Psiche: il nuovo mondo
"Psiche: il nuovo mondo" è un podcast in cui vengono analizzati i cambiamenti psicologici e sociali degli ultimi decenni: la deriva consumistico-individualista, il diffondersi dell'egocentrismo, del narcisismo e della violenza verbale e fisica, le nuove psicopatologie caratterizzate da carenze di autoregolazione, i possibili effetti cognitivi dell'uso dell'intelligenza artificiale e infine la creatività come possibile risposta alle difficoltà che gli esseri umani incontrano in questo nuovo mondo, dominato dalla tecnologia e dal mercato.
Psiche: il nuovo mondo
Ep.0-Tutti soli a consumare, tutti in vetrina
Use Left/Right to seek, Home/End to jump to start or end. Hold shift to jump forward or backward.
Nella puntata zero parlerò di come la società contemporanea incentiva l'individualismo e la ricerca del piacere tramite il consumo, in un contesto in cui però le ingiustizie economiche sempre più evidenti impediscono a molte persone di partecipare al grande banchetto consumista, con ricadute sul piano psicologico. Metterò poi in evidenza come l'individualismo diffuso e le modalità di educazione e cura dei bambini tipiche degli ultimi decenni convergono nel determinare una sorta di epidemia di personalità caratterizzate dall'incapacità di stabilire legami affettivi importanti.
Contenuti e conduzione: Claudio Merini
Ideazione e produzione: Pierpaolo Di Giulio
Musiche:
"D'entreprise en feu" di Kevin Shrout — unminus.com
"Kalimba Relaxation Music" Kevin MacLeod (incompetech.com)
Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/
"Cottages" Kevin MacLeod (incompetech.com)
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Benvenuto in Psiche, il nuovo mondo, un podcast per chi cerca di capire l'evoluzione psichica e sociale del mondo contemporaneo. Compra, consuma, regala, viaggia, visita, divora. Spendi anche i soldi che non hai, desidera anche ciò che non vuoi. Arricchisci i pochi furbi burattinari del mercato globale, della truffa internazionale. Non risparmiare le tue risorse né quelle della terra. Solo così sarai accettato, solo così sarai qualcuno. Partecipa al grande banchetto in onore dello spreco e del consumo. Mercato, nuovo Dio, nuovo crono, padre divoratore dell'uomo, ingordo pedagogo dell'io. Ho voluto utilizzare dei versi per introdurre il tema di questo podcast in cui vedremo come la società contemporanea si è orientata al godimento e come l'individualismo consumistico sia la base del nostro modo di essere e di vivere. Siamo spinti da messaggi pervasivi a consumare di tutto e di più, come se fosse possibile vivere in una sorta di grande parco divertimenti. Il principio del piacere sovrasta il principio di realtà, il desiderio alla meglio rispetto ai limiti della realtà. Baumann, nel suo famoso libro Modernità liquida, dice che per mantenere la domanda di consumo a un livello adeguato all'offerta, c'è bisogno di uno stimolante ancora più potente e soprattutto più versatile del desiderio, cioè il capriccio. Il capriccio, dice Baumann, completa la liberazione del principio di piacere eliminando i residui impedimenti del principio di realtà. E così, stimolati da un mercato ricco di beni e opportunità e spinti da valanghe di messaggi pubblicitari, siamo diventati come bambini carricciosi che sempre vogliono qualcosa di nuovo e di diverso. Il consumo ha modellato tutto, anche il turismo, persino quello culturale. Ormai per vedere qualcosa di nuovo e di bello bisogna girarsi tra masse armate di smartphone che fotografano qualsiasi cosa e non si capisce se questo popolo di turisti veda davvero ciò che fotografa o lo immortali solo per farlo vedere ad altri. E la bellezza intanto affoga e scompare in mezzo alla folla dei turisti. Se da un lato giungono messaggi per cui tutto sembra accessibile a tutti, dall'altro molte persone dispongono di redditi bassi e si arrampicano sugli specchi per non sentirsi esclusi dal grande banchetto globale. Il mercato crea a profusione nuovi desideri, o meglio capricci, anche in chi non sarebbe in grado di soddisfarli. Così molti lavoratori con redditi bassi sprecano parte del loro reddito in beni e servizi non necessari. Parte del reddito faticosamente ottenuto viene buttato e finisce per arricchire i pochi privilegiati che stanno ai vertici del potere economico. Il consumismo vizia l'uomo per poi poterlo spremere. È incredibile come la gente oggi spreca il denaro per non parlare di come questi comportamenti di consumo contribuiscano all'esaurimento delle risorse della terra e all'acuirsi della crisi climatica. L'altra gravissima conseguenza è di tipo morale: il denaro è diventato il Dio più potente nell'Olimpo del