Psiche: il nuovo mondo

Ep.1- Cambiamenti della vita psichica nel terzo millennio

Claudio Season 1 Episode 1

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In questa puntata parlerò delle differenze tra le problematiche psicologiche attuali e quelle prevalenti del secolo scorso. Vedremo come negli ultimi decenni la minore autorevolezza dei genitori abbia determinato nelle nuove generazioni una maggiore fragilità psichica che si manifesta con carenze di autoregolazione, tendenze egocentriche e narcisistiche e predisposizione a varie forme di dipendenza.

Contenuti e conduzione: Claudio Merini   
Ideazione e produzione: Pierpaolo Di Giulio    

Musiche:
 "D'entreprise en feu" di Kevin Shrout — unminus.com
"Kalimba Relaxation Music" Kevin MacLeod (incompetech.com)
 Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/
 "Cottages" Kevin MacLeod (incompetech.com)
 Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
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Benvenuto in Psiche, il Nuovo Mondo. Podcast per chi cerca di capire l'evoluzione psichica e sociale del mondo contemporaneo. Salve, sono Claudio Merini, psicologo e psicoterapeuta. Faccio questo lavoro da 47 anni. A me in realtà sembra che sia passato un secolo da quando, nel lontano 1979, vidi la mia prima paziente. Se hai un po' di tempo e se hai un po' di voglia di riflettere sugli esseri umani, ti parlerò di come li ho visti drammaticamente cambiare in questi ultimi decenni. Ne hai voglia? Bene, allora comincerò col dirti che negli anni 70 e 80, gli anni della mia formazione, il problema più diffuso era quello di potersi esprimere, di trovare la propria voce, di autorizzarsi ad avere dei desideri che non andavano d'accordo con le aspettative della famiglia e dell'ambiente sociale di appartenenza. Allora con i pazienti lavoravo soprattutto sui conflitti, da un lato c'erano i bisogni e i desideri della persona, dall'altro delle regole rigide e interiorizzate che non permettevano all'individuo di percorrere la propria strada. E ancora prima non gli permettevano di pensare a cosa veramente desiderasse. I sensi di colpa pervadevano la vita psichica, i silenzi riempivano le sedute. Gli uomini raramente affrontavano una psicoterapia e tra i pochi che lo facevano la maggior parte tendeva a nascondere i problemi. Le donne faticavano a manifestare i loro desideri, soprattutto quelli di natura sessuale. Gli adolescenti erano chiusi nel loro guscio. In sostanza il mio lavoro consisteva nel promuovere l'emancipazione individuale. Ricordo, ad esempio, una delle mie prime pazienti, una donna depressa di circa 40 anni, totalmente sottomessa e dominata da un marito arrogante e prepotente. Aveva tre figli, due già adolescenti e uno di pochi anni. Faceva sogni ricorrenti in cui con vari mezzi, autobus, automobili, biciclette, delle donne sconosciute si lanciavano giù per un pendio ripido ai piedi di casa sua, fino a schiantarsi e morire. Questi sogni le provocavano dei forti sensi di colpa, e nel parlare dei sogni associava a quelle donne che si schiantavano e morivano, le associava a delle cattive madri che non pensavano ai loro figli. I sogni raffiguravano il desiderio di lasciare la propria casa, dipingendolo come un desiderio cattivo che portava alla morte. I sogni parlavano in maniera indiretta del profondo senso di colpa che provava per un desiderio che in lei non era pienamente cosciente e di cui in seduta non parlava mai, cioè il desiderio di lasciare il marito. Il senso di colpa provocava attacchi a se stessa in forma di sintomi depressivi. Sono cattiva, quindi devo soffrire, non posso desiderare di vivere. Solo quando, dopo circa un anno di psicoterapia, si permise di vedere e pensare al suo desiderio, la depressione lasciò al posto la sensazione di sentirsi prigioniera e l'anno seguente trovò la forza di chiedere la separazione. Per me era abbastanza facile capire le dinamiche interiori di pazienti di questo genere, dato che anch'io, nella mia vita psichica, portavo i segni di una società e di una famiglia che ti chiedevano di conformarti ai modelli dominanti, differenti a seconda della classe sociale d'appartenenza. Oggi sono contento e anche stupito quando mi capita di incontrare un sopravvissuto dal punto di vista psichico, di quell'epoca, cioè un essere umano che tende a reprimersi, a contenersi troppo. Se nelle generazioni passate la vita psichica era scontro di forze e istanze diverse, governate bene o male dall'io, nelle nuove generazioni è sempre più diffusa una vita psichica disorganizzata e sregolata, senza strutture portanti sufficientemente forti. Da qui quella fragilità che caratterizza tante persone più o meno giovani. Gli impulsi tendono a prendere il sopravvento, le emozioni sono spesso fuori controllo. La ricerca di un risultato immediato è preferita allo sforzo prolungato per raggiungere uno scopo all'interno di un progetto. Di conseguenza anche l'impegnarsi in una relazione