate una capanna a una sola stanza in un villaggio dell'Ucraina sovietica durante la grande carestia degli anni 30. Una famiglia di braccianti che sopravvive senza salario con il diritto di coltivare un piccolo lotto di terra. Andrei Romanovic Cicatilo nasce il 16 ottobre 1936 a Jablucne, nell'oblast di Sumi, nel pieno di quella carestia, la Olodomor, provocata dalla collettivizzazione forzata starignana. Affermerà in seguito di non aver mangiato pane fino ai 12 anni e di essersi nutrito, insieme alla madre Anna, di erba e foglie. La madre gli raccontò ripetutamente che prima della sua nascita, un fratello maggiore di nome Stepan era stato rapito e cannibalizzato dai vicini affamati. La veridicità di questo episodio non è mai stata accertata storicamente, ma Cicatilo lo porterà con sé per tutta la vita come parte del proprio racconto personale. Con l'invasione tedesca del 1941, il padre Roman viene arruolato nell'armata rossa, ferito in combattimento e fatto prigioniero. In URS, essere stato prigioniero di guerra era considerato un marchio di sospetto e Cicatilo racconterà di essere stato deriso a scuola per questo motivo. Tra il 1941 e il 1944 assiste in prima persona a bombardamenti, fucilazioni e incendi durante l'occupazione nazista dell'Ucraina. In un'occasione vede la propria capanna bruciare. In assenza del padre, madre e figlio condividono lo stesso letto. Cicatilo soffre di enuresi cronica punita dalla madre con rimproperi e percosse. Nel 1943 la madre partorisce una figlia, Tatiana, una nascita impossibile da attribuire al padre arruolato nel 1941. Alcuni storici ipotizzano che la donna fosse stata vittima di violenza da parte di un soldato tedesco, forse in presenza dello stesso Cicatilo bambino. Da adolescente è, all'apparenza, un modello di studente e un convinto comunista, direttore del giornale scolastico a 14 anni, presidente del Comitato Studentesco del Partito a 16. Ma all'inizio della pubertà scopre di soffrire di impotenza cronica, una condizione che aggrava il suo isolamento sociale e alimenta un profondo senso di autodisprezzo. A 17 anni aggredisce fisicamente un'amica undicene della sorella minore, sopraffacendola ed eiaculando mentre la vittima si dibatte per liberarsi. È questo, secondo gli analisti, il momento in cui piacere sessuale e violenza estrema si saldano per la prima volta nella sua psicologia. Dopo il diploma tenta senza successo l'ammissione all'università statale di Mosca, fallendo per un solo punto la soglia richiesta: un fallimento che attribuirà in seguito allo status compromesso della propria famiglia per la prigionia di guerra del padre. Lavora come operaio a Kursk, poi si forma come tecnico delle comunicazioni. Nelle relazioni sentimentali di questi anni, l'impotenza emerge ripetutamente come causa di rotture e umiliazioni pubbliche. In un caso, dopo che le amiche della sua fidanzata scoprirono e diffusero la notizia della sua disfunzione, tenta il suicidio per impiccagione, ma sopravvive. Tra il 1957 e il 1960 svolge il servizio militare obbligatorio prima con le guardie di frontiera in Asia Centrale e poi in un'unità di comunicazione del Kegebbe a Berlino Est, dove si iscrive al Partito Comunista poco prima della fine del servizio. Nel 1963 sposa Fodosio Odnaceva, presentata lì dalla sorella minore, in quello che lui stesso descriverà come un matrimonio essenzialmente combinato dalla famiglia. Nonostante l'impotenza dichiarata, la coppia avrà due figli: una figlia nel 1965 e un figlio nel 1969, concepiti, secondo il racconto dello stesso Cicatilo, attraverso l'eiaculazione esterna seguita da inseminazione manuale. Nel 1970 si laurea in filologia e letteratura russa all'Università di Rostov e inizia a insegnare in una scuola professionale di Novoschnik. È un insegnante largamente inefficace, incapace di mantenere la disciplina, regolmente deriso dagli studenti. Nel maggio del 1973 commette la prima aggressione sessuale documentata su una propria alunna quindicenne. Episodi simili si ripetono negli anni successivi, incluso l'ingresso ripetuto nei dormitori femminili della scuola, comportamenti che i colleghi non denunciano mai formalmente alle autorità, per timore di danneggiare la reputazione degli istituti. Viene allontanato da più scuole per reiterate denunce di molestie su alunni di entrambi i sesti, finché nel marzo del 1981 perde definitivamente l'incarico di insegnante e si trasferisce a lavorare come impiegato di approvvigionamento per una fabbrica di materiali da costruzione arrostol. Un ruolo che richiede frequenti viaggi di lavoro in tutta l'Unione