popolo dei consumatori, sempre più arrabbiati e depressi, poiché non ne hanno abbastanza. Nel frattempo, l'ingiustizia economica ha raggiunto livelli folli. Basti pensare che, secondo l'ultimo rapporto Oxfam sulla disuguaglianza, nel 2025 le fortune dei miliardari sono cresciute di 2500 miliardi di dollari, una cifra quasi equivalente alla ricchezza netta della metà più povera dell'umanità, ossia 4,1 miliardi di persone, che possiedono mediamente 517 euro a testa di patrimonio totale. Impressionante. Fino agli anni 70 del secolo scorso la società era basata sulle classi sociali. A partire dagli anni Ottanta si è andata affermando una cultura basata sull'individuo e sulla sua capacità di realizzarsi e affermarsi. Il fenomeno degli Uppies ne è un esempio, giovani professionisti ambiziosi, dediti al carrierismo e all'ostentazione di un elevato tenore di vita. Questa svolta individualista ha determinato un crescente senso di solitudine delle persone, acuito anche dal fatto che la famiglia andava perdendo la sua forza aggregante. La disgregazione del tessuto sociale, a sua volta, ha comportato un indebolimento del senso di identità. Come illusorio rimedio all'isolamento, si è andata col tempo affermando una socializzazione virtuale tramite social media. I giovani in particolare si rifugiano nei contatti immediati dai social, cercano di essere visti, di trovare loro simili, di stabilire relazioni a distanza. Queste modalità relazionali, però, non hanno lo stesso valore delle relazioni reali, che implicano una vicinanza fisica ed esperienze condivise nella realtà. La matrice relazionale dell'essere umano è fondata sul rapporto corporeo tra madre e bambino. Tale rapporto è la base di tutto lo sviluppo successivo dell'essere umano. Le relazioni importanti nel corso della vita, quelle in cui si possono generare cambiamenti significativi, hanno come base la presenza in carne e ossa dell'altro. L'individualismo diffuso e le modalità di educazione e cura dei bambini tipiche degli ultimi decenni convergono nel determinare una sorta di epidemia di personalità egocentriche e narcisistiche, caratterizzate dall'incapacità di un investimento affettivo importante sulle altre persone. L'interesse per gli altri è finalizzato, in maniera più o meno evidente, alla soddisfazione di propri bisogni e desideri. Il narcisista è occupato da se stesso ed è incapace di empatia e di cura per l'altro. La mancanza di relazioni in cui vi sia reciproca comprensione crea però in lui un vuoto interiore che deve essere perennemente colmato. Il narcisista desidera essere visto perché non sa rispecchiarsi in una relazione affettiva autentica. Desidera perciò lo sguardo di chiunque. Questa dinamica è particolarmente evidente nelle interazioni sui social media. Lo scopo principale del postare un video, una foto o un testo è per molti quello di farsi notare. Si posta qualsiasi cosa che possa attirare l'attenzione, indipendentemente dalla qualità e dal valore del contenuto. D'altra parte anche chi clicca mi piace ha spesso lo scopo di farsi notare. Sono visto, quindi esisto. Sembra essere il criterio dell'interazione tramite i social, dove contano il numero di visualizzazioni e di mi piace, corrispondenti per lo più a tante fugaci e superficiali attenzioni che possano alimentare l'illusione del successo. E che dire della moda dei selfie? Il fotografarsi non ricorda forse proprio l'atto di narciso che vede la sua immagine riflessa nell'acqua, un'immagine di sé, magari opportunamente corretta e abbellita da Faceton. Anche ciò che dovrebbe essere intimo viene messo sotto gli occhi di tutti, perché è più efficace nell'attire l'attenzione. In principio, a partire dagli anni 90 sono state le tv commerciali a utilizzare la vita privata e i rapporti intimi ai fini di intrattenimento di massa. I social media hanno poi amplificato tale fenomeno. Parallelamente al bisogno di esprimersi e di farsi notare è evidente una crescente difficoltà di ascolto. La capacità di fare attenzione all'altro, di ascoltarlo veramente, è diventata una qualità rara. Nelle conversazioni spesso si ha l'impressione che ciascuno parli indipendentemente da ciò che l'altro ha appena detto e che ciascuno cerchi di prendersi quanto più spazio possibile per parlare di sé e di quello per cui nutre interesse. Per farsi ascoltare bisogna essere sintetici, dato che la capacità di mantenere l'attenzione sulle parole dell'altro è spesso molto limitata. Non sorprende quindi che, parallelamente, si sia ridotta la propensione alla lettura, in quanto anche leggere e prestare attenzione all'altro, cioè l'autore del testo. A proposito, tu mi stai ascoltando con