diviene problematico e poco attraente. Di fronte alle difficoltà, più che ricorrere all'immaginazione e alla riflessione, si preferiscono varie forme di dipendenza. L'elenco è lungo: dipendenza da droghe, dall'alcol, dai social, dai giochi online, dai giochi d'azzardo, dalla pornografia, dallo shopping compulsivo, oltre alle dipendenze alimentari e affettive. La ricerca immediata del piacere, così cercata, non produce però un senso di soddisfazione stabile e porta alla continua ripetizione dell'atto edonistico, cioè l'azione tesa al raggiungimento del piacere a breve termine. Questo meccanismo è tipico di tutte le dipendenze. Oggi le problematiche psicologiche più frequenti implicano la carenza di autoregolazione. In cosa consiste l'autoregolazione? Capirlo è abbastanza semplice. Immagina quello che fa un bambino di uno o due anni: il suo comportamento richiede molto spesso l'intervento dell'adulto che lo limiti. Per esempio quando va a toccare le prese della corrente o quando svuota gli armadietti della cucina. Ma anche le sue emozioni richiedono l'intervento dell'adulto. Per esempio, quando cade e si fa male può piangere disperato. L'adulto in quei casi interviene per consolarlo, contenendo così la disperazione. Crescendo, queste funzioni di limitazione e contenimento, se tutto va bene, vengono via via interiorizzate e il bambino diventa capace di limitarsi e contenersi da solo. Proprio queste funzioni sono molto carenti nelle ultime generazioni, e quando dico ultime generazioni intendo anche i trentenni, se non addirittura i quarantenni. Come mai, come mai sono così carenti le funzioni di autoregolazione? La risposta è relativamente semplice. Negli ultimi decenni i genitori hanno perso di autorevolezza. Vediamo da cosa dipende questa carenza di autorevolezza dei genitori. Innanzitutto vengono messi al mondo sempre meno figli. Il bambino è trattato spesso come un piccolo principe a cui nulla può essere negato, o anche se in prima istanza viene negato, poi viene concesso. È frequente che il genitore si rivolga al bambino con domande che mettono al centro dell'attenzione il suo desiderio. Cosa vuoi mangiare? Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare? e via dicendo. Tieni presente che un bambino, essendo tale, già per conto suo tende a funzionare secondo il principio di piacere. L'educazione dovrebbe consistere in buona parte nell'aiutare il bambino a passare dal principio di piacere al principio di realtà. Molti genitori pensano che chiedere al bambino cosa vuole e lasciarlo scegliere sia un modo per renderlo più autonomo. Ma la capacità di scegliere e di autoregolarsi si sviluppa solo se prima il genitore ha svolto queste funzioni, permettendo al bambino di sopportare la frustrazione di non avere tutto e subito. Solo nei primi mesi di vita è necessario soddisfare pienamente e prontamente i bisogni del bambino, per poi introdurre con gradualità le prime limitazioni e dei ritardi nel soddisfacimento delle richieste. Se invece il concedere tutto e subito viene protratto per anni, avremo come risultato un bambino onnipotente e tiranno, che non sopporta le limitazioni di cui l'esistenza è per sua natura ricca, cioè l'abbiamo preparato a essere un infelice a vita. Ma come mai tanti genitori non regolano i figli? La risposta ha a che fare con il concetto di narcisismo. I figli oggi sono spesso vissuti dal genitore, per lo più a livello inconscio, come una sorta di prolungamento di sé, una propria parte. A loro viene assegnato il compito di nutrire l'autostima del genitore. Sono trattati con i guanti, non devono patire limitazioni e rinunce. In tal modo il bambino conserva la sua onnipotenza originaria e il genitore vi si specchia. Il bambino è come il genitore inconsciamente vorrebbe essere: onnipotente, senza limiti, dominante, al centro dell'attenzione. Il genitore si specchia nel bambino, come narciso, si specchia nell'acqua, innamorandosi della propria immagine. Questo spiega perché, ad esempio, è sempre più frequente che i genitori si schierino contro gli insegnanti quando questi ultimi fanno valutazioni negative sui figli. È come se quelle valutazioni riguardassero loro, i genitori, come se fosse il genitore a essere valutato negativamente. Un altro motivo per cui i genitori non svolgono come dovrebbero il ruolo d'autorità è che non sono abbastanza maturi per farlo. In molti di loro permangono caratteristiche infantili e a livello profondo non sono tanto diversi dai figli. È molto diffuso, ad esempio, l'avere un atteggiamento di amico o di amica verso i figli, soprattutto quelli preadolescenti e adolescenti, negando così la differenza di ruoli che è fondamentale per la crescita psicologica. Al figlio viene a mancare quel riferimento che nell'adolescenza funge sia da appoggio sia come qualcosa che va contrastato per potersi definire e individuare in quanto essere diverso e unico. Gli amici si trovano fuori casa, non tra le mura domestiche. Il genitore