Psiche: il nuovo mondo

Ep.2- Maleducazione e violenza

Claudio Merini Season 1 Episode 2

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In questa puntata parlerò delle condotte violente messe in atto dai minori e analizzerò le cause che hanno portato al loro aumento, a partire dai modelli di comportamento diffusi dai mezzi di comunicazione di massa. Metterò in evidenza come le generazioni precedenti abbiano preparato il terreno per il diffondersi della violenza minorile e sottolineerò come sarebbe fondamentale l'educazione alla relazione per contrastare questi fenomeni. Infine analizzerò l'importanza dell'integrazione tra il bene e il male a livello psichico.

Contenuti e conduzione: Claudio Merini   
Ideazione e produzione: Pierpaolo Di Giulio    

Musiche:
 "D'entreprise en feu" di Kevin Shrout — unminus.com
"Kalimba Relaxation Music" Kevin MacLeod (incompetech.com)
 Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/
 "Cottages" Kevin MacLeod (incompetech.com)
 Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
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Benvenuto in Psiche, il nuovo mondo. Un podcast per chi cerca di capire l'evoluzione psichica e sociale del mondo contemporaneo. Voglio iniziare questo podcast con qualche dato statistico tratto da una recente indagine Demopolis sulla violenza tra i minori. Secondo questa indagine, dal 2019 al 2025, c'è stato un forte aumento di minori indagati. Per rissa più 93%, per rapina più 54%, per lesioni più 53%, per omicidio più 28%, per violenze sessuali più 29%, per minacce più 26%. Gli ingressi nelle carceri minorili sono aumentati del 40%. Il 43% degli adolescenti italiani, quando esce di casa, teme di rimanere vittima di violenze e bullismo. Questi dati non mi stupiscono per vari motivi. Innanzitutto c'è da dire che i bambini e i ragazzi sono esposti a una quantità impressionante di scene violente. Basti pensare a quanto la violenza pervada i film e le serie televisive, soprattutto la produzione importata dagli Stati Uniti. Le sere in cui cerco un film da guardare in tv, saltando da un programma all'altro, mi imbatto in poliziotti o delinquenti che sparano, in serial killer che uccidono le loro vittime nei modi più vari, in buoni e cattivi che si ammazzano di bot, in obitori in cui all'opera un medico legale, in film dell'orrore, in film storici o pseudostorici incentrati sulla guerra, dove le opposte fazioni si trafiggono con lance e spade, e via dicendo. Molti cartoni animati e videogiochi non sono da meno in fatto di violenza, per non parlare della violenza che dilaga nei filmati sulla rete. Tra l'altro, nelle scene di molti film, i protagonisti, dopo essere stati presi a calci, sbattuti contro muri e mobili, tempestati di pugni e calci che ammazzerebbero un bue, si rimettono in piedi e continuano nelle loro imprese. Anche per questo, e non solo per mancanza di empatia, i ragazzi non si rendono conto di come nella vita reale simili pestaggi provocano danni gravi, se non addirittura letali. Già negli anni 60 gli studi sperimentali di Bandura avevano dimostrato che anche una breve esposizione a scene di violenza aumenta la probabilità di condotte aggressive nei bambini. Tutto questo è stato ignorato e le autorità competenti hanno lasciato che la violenza inondasse l'immaginario dei minori. Perché? Perché la violenza fa audience, la violenza attira l'attenzione, quindi produce profitto e questo è il fine ultimo di una società liberista. Il guadagno innanzitutto. Che importa se poi alleviamo ragazzi che trovano normale massacrare di botte un cotaneo o anche un adulto che li rimprovera, come è accaduto in un recente fatto di cronaca, o a coltellare una professoressa non gradita e non compiacente. Questi casi sono solo la tragica punta dell'iceberg di un sottostante diffuso immaginario inondato dalla violenza. Aggiungiamoci il fatto che la capacità di autoregolarsi e contenersi è molto carente per motivi connessi all'educazione e alle modalità di cura dei bambini, motivi che ho messo in evidenza in un altro podcast. La violenza a livello verbale e non verbale trova un terreno particolarmente fertile nella rete. I social propongono in maniera diffusa modelli impulsivi e aggressivi di comportamento. I contenuti più visti sul web riguardano spesso atti violenti e pornografia. Riprendere e condividere episodi violenti è diventato quasi normale per molti adolescenti. L'atto di prevaricazione sulla vittima viene filmato e postato perché sui social suscita consenso, fascino, attrazione e potere tra i coetanei. Come viene ben messo in evidenza da una ricerca recente del Minotauro di Milano, la comunicazione online favorisce la disinibizione, una