attenzione? Sì? Bene, mi fa piacere. L'abitudine alla sovrastimolazione è tra le cause della ridotta capacità attentiva delle nuove generazioni, insieme all'insufficienza di autoregolazione di cui ho parlato in un'altra puntata del podcast. L'eccesso di stimoli incentiva una modalità attentiva in cui il soggetto sposta troppo rapidamente l'attenzione da uno stimolo all'altro, non riuscendo così a focalizzarsi abbastanza lungo su un insieme di stimoli circoscritto. Un altro cambiamento rilevante degli ultimi due decenni consiste nel fatto che è radicalmente cambiata la risposta ai momenti di vuoto della vita quotidiana, che prima venivano magari occupati dal pensare, dai ricordi o dai progetti o anche dal sognare a occhi aperti. Ora la reazione più frequente è prendere lo smartphone e leggere o scrivere un messaggio, scrollare i video, usare i social, navigare in rete e via dicendo. Questo avviene anche mentre si cammina per strada, si guarda il cellulare invece di osservare e sentire ciò che ci circonda. Lo stesso comportamento si manifesta in compagnia di altre persone. Sono tutti chiari sintomi di una dipendenza socialmente accettabile, quella dallo smartphone, e quindi non abbastanza combattuta. Ormai sembra scontato che una delle nostre due mani sia occupata da lui, il telefonino. L'uso dello smartphone riempie quei momenti che potrebbero essere un fertile campo per le attività immaginative e per la comunicazione interpersonale. L'abbondanza di oggetti a disposizione e di stimoli che vengono dall'ambiente e dagli apparati tecnologici crea un flusso di informazione che va prevalentemente dall'esterno al soggetto e riduce la quantità di stimoli prodotti dalla mente. Basti pensare, per esempio, a quanto sia molto meno diffuso tra i bambini di oggi il gioco simbolico, cioè il gioco del far finta, in cui è la mente che in gran parte inventa ciò di cui ha bisogno per giocare. La contraddizione che dilania l'uomo della postmodernità è di essere sovraccaricato del peso e della responsabilità della propria realizzazione, essendo però parallelamente divenuto più fragile dal punto di vista psichico, con riferimenti esteriori e interiori deboli, in un mondo sempre più complesso e in rapida evoluzione. Sarebbe come chiedere a una persona di sollevare un grande peso senza un'adeguata preparazione fisica, probabilmente si farebbe male. Molti giovani oggi si trovano in questa condizione e una parte di loro si spezza. Essere umano ha bisogno di dare senso alla propria esistenza, di prendersi cura del suo significato ancor più da quando la dimensione individuale ha preso il sopravvento rispetto al senso di appartenenza a un gruppo, a una classe sociale, a una chiesa. La realizzazione di sé è diventata un compito esistenziale imprescindibile per colmare il vuoto lasciato dall'essere parte di qualcosa al di là della dimensione individuale. La molteplicità di modelli proposti nei tanti flussi di comunicazione rende problematico lo sviluppo di un senso di identità solido. Laddove sembrerebbe possibile evolversi in una molteplicità di forme l'individuo rischia di cadere in un senso di vuoto e di nullità. Il percorso di vita è percepito come incerto, sia in relazione agli affetti che all'attività lavorativa e questo genera stati d'ansia diffusi. Il grado di indipendenza e forza dell'individuo non è in molti casi sufficiente a reggere un così elevato livello di incertezza. Il vuoto di senso si origina poi dalla perdita della speranza nel futuro. Se nel secondo dopoguerra il futuro era il luogo di una promessa di miglioramento nell'istruzione, nel lavoro, nel reddito, ora il futuro è luogo di incertezza o peggio ancora di pericolo, il pericolo di non farcela come individui, il pericolo di finire tra i perdenti, condannati a guardare il successo di chi ce l'ha fatta. Cosa potrebbe sovvertire questo stato di cose? Probabilmente solo una crisi molto profonda, che faccia esplodere le contraddizioni del modello di sviluppo economico attuale e determini nelle persone gradi di sofferenza ancora maggiore. Tutti i cambiamenti radicali passano necessariamente attraverso un crollo drammatico degli equilibri preesistenti. Anche a livello individuale accade che ci si metta in discussione solo quando i sintomi diventano insopportabili. Forse sarà proprio a partire da un'acuta sofferenza di massa che l'essere umano riuscirà a uscire dalla spirale edonistico consumista da cui è avvolto, ritrovando le basi innanzitutto morali per conquistare una rinnovata forza interiore. Se hai trovato interessante questo podcast, continua a seguirmi nelle prossime puntate. Un caro saluto e mi raccomando: consuma meno e immagina di più.