Sovietica, fornendogli tanto un alibre credibile quanto un accesso vastissimo a potenziali vittime. Nel settembre del 1978 Cicatilo acquista in segreto, all'insaputo della moglie, una piccola casa diroccata vicino al fiume Gruscelka, a Shatti. Il primo omicidio avviene la sera del 22 dicembre 1978, avvicina Jelena Zakotnova, 9 anni, che torna a casa da una pista di ghiaccio. La conduce nella casa, tenta di violentarla senza riuscire a raggiungere l'erezione, la soffoca e la accoltella tre volte all'addome, ejaculando durante l'aggressione. Getta il corpo nel fiume vicino. Le prove circostanziali che collegano Cicatilo alla scena sono numerose: tracce di sangue, testimonianze dei vicini, la descrizione di un testimone alla fermata dell'autopus. La polizia le ignora e arresta invece Aleksander Kravchenko, 25 anni, con precedenti per un omicidio simile. Le false testimonianze a suo carico vengono estorte sotto minaccia alla moglie e a un'amica di lei, Kravchenko. Dopo aver ritrattato la confessione, ottenuta sotto coercizione, viene comunque condannato e fucilato da un plotone di esecuzione nel luglio del 1983 per un crimine che non aveva commesso. La Corte Suprema Russa annulerà la sua condanna solo nel 1991, postumamente. Dopo una pausa di quasi tre anni, Cikatilo riprende a uccidere nel settembre del 1981 con l'omicidio della 17enne Larisa Tacchenko, adescata mentre attendeva un autobus con la promessa di alcol e relax in un bosco vicino al fiume Don. Da quel momento il ritmo accelera progressivamente. Solo nel 1982 uccide almeno otto persone, tra cui Liubov Birjuk, tradicenne rapita di ritorno da un negozio nel villaggio di Donskoj, e Olga Stalmachenok, 10 anni, attirata fuori da un autobus, mentre tornava da lezioni di pianoforte a Novosak. Nell'agosto 1983 uccide Igor Gudkov, 7 anni, la vittima più giovane di tutta la serie. Lo schema operativo diventa sistematico. Le vittime sono bambini addescati alle fermate degli autobus o alle stazioni ferroviarie, fuggitive, giovani vagabondi, ma anche prostitute e donne senza fissa dimora. Cicatilo li avvicina con pretesti la promessa di cibo, di denaro, di francoboli rari, la proposta di mostrare una scorciatoia e li conduce in aree isolati, boschi, parchi. In più occasioni i giardini botanici di Rostov. Una volta isolata la vittima, la uccide tramite accoltellamento, strangolamento o evirazione. Molte vittime presentano mutilazione agli occhi e ai genitali, alcune vengono parzialmente cannibalizzate con asportazione di lingua, capezzoli e organi. Quando le vittime adulte lo deridevano per l'impotenza durante il tentativo di rapporto, la frustrazione si trasformava in violenza omicidia immediata, con l'orgasmo raggiunto esclusivamente nell'atto di accoltellare. Di fronte all'escalation, il Ministero dell'Interno Sovietico istituisce una task force di circa 200 agenti, denominata Operazione Forest Path, l'esopolosa, guidata dall'investigatore Viktor Burakov. Nel corso delle indagini, la task force interrogherà oltre 15.000 persone e raccoglierà centinaia di migliaia di impronte digitali. Nonostante questo dispiego di risorse, la censura sovietica impedisce alla stampa di collegare pubblicamente i vari omicidi tra loro o di diffondere avvisi di sicurezza a genitori e potenziali vittime. L'ideologia ufficiale del regime, secondo cui il crimine seriale non poteva esistere in una società comunista, trasformava ogni riconoscimento pubblico in un problema politico prima che investigativo. Il 12 settembre 1984, un agente della Task Force in Borghese osserva Cicatiro avvicinare più donne alla stazione degli autobus di Rostov e salire su diversi autobus in successione senza una meta apparente. Lo ferma: nella valigetta trovano un coltello da cucina con lama lunga, una corda, un asciugamano sporco e un vasetto di vasellina, oggetti privi di qualunque relazione con la sua dichiarata attività commerciale. Viene comunque rilasciato dopo alcuni giorni, ammettendo solo una generica debolezza sessuale. Il motivo del rilascio è un dettaglio biologico allora ignoto alla scienza forense sovietica. Le tracce di sperma trovate sulle vittime erano state classificate come gruppo sanguigno AB, mentre il campione di sangue di Cicatilo rivelava il gruppo A. Nessuno sapeva ancora che Cicatilo era un non secretore, una condizione rara per cui il gruppo sanguigno non può essere dedotto dai fluidi corporei diversi dal sangue. Se quella condizione fosse stata nota, sarebbe stato identificato sei anni prima della cattura definitiva. Poco dopo viene condannato per un furto minore ai danni di un precedente datore