maggiore aggressività nel linguaggio, poiché l'aggressore non è visibile in prima persona e nascosto dietro al paravento del mezzo tecnologico. La rete ha un effetto di amplificazione della violenza, incentiva la disinibizione, accentua motivazioni esibizionistiche, produce inoltre una sorta di contagio basato sull'identificazione e limitazione. Naturalmente questo avviene più facilmente in concomitanza di problemi psicologici e di disagi familiari e sociali. La famiglia e la scuola non sono più in grado di proporsi quali rappresentanti del limite e delle regole. A questo proposito, Ben Asiaak e Schmidt, nel loro libro L'Epoca delle passioni tristi, sottolineano come molti giovani sfidano i limiti e giocano al gioco della trasgressione non più con la famiglia, ma con la polizia. Sfortunatamente quest'ultima, sostengono gli autori citati, non ha la vocazione di supplire alle carenze delle famiglie e troppo spesso i poliziotti rispondono alle provocazioni in modo simmetrico. Ma il comportamento dei giovani è la naturale evoluzione del comportamento delle generazioni precedenti. Basti pensare a come le cattive maniere e la maleducazione siano state sdoganate nei talk show televisivi già a partire dagli anni Ottanta, con l'avvento di personaggi come sgarbi e funari. Quando vidi per la prima volta in una trasmissione televisiva sgarbi con la sua aggressività sopra le righe, pensai che si trattasse di una gaek comica. Non mi sembrava vero che si potessero avere quei modi così maleducati in tv. Sgarbi e Funari, quest'ultimo inventore dei talk rissa, sono stati dei precursori di modi di fare che col tempo sono dilagati nelle discussioni in TV. È impressionante confrontare il modo di comunicare negli anni 60 e 70, per esempio in Tribuna Politica, uno dei principali programmi di dibattito politico in televisione, confrontarlo con le modalità attuali in trasmissioni analoghe. Oggi si cerca di prevalere nella discussione interrompendo l'interlocutore, parlando a voce alta, spesso denigrando l'avversario. Modi che in passato non sarebbero stati tollerati e avrebbero fatto perdere consensi a chi li avesse usati. Oggi al contrario, il consenso spesso, e volentieri, si ottiene con maniere arroganti e prepotenti. Non c'è dubbio che per quanto riguarda l'educazione e il rispetto per l'altro, il mondo occidentale si sia recentemente imbarbarito, con tutto il rispetto per i barbari. E che dire del fatto che gente come Putin, Trump e Netanyahu sono ultra settantenni. La violenza e la prepotenza non sono certo ad appannaggio dei giovani, ma sono tendenze che stanno tornando in auge nel mondo, non che si fossero mai veramente sopite, ma ora sembrano essere tornate dominanti. In passato, quando vedevo qualcuno che per strada gettava a terra un rifiuto, spesso mi avvicinavo e chiedevo perché lo getta a terra celì un cestino. Ugualmente mi capitava di fare delle osservazioni se vedevo qualcuno maltrattare il verde pubblico. Beh, a un certo punto ho dovuto smettere di farlo. Se prima le persone si vergognavano o al massimo boffonchiavano qualcosa in risposta, col passare degli anni questa mia abitudine civica era diventata via via sempre più pericolosa per la mia incolumità, dato che le persone con molta più facilità rispondevano in modo aggressivo. Dunque, non dobbiamo stupirci dei comportamenti violenti dei giovani. E abbiamo apparecchiato un habitat sociale in cui i modi violenti sono normali e vincenti, e la buona educazione pare considerata come un limite alla libertà di espressione. Cosa fare per arrestare questo degrado morale e comportamentale? L'introduzione di pene più severe è scientificamente dimostrato che non funziona. Bisognerebbe invece lavorare sulla formazione nella scuola primaria e secondaria. L'insegnamento dell'educazione civica è stato reintrodotto nelle scuole solo da pochi anni, nel 2020 per l'esattezza, con un monte ora annuale di almeno 33 ore. Era stata rimossa dai programmi scolastici nel 1990. Io credo che dovrebbe essere una materia fondamentale. 