dovrebbe fare il genitore, non l'amico o l'amica. Un genitore autorevole di solito viene interiorizzato, così che le funzioni di regolazione, che un tempo erano state svolte dal genitore, vengono svolte in autonomia, cioè è il figlio che diventa capace di contenersi e di regolarsi da solo. Senza questa autoregolazione si hanno grosse difficoltà a sopportare le limitazioni ai propri desideri, si è intolleranti alla frustrazione e non si sviluppa un corretto senso del limite. Questo è visibile in maniera drammatica nei casi di femminicidio da parte di uomini che non tollerano di essere lasciati dalla moglie o dalla fidanzata o di essere respinti da una donna. Ma una dinamica analoga è presente anche in alcuni casi di infanticidio da parte delle madri. Qui la frustrazione è dovuta al grande carico di responsabilità, fatica e dedizro che la cura di un bambino piccolo implica. Per capire meglio questa dinamica dobbiamo considerare la forza dell'io. L'io è quell'insieme di funzioni psichiche che deve governare le varie tensioni che agiscono all'interno della psiche, in particolare da un lato i bisogni, gli istinti, i desideri e dall'altro i divieti, le limitazioni che possono essere sia interiori che provenire dalla realtà. Nelle ultime generazioni i casi di fragilità dell'Io sono molto molto aumentati. Di conseguenza sono sempre più frequenti le crisi drammatiche in situazioni che richiederebbero un io forte, in grado di mediare le tensioni interne e di contenere la rabbia e la frustrazione, comprese la rabbia e la frustrazione che la cura di un bambino piccolo spesso comporta. Per una madre è normale in certi momenti provare una forte rabbia verso il proprio bambino e occorre un io sufficientemente forte per contenere l'aggressività e non fare del male al piccolo. La debole interiorizzazione di figure autorevoli, o addirittura la loro assenza, ha come effetto tra gli altri la carente elaborazione dell'aggressività infantile che si dovrebbe trasformare in forza e determinazione. Di conseguenza sono in aumento, nelle ultime generazioni, gli atti di violenza e una diffusa mancanza di rispetto dell'altro. Vede ad esempio i numerosi episodi di bullismo in cui gruppi di ragazzini fanno del male a un loro coetaneo, anche con conseguenze gravi, senza sentirsi in colpa per quanto hanno fatto. Anzi, diffondono i video con le violenze come se fossero qualcosa di cui essere fieri. Qui è evidente la carenza della percezione dei confini interpersonali e la ridotta capacità di empatizzare, cioè di immaginare cosa l'altro prova. Prevale una prospettiva egocentrica nella quale l'altro non è un'entità ben definita di cui tenere conto. Questi soggetti violenti soffrono evidentemente di un vuoto affettivo e di un vuoto di senso che cercano di colmare con l'appartenenza a una gang per sentirsi qualcuno, per sentirsi forti e soprattutto non hanno buone strutture morali interiorizzate. D'altra parte molti adolescenti si sentono insicuri, temono di subire atti di bullismo e di violenza. Terzo motivo alla base delle dinamiche disfunzionali nelle ultime generazioni è la disgregazione di molti nuclei familiari. Sono sempre di più le famiglie con genitori separati o divorziati e le famiglie che vivono relativamente isolate rispetto ai parenti, nonni, zii, cugini, ecc. Nelle famiglie cosiddette allargate, la presenza assidua di altri familiari oltre ai genitori può compensare almeno in parte le carenze di questi ultimi. Tante volte nelle storie dei pazienti compare come centrale la figura di una zia o di un nonno che hanno costituito un punto di riferimento importante. L'affermarsi della famiglia mononucleare ha ridotto questa possibilità. Se un genitore è carente, il bambino nella famiglia mononucleare non ha alternative, tanto più se il genitore è uno solo. Non è raro, ad esempio, che le madri separate o divorziate cerchino inconsciamente sostegno nei figli, invertendo così i ruoli. Cercano quel sostegno che darebbe eventualmente un partner con la sua presenza. È il figlio, quindi, che sotto sotto deve farsi carico dei bisogni affettivi del genitore. Per esempio, tanti bambini ormai grandi, anche preadolescenti, dormono ancora nel letto con la madre. E ci si deve chiedere: è il bambino che ha bisogno di dormire con la mamma, o è la mamma che ha bisogno di avere nel letto il figlio e lo educa in modo che ciò accada? Sottolineo ancora che questo è l'effetto di motivazioni inconsce, di cui il genitore in buona fede non è consapevole. Tutti noi siamo mossi da ragioni profonde che non sono sotto il nostro controllo. Per adesso ci fermiamo qui. Nella prossima puntata, se hai voglia di seguirmi, faremo qualche riflessione su altri motivi che hanno radicalmente cambiato la condizione umana negli ultimi decenni. Se hai trovato interessante questo podcast, continua a seguirmi. Se vuoi conoscere il mio modo di lavorare come psicoterapeuta, lo puoi trovare nel mio libro Dialoghi nella stanza d'analisi.