di lavoro scontando tre mesi di reclusione per poi tornare a uccidere dal 1985. Proprio in quell'anno, di fronte all'impasse investigativa, Burakov decide di infrangere il protocollo consultando lo psichiatra Aleksandar Buchanowski, specializzato in patologie sessuali. Bukanovsky elabora un profilo di sette pagine, il primo caso documentato di criminal profiling psicologico in un'indagine sovietica, che descrive un uomo tra i 25 e i 50 anni, alto circa 1,78 m, affetto da inadeguatezza sessuale, che accecava sistematicamente le vittime e che probabilmente attraversava stati depressivi tra un omicidio e lato. Il profilo ipotizza che il killer sia eterosessuale ma verosimilmente impotente nei rapporti convenzionali. Una descrizione di Cicatilo con un'accuratezza sorprendente. Le indagini, tuttavia, non arrivano ancora a lui. Il 6 novembre 1990 Cicatilo uccide la sua ultima vittima, Svetlana Korostik, 22 anni, nei boschi vicino alla stazione di Dolensov. Un sergente della polizia lo nota uscire dal bosco sudato con una benda su un dito e tracce di sangue su un'orecchia e guancia. Non ha motivo legale per fermarlo, ma annota la sua identità in un rapporto di routine. Quel rapporto, incrociato nei giorni successivi con i tabulati di lavoro e di viaggio già raccolti dalla task force, lo colloca nei luoghi e nelle date esatte di numerose altre omicidi catalogati. Viene arrestato il 20 novembre 1990 mentre tenta di avvicinare due bambini vicino a una stazione. Nella valigetta ha lo stesso coltello, la stessa corda, lo stesso vasetto di vasellina del fermo del 1984. Interrogato senza risultato per giorni scrive dopo una settimana una lettera al Procuratore Generale ammettendo una vaga follia negli atti sessuali perversi senza confessare apertamente gli omicidi. La svolta arriva quando lo stesso Bukanowski, autore del profilo di 5 anni prima, viene chiamato a interrogarlo direttamente. Lo coinvolge progressivamente anche con l'aiuto della moglie di Cicatilo, portandolo a riconoscersi nella descrizione clinica scritta anni prima senza conoscerlo personalmente. Il 5 dicembre 1990 Cicatilo confessa formalmente 56 omicidi, fornendo dettagli che permettono di ritrovare i resti di numerose vittime i cui corpi non erano ancora stati scoperti. Il processo si apre il 14 aprile 1992 nell'aula del Tribunale Regionale di Rostock von Don. L'aula gremita di parenti delle vittime ospita Cicatilo in una gabbia di metallo appositamente costruita non per proteggere il pubblico da lui, ma per proteggere lui dalla furia dei familiari dei presenti. Una misura di sicurezza che abbiamo già visto in altri casi che hanno coinvolto serial killer con un profilo simile. Il 14 ottobre 1992 viene dichiarato colpevole di 52 dei 56 capi di accusa per omicidio, oltre a 5 capi d'accusa per molestie su minori. Il giorno successivo, il 15 ottobre 1992, la Corte pronuncia la condanna a morte. Dopo il rigetto dell'appello, il 14 febbraio del 1994, Cicatilo viene giustiziato, con un singolo colpo di pistola alla nuca, nel carcere di Donovocerkas, nella regione di Rostov, la prassi, prevista dalla legge russa per le esecuzioni capitali dell'epoca. La notizia della sua morte non viene confermata pubblicamente dalle autorità russe fino al giorno successivo. Se dovessimo scegliere un solo tratto per definire Andrei Cicatilo, lo chiameremmo sadismo sessuale sostitutivo, una violenza omicida che funzionava come sostituto diretto di un rapporto sessuale che una disfunzione strutturale l'impediva di completare. Non è un'interpretazione a posteriori, è la struttura stessa dei suoi crimini, confermata dalla dinamica ricorrente in decine di scene del crimine. Il tentativo di penetrazione falliva quasi sistematicamente. L'orgasmo veniva raggiunto esclusivamente nell'atto di accoltellare e mutilare. Il coltello, secondo il profilo di Bukanovski, fungeva da sostituto simbolico di una funzione corporea che Cicatilo non riusciva a esercitare. La violenza non era uno strumento per arrivare alla gratificazione sessuale, era la gratificazione sessuale stessa. Le fonti collegano questa struttura a un'origine precisa e già anticipata, l'episodio a 17 anni in cui, sopraffacendo fisicamente l'amica udicente della sorella, Cicatilo raggiunse per la prima volta l'eiaculazione durante un atto di violenza. Quella connessione, piacere sessuale, coercizione fisica come esperienza unica e inseparabile si saldò in modo permanente e ogni tentativo successivo di rapporto convenzionale che falliva davanti a una donna non faceva che approfondirla ulteriormente. Il secondo elemento clinicamente