33 ore annuali fanno ben poco, insieme ad un'altra materia da introdurre come insegnamento autonomo, l'educazione alla relazione, possibilmente con docenti laureati in psicologia. Cosa significa essere educati alla relazione? In primo luogo riconoscere che l'altro è un essere separato e distinto, e diverso da noi. Significa dunque avere la curiosità di conoscerlo invece di proiettare su di lui qualcosa di nostro. E per conoscerlo bisogna ascoltarlo e anche fargli delle domande. È così raro che qualcuno ci faccia delle domande che dimostrino un interesse autentico per la nostra persona. Dice Bislava Simboska in una sua poesia intitolata Disattenzione. Ieri mi sono comportata male nel cosmo. Ho passato tutto il giorno senza fare domande, senza stupirmi di niente. Ho svolto attività quotidiane come se ciò fosse tutto il dovuto. Essere educati alla relazione significa poi sapersi mettere dal punto di vista dell'altro, immaginare quelli che possono essere i suoi sentimenti e stati d'animo, essere capaci di collaborare, di sostenere ed aiutare quando è necessario ed essere capace a nostra volta di chiedere aiuto. Significa essere gentili per principio e duri solo per stretta necessità. Fin qui ho messo in evidenza per lo più aspetti sociali e ambientali che incentivano la maleducazione e la violenza nei rapporti umani. Ma ora guardiamo all'interno dell'individuo e chiediamoci come mai certe persone sono predisposte a essere aggressive e distruttive e altre no. Nonostante i fattori ambientali che modellano comportamenti violenti, ci sono persone collaborative e ben disposte nei confronti degli altri. Da dove nasce la differenza? La prima cosa che mi viene in mente è quanto spesso nel mio lavoro di psicoterapeuta mi trovi a cercare di favorire l'integrazione tra il bene e il male. Cosa significa questo? Andiamo per gradi. Quando ci troviamo in difficoltà, quando soffriamo, la cosa più semplice e diffusa è dare la colpa a qualcun altro. Sto male perché mia moglie non mi presta abbastanza attenzione, ho preso un brutto voto perché la professoressa di matematica non è capace di insegnare, la mia attività lavorativa è in crisi perché i fornitori non sono puntuali, e via dicendo. Quello che non va dipende dagli altri e non da noi. Proiettiamo il male sugli altri e così ci risparmiamo di riconoscere in noi dei difetti. Questo avviene anche nel confronto tra etnie diverse. Sono gli immigrati ad aver rovinato il quartiere, sono gli stranieri al di del confine a costituire una minaccia, eccetera, eccetera. Un'altra riflessione va fatta su come mai certe persone ci stanno maledettamente antipatiche. Quando abbiamo una particolare ripulsa verso una persona, dobbiamo sospettare che quella persona abbia delle caratteristiche che non vogliamo assolutamente riconoscere in noi. Per esempio una persona ci potrebbe stare molto antipatica per la sua tirchieria, la sua tendenza ad accaparrarsi le cose a scapito degli altri. In questo caso dovremmo chiederci se sotto sotto anche noi abbiamo lo stesso desiderio di prenderci qualcosa a scapito degli altri, o lo stesso desiderio di accumulare beni e denaro. Anche qui ci difendiamo attribuendo a un altro qualcosa di maligno che sta anche in noi. Fate dunque caso a quali caratteristiche negative vi trovate più spesso ad attribuire agli altri, così scoprirete qualcosa che non riconoscete di avere in voi stessi, nella vostra ombra. L'ombra, secondo Jung, è il lato oscuro della personalità, tutto ciò che la coscienza rifiuta: impulsi, desideri inaccettabili, tratti caratteriali giudicati negativi. La realtà è che il male sta in tutti gli esseri umani, così come il bene. Lo stesso per le situazioni. In ogni situazione si può vedere il male e si può vedere il bene. Qual è la difficoltà di accedere a un pensiero in cui il bene e il male convivono? Oltre a dover riconoscere che il male è anche in noi, dobbiamo rinunciare all'utopia d'essere senza macchia, all'utopia che possa esistere un mondo perfetto. Dobbiamo attraversare una sorta di lutto, il lutto per la perdita di un io ideale, per la perdita di un mondo ideale e soprattutto per la perdita di un genitore ideale. Sic perché in origine il bene corrisponde a un genitore che soddisfe i bisogni, il male corrisponde a un genitore che non è capace di farlo. Il fatto è che il genitore è il medesimo e sia buono che cattivo, a volte è soddisfacente, a volte frustrante. Se tutto va bene, a un certo punto il bambino vede il genitore nella sua interezza, se invece va male, resta in lui una rappresentazione separata in genitore buono e genitore cattivo, e se la rappresentazione del genitore cattivo è quella prevalente, la persona avrà la sensazione di vivere in un mondo ostile. Fatte queste premesse possiamo dire che le persone violente hanno dentro di un mondo in cui il bene e il male sono separati. Un mondo dove il male prevale sul bene, l'ostilità prevale sulla comprensione. Comprensione deriva da cumpreendere, prendere insieme, tenere insieme il bene e il male, in noi e negli altri. Così diventa improbabile sentire di avere dei nemici. E come vedremo in un altro podcast, l'integrazione tra il bene e il male è necessaria sia per individuarsi che per essere creativi. Se hai trovato interessante questo podcast, continua a seguirmi nelle prossime puntate. E mi raccomando, sii curioso di conoscere gli altri.