significativo è il ruolo dell'umiliazione come detonatore della violenza. Quando le vittime adulte deridevano la sua impotenza e alcune, soprattutto tra le prostitute, lo facevano, la reazione era un'esplosione omicida sproporzionata. Non è una reazione impulsiva e caotica, ma la scarica di una vergogna accumulata per decenni, resa pubblica già in adolescenza. Il rituale sistematico di accecamento delle vittime, riscontrato dagli investigatori in quasi tutti i casi, viene letto clinicamente come un tentativo di neutralizzare il senso di essere osservato e giudicato durante l'atto. La vergogna non era periferica alla sua psicopatologia, né era il centro. Il terzo elemento è la capacità di mimetizzazione sociale. Per 12 anni Cicatilo mantiene contemporaneamente il ruolo di insegnante, poi di impiegato commerciale, marito, padre e membro del partito comunista senza che nessuno intorno a lui, moglie, colleghi, vicini, percepisca la doppia vita. Questa capacità non era solo disciplina personale, era facilitata da un sistema che la rendeva possibile. La mobilità del lavoro di rappresentante commerciale, gli offriva copertura e accesso a tutta la rete ferroviaria del sud della Russia. La censura di Stato, come vi abbiamo detto, impediva alla popolazione di costruire un profilo mentale del pericolo. Gli errori investigativi, incluso quello del non segretore del 1984, chiusero ogni via di identificazione precoce anche quando i sospetti comportamentali erano già concreti. Durante le indagini la task force arrivò persino ad arrestare e interrogare un altro uomo con precedenti per atti di perversione, poi, rivelatosi innocente, e rilasciato solo dopo essere stato reclutato come informatore, a dimostrazione di un sistema investigativo che procedeva talvolta per categorie predeterminate più che per prove solide. Durante il processo del 1992 il comportamento di Cicatilo fu marcatamente teatrale. Rinchiuso nella gabbia di metallo, cantò, si espose, insultò il giudice, si descrisse come una persona perseguitata sin dall'infanzia. In un'intervista concessa nel braccio della morte disse di essere stato nient'altro che un attore che ha interpretato ruolo per vincere un Oscar ed entrare nel guinness dei primati. Gli analisti hanno letto questa dichiarazione non come pentimento, ma come l'ultima manifestazione di un bisogno di controllo narrativo sulla propria immagine. Lo stesso bisogno che, secondo il profilo clinico, lo portava a stati depressivi nel periodo tra un omicidio e l'altro, come se la visibilità del crimine fosse l'unico specchio in cui riusciva a riconoscersi. Quello che rimane, guardando il caso Cicatil nel suo insieme, è la sovrapposizione di due fallimenti paralleli. Il primo è individuale, un uomo a cui la biologia, il trauma e l'ambiente dell'infanzia avevano negato qualsiasi via ordinaria verso l'intimità e che trovò la propria gratificazione in una direzione che portava inevitabilmente alla violenza. Il secondo è sistemico, un regime che per ragioni ideologiche non poteva riconoscere pubblicamente il fenomeno in atto sul proprio territorio e che censurò le informazioni che avrebbero potuto salvare vite e che lasciò giustiziare un uomo innocente pur di non ammettere un caso irrisolto. Vukanowski, lo psichiatra che scrisse il profilo nel 1985 e che sette anni dopo ottenne la confessione, osservò che Cicatilo non fu mai in grado di descrivere le proprie vittime come persone. Erano oggetti della sua fantasia, strumenti di una necessità che non riusciva a soddisfare altrimenti. E il paradosso finale del caso è che l'unico uomo che riuscì davvero a entrare in contatto con lui a farli abbassare le difese e a farlo parlare, fu lo stesso uomo che ne aveva scritto il ritratto psicologico anni prima senza neanche conoscerlo. Bukanovski non lo fermò in tempo, ma fu l'unico a capire davvero chi stava cercando. Quello che sappiamo con certezza è che Andrei Romanovic Cikatilo nasce il 16 ottobre 1936 a Jabluchne in Ucraina, insegnante, poi impiegato di approvvigionamento, membro del Partito Comunista. Tra il 22 dicembre 1978 e il 6 novembre 1990 uccide almeno 52 persone accertate su 56 confessate in Russia, Ucraina e Uzbekistan. Arrestato il 20 novembre 1990. Dichiarato colpevole il 14 ottobre 1992 e condannato a morte il giorno successivo per 52 capi di imputazione. Giustiziato il 14 febbraio 1994 con un colpo di pistola alla nuca nel carcere di novaceskas. La sua vittima più giovane aveva 7 anni. Questo era un dossier di fili rossi che vi ha portato alla scoperta di una delle menti criminali più inquietanti dell'Epoca Moderna.